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Caso Battisti: alcune considerazioni.

di Alessandro Zagaria

Non sembra placarsi la polemica sul caso Battisti,il militante dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in contumacia in Italia alla pena dell’ergastolo per quattro omicidi avvenuti negli anni ‘70, a cui il presidente brasiliano Lula da Silva, prima della fine del suo mandato presidenziale, ha negato l’estradizione nel nostro paese.
Infatti immediate sono state le reazioni da parte della classe politica istituzionale, unita in un unico fronte bipartisan, che tra le varie farneticazioni è arrivata al punto di accusare il governo brasiliano di essere complice di un “ terrorista assassino”.
Esemplari al riguardo sono state le dichiarazioni di alcuni esponenti del governo Berlusconi tra cui spicca quella del Senatore Gasparri (ex msi) secondo cui non ci si poteva aspettare nulla da un paese che ha eletto Presidente un ex-guerrigliera, riferendosi all’elezione di Dilma Roussef alla Presidenza del Brasile, dimenticando che la stessa Roussef ha combattuto negli anni ’70 una dittatura militare che all’epoca il partito del Senatore Gasparri sosteneva.
In tanti, in tutti questi giorni, hanno straparlato sulla vicenda arrivando a minacciare addirittura il congelamento del Trattato strategico con il Brasile che include anche forniture militari italiane e che interessa aziende come Fiat, Finmeccanica e Fincantieri.
Su questa vicenda è dovuto intervenire lo stesso Berlusconi, per cercare di tranquillizzare il mondo degli affari, dichiarando che il caso Battisti non cambierà i rapporti tra Italia e Brasile.
Quello che emerge dal caso Battisti è un quadro alquanto desolante in cui ancora una volta assistiamo all’inadeguatezza di un’intera classe politica che pensa di poter far valere le proprie ragioni nei riguardi del Brasile facendo semplicemente la voce grossa o peggio ancora esercitando indebite pressioni, pensando di poter trattare il governo brasiliano come un qualsiasi Paese del Terzo Mondo e non invece di trovarsi di fronte ad una potenza mondiale in continua ascesa sullo scenario geopolitico.
Però quello che dovrebbe far riflettere di tutta questa vicenda è l’incapacità dell’Italia e delle sua classe dirigente di trovare una soluzione politica che riconosca che negli anni 70 c’è stata un’insorgenza armata che, non avendo avuto eguali in nessun paese occidentale, forse oggi a distanza di tanti anni andrebbe riconosciuta, analizzata e studiata a fondo, e non cancellata dall’orizzonte politico.
Oggi sarebbe necessario aprire finalmente un dibattito serio su quello che avvenne in quegli anni in cui: non solo c’erano giovani che usavano le armi per ”abbattere il sistema”, ma non dobbiamo mai dimenticarlo, c’erano pezzi dello Stato in combutta con movimenti neofascisti che mettevano le bombe, causando vere e proprie stragi come quella di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, che a distanza di quarant’anni sono rimaste impunite.
Invece si continua ancora oggi a privilegiare la logica emergenziale che è figlia di quegli anni in cui, non solo lo Stato con la complicità dell’allora Partito Comunista reprimeva chi impugnava le armi ma, schiacciava qualsiasi forma di protagonismo e antagonismo sociale provenisse dalla società.
Proprio quelle leggi d’emergenza emanate più di trent’anni fa continuano ad aleggiare sulle nostre teste come se quella stagione non fosse mai finita, diventando di fatto primogenitura per le future campagne sulla sicurezza diventata negli anni vera e propria ossessione nazionale usata come un’arma di distrazione di massa utile per un potenziamento dei dispositivi repressivi dello stato nei confronti di qualsiasi forma di dissenso.
La stessa condanna di Battisti all’ergastolo nasce in un clima emergenziale in cui a prevalere è la logica del pentitismo e della delazione come unica soluzione politica degna di essere raccontata per sotterrare una stagione politica.
Quello stesso fenomeno dei pentiti tanto usato e abusato in tutti questi anni, a cui lo Stato riconosce legittimità e attendibilità se magari punta il suo bersaglio verso qualsiasi forma di insorgenza che cerca di “sovvertire l’ordine costituito”, mentre merita solo disprezzo quando quello stesso fenomeno accusa pezzi delle istituzioni a tutti i livelli di essere in affari con la criminalità.
Non c’è che dire, ci troviamo in un Paese che sempre più annaspa in una crisi politica e sociale devastante, con una classe dirigente corrotta e autoreferenziale, che rimane sorda dinanzi alle istanze di cambiamento provenienti dalla società, a cui interessa in questo caso non di fare giustizia ma di perpetrare una vendetta.