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Dallo stato sociale alla socialità collettiva

Come scriveva un lucido, razionale e intuitivo Berneri all’inizio del ‘900, la rivoluzione non può abbattere lo stato con tutte le sue strutture sociali che dispensano pensioni, stipendi per i dipendenti, cure sanitarie gratuite, istruzione pubblica e gratuita (allegato 2). La rivoluzione deve essere lenta e graduale e deve andare sostituendo tutte quelle forme di potere accentrato con forme di partecipazione collettiva al potere. Berneri scriveva già di “comunalismo libertario”, un concetto molto simile al municipalismo libertario elaborato da Murray Bookchin.

Attraverso la rivoluzione economica anche quelle forme di assistenza pubblica definite “stato sociale” non vengono eliminate ma controllate collettivamente, attraverso le fondazioni, si trasformano in una sorta di socialità collettiva. Le fondazioni dovranno, quindi, occuparsi anche di assicurare adeguato accesso al potere economico a chi per questioni fisiche, di età, di infortuni non potrà prestare il proprio lavoro.

Un’accusa che potrà essere rivolta a questa rivoluzione economica è il dubbio che le fondazioni siano realmente capaci di pagare stipendi ai lavoratori delle aziende e poi nelle fasi più inoltrate della rivoluzione stessa di pagare addirittura pensioni. La risposta è semplice ed intuitiva: se con l’attuale sistema, che vede la maggior parte delle ricchezze concentrate nelle mani di poche persone, riesce a reggersi, come può un sistema che vuole ridistribuire il potere economico e quindi la ricchezza stessa, la moneta stessa, attraverso forme di gestione collettiva di ogni attività economica, non riuscire a sostenere l’accesso degli individui al potere economico?
Come scriveva a suo tempo Carlo Cafiero, vi sarebbe abbastanza ricchezza, abbastanza potere per tutti.

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