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14 Marzo 1956: noi non dimentichiamo

di Simona Spadaro

Sparare a chi ha fame, un gesto atroce che resta nella mente e nella memoria di quanti ancora oggi provano un brivido di rabbia forte, nel pensare a quanto accadde qui, quei giorni del ’56. Eppure molti tacciono ancora in questa città forse troppo presa da altro, tanto da nascondere piuttosto che creare, occasioni di dibattito, di confronto, di trasmissione alle giovani generazioni su questo passato che non può essere cancellato.

Sul luogo in cui avvenne l’accaduto, c’è una triste lapide che ne segna oggi il ricordo, è stata posta lì dall’amministrazione comunale ed è già sbiadita dagli anni pur essendo stata affissa soltanto nel 2008, recita: In un terribile momento buio della nostra storia cittadina l’esasperazione prevalse sulla razionalità. Tre concittadini perirono qui, presso la sede della Pontificia Opera di Assistenza, invocando pane durante la distribuzione dei viveri agli indigenti (…)”. Ogni Parola di questa effige commemorativa riecheggia pesantemente, quasi a riprodurre il boato di quegli spari.

Un episodio di repressione in piena regola, sotto la luce del sole, vicino la chiesa di san Giuseppe, in via Manfredi, una strada che conduce a Piazza Plebiscito. Come nella nostra città, molti soffrivano la fame e la miseria, erano gli anni del secondo dopoguerra, gli anni che, chi non li ha vissuti, li ha conosciuti attraverso le splendide inquadrature del neorealismo, capaci di raccontare tutta la povertà e la lotta per la sopravvivenza, la quotidianità di allora, e la caccia agli espedienti da parte delle famiglie, a differenza di oggi numerose o allargate, che vivevano sperando nella svolta di un cambiamento futuro.

Giuseppe Spadaro, Giuseppe Dicorato, due braccianti, e Giuseppe Loiodice, operaio, persero la vita mentre manifestavano insieme ad altra povera gente scesa in piazza quel giorno, per protestare contro la distribuzione dei pacchi di viveri che stava avvenendo in modo ingiusto, iniquo secondo molti. Davanti a quel torto come fare a soccombere? Occorreva reagire, assaltare la Pontificia Opera di Assistenza e ribellarsi; se questa fu, “esasperazione che prevalse sulla razionalità” per chi aveva “la pancia piena” e occupava una buona posizione nella società tanto da non doversi preoccupare di morire di fame, come chi manifestava il proprio disagio esistenziale davanti ai poteri della chiesa e dello stato; per altri “l’esasperazione che prevalse sulla razionalità”fu il ricorso alla polizia e l’esecuzione disumana del comando di sparare, piuttosto che far svaligiare tutto. Quale razionalità? quella della vita o quella della ridefinizione dei ruoli di comando? Non è retorico rifletterci, perché oggi come ieri ci sono persone capaci di giustificare o minimizzare l’accaduto. Posizioni ecclesiastiche che difendendo le istituzioni alle quali appartengono, riscrivono la storia di allora parlando della bontà delle loro intenzioni, e dell’impossibilità di gestire quella folla con quei pochi pacchi disponibili; ricordando che da sempre sono impegnate nella carità e nell’assistenza alle persone indigenti. Ma non sempre la carità, e il paradigma assistenzialistico producono buoni risultati nel panorama sociale per la popolazione che vive ai margini. Lo sanno bene i sociologi e coloro che sono impegnati in programmi di riqualificazione delle periferie e delle situazioni di disagio nelle case popolari, nelle occupazioni e in tutti quegli spazi della città in cui delle persone combattono tutt’oggi per la sopravvivenza. La minaccia di subire continuamente dei sopprusi, delle ingiustizie, dei pregiudizi che bloccano l’evoluzione e la crescita della persona sono minacce costanti che potrebbero essere equiparate ad un razione scarsa di cibo avariato. Figuriamoci il cibo negato, figuriamoci l’assistenza finta, quella che ad alcuni dà e ad altri no, perché i pacchi sono pochi. Come si fa a non capire quello che accadde, e l’espressione di dignitosa umanità, manifestata dalla rabbia di un padre di famiglia o un giovane disoccupato con una famiglia a carico, rappresentata da quegli uomini sui quali la polizia sparò? Il danno e la beffa se si pensa ai corsi e ricorsi della giustizia italiana, tanto che come al solito il giudice istruttore rinviò a giudizio successivamente quaranta persone accusate di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, coinvolte nei fatti del Marzo ’56 e sei anni dopo giunse la sentenza di assoluzione collettiva per insufficienza di prove. Nonostante ciò due anni dopo, i quaranta accusati prosciolti furono ricondannati; e solamente nel 1967, ad undici anni dall’accaduto, sopraggiunse l’amnistia per i reati di resistenza a pubblico ufficiale. Questi, i pubblici ufficiali invece, non sono stati mai chiamati a giudizio o condannati per le morti provocate quel giorno. “La divisa non si processa” si intitola un magistrale monologo di Ascanio Celestini, che denuncia l’insopportabilità della condizione delle morti di stato, per mano della polizia; una lunghissima lista dalle origini antiche, le stesse dello stato. “Manifestava per pane e lavoro ed è morto a causa di piombo legale” ricordava il fratello dell’operaio morto in quel lontano ma appunto, quanto mai vicino e attualissimo marzo del ’56.

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