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E’ giusto finanziare le aziende in difficoltà?

Molto spesso, di recente, attraverso i media abbiamo appreso la possibilità che il governo italiano, quello europeo e quello americano finanziassero grosse aziende o banche in difficoltà per salvarle dal fallimento. In un primo momento è stata approvata una legge in Italia che prevedeva l’intervento dello stato per salvare i risparmi degli italiani depositati nelle banche. Con quel provvedimento si garantiva che quei soldi si sarebbero mossi solo in casi estremi e solo per restituire ai risparmiatori perdite relative alle crisi bancarie. E così è stato, non sono quei soldi a riempire le casse delle banche ma quelli stanziati recentemente da un altro provvedimento. E che sia la Banca d’Italia a fare da arbitro in questi aiuti la dice lunga sugli interessi in gioco (una banca centrale controllata da banche private che deve valutare le situazioni delle banche private per decidere a chi saranno destinati gli aiuti dello Stato, e non della banca centrale, è un sistema tipicamente italiano).
Ma la domanda che bisogna porsi è perchè uno Stato che non ha grandi politiche sociali e di aiuto ai cittadini in maggiori difficoltà economica possa permettersi il lusso di sostenere e concedere aiuti economici alle maggiori aziende e banche che rischiano il fallimento. La cosa più grave è che lo Stato sono tutti i cittadini. E’ come se tutti i cittadini, nonostante la crisi e la maggiore povertà che va diffondendosi, approvino che si concedino aiuti a grosse banche che mal gestiscono i risparmi degli italiani piuttosto che ai singoli cittadini che perdono il lavoro e che non riescono più a dare da mangiare ai loro figli. C’è qualcosa che non va in questo ragionamento ed è dato dal fatto che non sono i cittadini a decidere ma quei rappresentanti da loro eletti giudati da uno degli individui più ricchi del paese. Un uomo d’affari di quel calibro, è piuttosto logico, non può non sostenere quelli che per le sue attività economica risultano essere partner o finanziatori.
L’utilitarismo ci ha insegnato che un’azione deve cercare di portare quanto più bene possibile per quante più persone possibili. Allora si potrà obiettare che sostenere una grande azienda in crisi è di aiuto per quei dipendenti che ci lavorano e che ci traggono sostentamento per loro e la loro famiglia. Ma il maggior bene, con un aiuto pubblico ad una azienda privata, lo si porta ai pochi proprietari dell’azienda stessa che conservano in questa maniera il privilegio di possedere l’azienda e di approfittare (trarre profitto da) delle persone che per quell’azienda lavorano.
Bisogna quindi fare chiarezza su un punto ricordando insegnamenti classici: il lavoro di un dipendente per un privato è un’attività di tipo servile che porta profitto al privato che in questa maniera si arricchisce. Se lo stesso dipendente lavorasse per un’azienda pubblica il suo servizio sarebbe reso all’intera comunità in quanto eventuali guadagni da questo procurati andrebbero a vantaggio delle casse dello stato che risulta proprietario di quell’azienda.
Ecco che quindi la condizione dei lavoratori può essere salvaguardata comunque se, invece che gratuiti aiuti, lo Stato acquisisse completamente o solo parzialmente aziende e banche in difficoltà. I posti di lavoro sarebbero comunque tutelati e si darebbe, al lavoro del dipendente, un valore di servizio alla comunità piuttosto che condizione servile nei confronti dell’imprenditore.
Un ragionamento di questo tipo può sembrare in controtendenza rispetto alla politica di privatizzazioni degli ultimi 16 anni circa (vedi smantellamento I.R.I.) ma, a rigor di logica, quello più “utile”.

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