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Controinformazione in Italia: dalle origini ad oggi

Introduzione sulla controinformazione


La controinformazione nasce per sfidare il gergo, il linguaggio, l’approccio culturale di massa che da sempre qualunque regime politico pone in essere e che oggi chiamiamo comunemente mainstream.
Verso la fine degli anni 60 grazie all’ondata portata avanti dai movimenti di protesta dei giovani di allora si andò a profilare una nuova forma di comunicazione che attaccò il modo comune di far passare notizie (specifiche) e che senza mezzi termini veniva definita come informazione di regime: queste le basi che diedero vita e linfa alla cosiddetta controinformazione, basata sulla spinta a cercare versioni che venivano silenziate dai media (radio, giornali e tv, ma anche propagandate da molti partiti) che nascondendo verità scomode favorivano e ancora oggi favoriscono un unica visuale culturale.
La controinformazione invece chiedeva di analizzare da altre prospettive gli eventi, diffondendo verità scomode al potere, e lo faceva grazie all’uso di mezzi di diffusione creativi, spesso con molta invettiva, riadattandoli e facendo si che diventassero “megafoni”.
L’obiettivo di ogni forma di controinformazione, ieri e oggi, era ed è quello di mettere in dubbio la versione ufficiale, quella versione che tende ad occultare ciò che percepisce come negativo per lo status quo.
Radio, tv, giornali, oggi internet con le sue versioni per le masse, da sempre sono state il grimaldello affinché passasse una versione (univoca e onnicomprensiva) e ne venissero scansate mille altre, lungi l’informazione quando legata al potere dall’essere democratica, e la controinformazione ha ampiamente dimostrato tale verità.
Partendo da quell’onda di proteste di vario tipo ma tutte politiche, che negli anni 60 e 70 hanno investito il corpo vivo dell’Italia, portando spunti, riflessioni, idee nuove, recuperi di visioni e proposte, proprio attraverso la controinformazione che ha avuto i suoi picchi ed i suoi cali come vedremo dai paragrafi a seguire.
Il ruolo della controinformazione è stato quello di informare, sembra parossistico? Eppure se si pensa a lobby, poteri, sacche di potere, è facile capire che qualunque cosa metta a rischio tali ambiti non è ben voluta, di conseguenza la controinformazione ha rappresentato dei granelli (validissimi) negli ingranaggi collettivi dei poteri costituiti.


La controinformazione negli anni 70

I primi quotidiani e giornali di controinformazione che si andarono ad affermare in Italia vennero fondati quasi tutti a cavallo degli anni 60 e 70, come Il Manifesto che nasceva nel 1971, o La Repubblica che prese il nome da un giornale portoghese che ospita le opinioni derivanti dalla “Rivoluzione dei garofani” nel 1974, oppure erano strettamente legati a movimenti politici definiti, anche sotto la forma di partiti come Lotta Continua che nasceva come quotidiano-rivista nel 1969, o Il Quotidiano dei Lavoratori che nasceva nel 1974 e che aderì alla piattaforma di Democrazia Proletaria e quindi alle ideologie della Sinistra Extraparlamentare.
Dopo la strage di Piazza Fontana questi giornali hanno rivestito un ruolo ancor più importante, facendo emergere posizioni molto decise e condannando una strage che veniva identificata come attentato politico condotto dall’estrema destra.
Su Il Manifesto a firma T. Maiolo, Strage di Stato nel 24 febbraio 1979 veniva scritto nel commentare la sentenza:
Ci sono voluti dieci anni e quattro processi, rinvii, intrighi di palazzo (di governo o di giustizia), testimoni morti ammazzati, magistrati democratici scippati, anarchici defenestrati si parte nel 1969 quando ministeri e questure precostituivano la colpevolezza degli anarchici, manipolavano e nascondevano le prove contro i fascisti e il Sid, proteggendo solo se stessi e la propria strage.
Mentre nel 1984 il quotidiano La Repubblica a firma M. Fuccillo, scriveva nel testo: “Dove abita il partito della strage”, queste parole:
Forse un giorno i giudici ci diranno chi è stato. Ma oggi subito, la gente vuole sapere perché. E la prima risposta è dura: in Italia c’ è un partito della strage che non è mai stato fermato, che non ha mai smesso di lavorare. Non si può dire che non sia mai stato scoperto perché molte cose si sanno di lui e fin troppe sono le tracce che ha lasciato in 15 anni.
Sempre sulla strage, il quotidiano Lotta Continua dopo uno dei processi scriveva:
Gli assassini fascisti sono noti; sono noti i loro covi; sono noti i loro caporioni, i loro mandanti, i loro manovratori nei corpi dello stato.
Secondo molte personalità politiche, sociali e culturali che hanno testimoniato, scritto e analizzato anche osservando il terrorismo e come agisse negli anni della tensione politica caratteristica degli anni 70, la memoria andava e va preservata attraverso la narrazione, la raccolta e non solo con delle commemorazioni, la controinformazione ha sempre svolto questo compito.


La controinformazione femminista negli anni 70

Se da una parte vi erano i movimenti politici che si ponevano come neutri, dall’altra vi era una controinformazione portata avanti come separatista da collettivi femministi.
effe nasceva nel mese di febbraio del 1973 e voleva essere (come poi fu effettivamente) un settimanale dedito alla controinformazione al femminile.
Per un brevissimo periodo effe venne pubblicato su base mensile dall’Editore Dedalo in seguito e fino alla sua chiusura, la pubblicazione avvenne in autogestione dalla Cooperativa Effe .
Oggi effe è in formato digitale, è divenuto archivio. E lo scopo è non solo quello di mantenere viva la memoria del movimento femminista della seconda ondata, ma anche di ripartire da quest’ultimo, quindi da un analisi che parta dalla differenza di genere che si esplica nella società, per riprendere la strada delle rivendicazioni femministe nel tempo attuale.
Il movimento femminista della seconda ondata si mosse anche in altre direzioni. Oltre alle riviste cartacee assunse la direzione anche attraverso la radio, così nacquero delle radio femministe (quella di Roma era molto conosciuta) dove interagire sui diversi temi del presente e della storia del sistema patriarcale.
La radio è d’altra parte uno dei canali della controinformazione negli anni 70.
L’immaginario stava cambiando e un approccio nuovo si stava affermando. I canali per diffonderlo erano molteplici, non di meno l’arte, il teatro e molti altri vennero impiegati dal movimento femminista come canali di controinformazione, ma anche da tutti gli altri movimenti.
Le radio libere e la controinformazione
Nell’etere le Radio Libere divennero migliaia, ciò avvenne sempre negli anni 70 in un Italia che apre la pista alla radiofonia indipendente.
La radiofonia indipendente prende piede con radio come:

Radio Alice

Radio Città Futura

Radio Aut

Controradio
Radio Alice è stata una delle voci dissidenti, rientrante pienamente in quel novero definito come “radio libera”. Le trasmissioni erano prevalentemente anarchiche, e l’indirizzo politico era questo.
La radio venne chiusa in passato, per poi riaprire e ripartire con la sua programmazione, fino ai giorni nostri.
Radio Città Futura ancora oggi esistente e a trasmissione locale sul Lazio, con una programmazione di controinformazione e ospitante voci libere, venne fondata anch’essa negli anni delle radio libere per poi modificarsi nel tempo e col trascorrere dello stesso.
Radio Aut ebbe una nascita e una morte molto veloce, venne fondata come Radio Libera da Peppino Impastato diventando brevemente una voce forte di controinformazione incentrata sullo smascherare gli affari mafiosi in quel di Terrasini ma non solo.
Venne chiusa l’anno successivo alla nascita.
Controradio ennesima radio ancora oggi esistente, nasceva invece nel 1975 a Firenze, e al tempo era vicina alle posizioni di Autonomia Operaia, una radio che oggi continua a fare controinformazione.


Il movimento no global e la controinformazione


Una reale ripresa della controinformazione la si deve al cosiddetto Movimento Altermondialista, definito più comunemente come No Global, un movimento eterogeneo che ospitava tra le sue fila diverse sensibilità politiche che convergevano su molti punti ideologici quali la necessità di Pace, un modello economico non ancorato a liberalizzazioni e privatizzazioni, modello da rifiutare in toto in questo caso e altri fattori fondamentali e di base che erano piuttosto condivisi.
Il sostrato di quel Movimento (detto anche Movimento dei Movimenti) non sono riusciti però a stroncarlo, come non hanno stroncato in maniera definitiva nemmeno i movimenti degli anni 70, benché si illudano di averli sradicati in maniera definitiva.
Si può dire che il Movimento Altermondialista sia una forma indiretta dei più vasti Movimenti politici e sociali degli anni 70?
L’economia capitalistica ha attraversato diverse fasi, oggi viviamo quella neoliberista che potremmo dire (senza sbagliare) si trova davanti al suo fallimento anche se la sua stessa base è un fallimento, il neoliberismo nasceva alla fine dei movimenti collegati all’onda degli anni 70.
La controinformazione dei Movimenti anti globalizzazione neoliberista (ovvero del capitalismo di questa fase storica contemporanea) si sono fatti sentire attraverso le voci di Indymedia (chiusa con sistematicità nei suoi vari nodi in diversi periodi del passato) e altre voci che sono sfuggite all’epurazione e che oggi operano spostandosi e portando comunque controinformazione.
Nell’ottica neoliberista ogni tipologia di sfruttamento viene classificata come “libera espressione” si comprende quindi quanto sia essenziale opporsi ad una tale visione del mondo che si può considerare come un ultra-capitalismo.
Infatti i movimenti anti G8 alla loro base avevano questa critica al neoliberismo quale modello sociale totalizzante, in questo aspetto si trovavano a fronteggiare un genere di capitalismo che nasceva e si sviluppava a partire dalla metà degli anni 70, quindi ai primordi in quel periodo, i fondatori ed i fondamenti del neoliberismo, diffusi da Friederich von Heyek, Milton Friedman e Keynes che lo profetizzava iniziavano ad esplicitarsi negli anni 70, ma nei 90 si erano ampiamente stabilizzati.
Alcune delle proposte del Movimento No Global erano già state avanzate negli anni 70, quelle di stampo socialista, anarchico e comunista, anche alcune di stampo pacifista e cooperativista, in questo Movimento spiccarono anche figure come Vandana Shiva ancora oggi impegnata nel proporre un modello di sviluppo che rispetti la terra e non la deturpi, le ragioni ambientaliste trovarono eco in tale Movimento che come detto era molto eterogeneo e sapeva fare controinformazione attraverso l’uso di quello che al tempo era un nuovo strumento, il web.
Una parte del Movimento No Global era indigena e per la prima volta dopo molti anni (sempre dagli anni 70) le culture di pace indigene riprendevano parola e avevano un eco, e loro stessi erano testimoni di come il capitalismo nella sua ascesa speculativa neoliberista stava cambiando i connotati a terre troppo spesso dimenticate, sterminando popoli nativi (cosa che continuano a fare, basti vedere Bolsonaro… ma non solo lui).
Indymedia riportava tutto, con capacità di sintesi e in maniera cronologica, era una voce fortemente dissidente che seguì anche dall’interno le manifestazioni anti G8 a Genova realizzando dei filmati di ciò che accadde in quei giorni.
Il motto di Indymedia era il seguente: “Non odiare i media, diventa i media”.


Le altre forme di controinformazione

La controinformazione che si è mossa ad ondate storiche ha impiegato diversi strumenti e canali espressivi per affermarsi, che si trattasse di fotografia, con servizi fotografici che evidenziassero le alterità perennemente oscurate dalla visione per le masse a cui dare in pasto versioni precostituite, o al teatro, ma anche la musica ha “prodotto” controinformazione come lo ha fatto un certo tipo di danza o alcune forme artistiche portate avanti in vari periodi, anni 70 in primis.
Tano D’amico ad esempio svolge un lavoro fotografico importantissimo, documentando le classi e le genti che protestano, focalizzandosi spesso sulle donne e sulla loro marginalità politica e sociale, sui canoni a cui sono sottoposte. Ma D’amico documenta anche proteste e lo fa scegliendo il bianco e nero, con una nitidezza e un impatto visivo che lo hanno sempre contraddistinto.
Lui chiama l’oppressione: “la guerra ai poveri” e pone in essere tale tematica di controinformazione fissandola con i suoi scatti, lo fa da anni caratterizzandosi come voce dissidente.
Altri artisti come Dario Fo si opposero alla strategia della tensione continuando ad esibirsi, a portare la loro forma di controinformazione a teatro, l’artista nel 2015 in un intervista rilasciata all’adnkronos scriveva: “Negli anni ’70 in Italia saltavano in aria treni e stazioni ma non ci arrendemmo alla paura, se lo avessimo fatto, se ci fossimo chiusi in casa, se avessimo sospeso gli spettacoli, avrebbe vinto la strategia della tensione. Adesso bisogna fare lo stesso”.
Poi vi fu Paolo Pietrangeli con la sua “contessa” canzone simbolo della protesta di sinistra, che divenne di fatto una canzone del popolo, che percorse le strade delle proteste politiche negli anni 70.
Altri nomi furono quelli di Pino Masi e Claudio Lolli.
In campo musicale e restando su questo, Pino Masi si poneva come cantastorie, andando a recuperare anche un archetipo molto antico, il canta storie ha percorso la storia rivelando verità scomode ma facendolo adottando linguaggi non convenzionali.
Scrisse su Pinelli e lo fece da militante politico.
Claudio Lolli morto due anni fa, era considerato come uno dei cantanti più impegnati politicamente in quell’onda degli anni 70. Venne annoverato nella corrente essenzialista, epico il suo album: “Ho visto anche degli zingari felici ”.
Divenne professore e lottò fino alla sua morte.

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