Il presupposto teorico su cui si sono formati migliaia di medici è indubbiamente il paradigma biologico- biochimico, della scienza medica: la medicina si occupa della malattia, intesa come deviazione della norma di variabili biologiche; tuttavia parte dell’esperienza di ogni medico, è la consapevolezza che il modello di medicina tradizionale insegnato, appreso e praticato, non sia sufficiente ad affrontare nella pratica professionale la complessità dei problemi che si presentano in un ambulatorio. Il modello disease centred (cioè mirato alla malattia), modello di riferimento, è al centro di dibattiti, critiche e accuse provenienti sia dal mondo scientifico sia da quello “profano”.
I punti di maggior debolezza sono la disumanizzazione, frutto del dualismo cartesiano e dell’approccio ontologico alla malattia, la parcellizzazione del corpo e del sapere medico con la iperspecializzazione dei clinici e infine la ipermedicalizzazione (overmedicalization – Conrad ’92), cioè la lettura in chiave medico-biologica dei fenomeni anche quando essi non sono medici. La medicina convenzionale che si rifà al modello riduzionista identifica la malattia con i sintomi della malattia stessa (disease centred ). Di conseguenza, somministra all’organismo dei farmaci, detti sintomatici, che cercano di eliminare i sintomi dall’organismo. Ma i sintomi stessi non sono altro che il tentativo da parte dell’organismo di reagire alla malattia, quindi l’eliminazione dei sintomi non elimina la malattia in quanto tale: difatti spesso non si ottiene una reale guarigione.
La medicina olistica, ovvero la medicina del tutto, al contrario, considera l’essere umano come un insieme non separato di corpo-psiche-spirito. Su questo concetto di unità si basano tutte le medicine non convenzionali. Il benessere globale, raggiunto in modo non invasivo e cruento, è una tematica che sta sempre più ottenendo il favore della pubblico e che presenta un numero sensibile di interessati e adepti.
Le medicine non convenzionali conquistano sempre piu’ italiani e non , che si ‘convertono’ alle numerose pratiche oggi disponibili: dalla medicina cinese all’agopuntura, dall’omeopatia alla fitoterapia, dall’ayurveda ai trattamenti manuali della chiropratica e dell’osteopatia, allo shiatsu. Un’ondata inarrestabile se e’ vero che la stessa Organizzazione mondiale della Sanita’, il Parlamento europeo e moltissimi Paesi hanno o stanno adottando proprie linee guida e di coordinamento per le Medicine cosiddette “non convenzionali”. Le ultime specifiche stime Istat di ben dodici anni fa, sulle “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari 1999-2000″, già mostravano che dal 1991 al 1999 era raddoppiata la quota di persone che utilizzava rimedi omeopatici piuttosto che medicinali .
L’ antropologo Lanternari afferma che “il crescente ricorso all’altra Medicina è da considerare come una sorta di “fuga” dalla medicina scientifica ortodossa colpevole di aver “annullato” le specificità globali più profonde dell’individuo e della persona”. Forse dovremmo iniziare a considerarci individui UNICI in tutti i sensi, la profonda differenza di approccio della medicina omeopatica rispetto alla medicina convenzionale si basa proprio sulla individualità. Riconosce cioè le caratteristiche individuali di reazione del paziente, le cosiddette modalità e su queste e non sui sintomi comuni della patologia imposta la sua scelta terapeutica. Tende cioè a restituirgli una salute più duratura riequilibrando i sistemi biologici di omeostasi, rinforzando le sue difese, rendendolo soprattutto non più- dipendente dal farmaco come invece spesso succede nell’altro modello, agisce cioè come una vera medicina preventiva. Infatti l’omeopatia è un modello di medicina che ha come obiettivo la stimolazione delle capacità di reazione dell’organismo alle malattie, sia fisiche che psicologiche.
Questo risultato è raggiunto somministrando all’organismo dosi estremamente diluite di sostanze detti rimedi omeopatici. Essi hanno questo effetto sull’organismo in quanto hanno prodotto, nelle sperimentazioni (i cosiddetti proving) sintomi simili alla malattia che si intende curare. Da qui il nome, derivato dal greco omoios = simile / pathos = sofferenza. E’ stato ormai inconfutabilmente dimostrato a livello clinico (meta-analisi di J.Kleijnen 1991 British Medical Journal, di J.P.Boissel 1996 e di K. Linde 1997 The Lancet) che la somministrazione di dosi di rimedi che contengono informazioni simili alla malattia da curare, siano in grado di stimolare la reazione dell’organismo alla malattia in atto, e quindi portare alla guarigione.
In Italia la immissione in commercio di un prodotto omeopatico è regolata dal Decreto Legislativo n. 185/95 del 17 marzo 1995.[13] All’articolo 3 della legge inoltre si fa DIVIETO di pubblicizzare i prodotti omeopatici.[ Le difficoltà economiche che hanno colpito le famiglie italiane negli ultimi anni, dall’era dell’Euro: l’aumento del costo della vita si è fatto sentire anche sulla disponibilità delle famiglie a spendere di tasca propria per affrontare un trattamento omeopatico che, in Italia, al contrario di altri paesi europei, pesa completamente sulle spalle del singolo cittadino. Allora è proprio necessario che l’informazione al riguardo sia più diffusa e più corretta (é quello che la FIAMO fa); è necessario e obbligatorio per un Paese che vuole essere democratico e non creare discriminazioni in base al reddito che ci siano leggi che regolamentino studi che garantiscano la preparazione del medico omeopata, che organizzino strutture sanitarie presso cui una fetta più larga della popolazione possa usufruire di adeguate e vere cure omeopatiche (non delle false cure omeopatiche, purtroppo così diffuse a discapito degli utenti, grazie anche al vuoto legislativo italiano). E’ necessario che il Parlamento, le ASL, le Università vadano incontro ad un’esigenza e richiesta di salute attraverso l’omeopatia che molti italiani richiedono e che molti altri sceglierebbero se ne avessero la possibilità economica o se potessero accedere a strutture sanitarie affidabili.
“Il purgatorio moderno è fatto di purghe, di iniezioni, di interventi chirurgici.”
Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962.