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Forme di opposizione al razzismo istituzionalizzato

di Gianni De Giglio

Il Cie, il Cara, il Ferrhotel, l’ex-scuola Socrate, piazza Umberto. Luoghi ben diversi, diverse composizioni sociali e di classe dei migranti che stanno segnando le lotte a Bari dell’ultimo anno.
Forse questi luoghi possono aiutare la ricostruzione del conflitto sociale e la specifica composizione migrante fatta di comportamenti, organizzazione, condizioni lavorative in cui sono inserite le vite dei migranti in un paese dove il razzismo istituzionale e legislativo da 15 anni a questa parte è dilagante.
Il Cie e il Cara. E’ fine 2005, dopo Borgo Mezzanone a Foggia e Restinco a Brindisi, nella periferia nord di Bari apre un centro detentivo per migranti. I Cpt (Centri di permanenza temporanea) sono istituiti nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano e poi tramutati in Cie (Centri di identificazione ed espulsione) dalla legge Bossi-Fini nel 2002. Anche a Bari ha inizio il limite dello Stato, che pensa all’immigrazione pensando a se stesso; “perché l’immigrazione rappresenta il limite dello stato nazionale, quel limite che mostra ciò che esso è intrinsecamente, la sua verità fondamentale. Lo Stato, per sua stessa natura, discrimina e così si dota preventivamente di tutti i criteri appropriati, necessari per procedere alla discriminazione, senza la quale non esiste lo stato nazionale” (A. Sayad, in “La doppia assenza”. Cortina, Milano, 2002). Le rivolte degli ultimi mesi nel Cie di Bari-Palese dimostrano nei fatti l’incompatibilità tra lo Stato e l’immigrazione. Ferite e lividi sui migranti, bagni e dormitori lasciati al degrado e alla sporcizia, testimoniate dal un filmato choc, riassumono le poche parole di un migrante recluso: “E’ meglio il carcere! Qui ci trattano da cani”.
A poche centinaia di metri dal Cie sorge il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo). In attesa dell’asilo politico è qui che stazionano per alcuni mesi migliaia di migranti, che scappano dall’Africa e dal Medio Oriente a causa di guerre e dittature, il più delle volte provocate dagli interessi economici e geo-strategici dei paesi occidentali.
Il Ferrhotel e l’ex-scuola Socrate. Si tratta di strutture entrambe situate in quartieri residenziali e centrali della città, occupate tra l’ottobre e il dicembre del 2009 da migranti arrivati qualche anno prima in Italia – non ancora inseriti nel sistema produttivo – che non avevano luoghi in cui vivere, dormivano per strada, tra le aiuole buie della periferia e nella stazione ferroviaria.
Le due occupazioni hanno segnato la fase costituente di un conflitto per diritto alla casa e alla cittadinanza; una risposta al di fuori dei meccanismi di rappresentanza politica e sindacale. A distanza di un anno, da un lato tendono tuttora a mantenere relazioni e gerarchie mutuate dai paesi di origine, dall’altro hanno permesso momenti di soggettivizzazione dei migranti stessi.
Nella loro condizione provvisoria senza le minime prestazioni, quali luce e acqua, gli e le occupanti del Ferrhotel e dell’ex-Socrate hanno iniziato a parlare alla città, alle istituzioni locali. Le loro storie sono diventate una lente di ingrandimento che stanno mettendo a nudo l’incapacità dell’amministrazione comunale nell’adempiere alla cosiddetta seconda accoglienza. Occupazioni che hanno messo a nudo lo sperpero di risorse pubbliche e finanziamenti europei destinati ai migranti, ma gestite in forma autoreferenziale dal mondo dell’associazionismo antirazzista, intento a considerare i migranti “fruitori di servizi” nell’ottica di logiche solidaristiche che non vanno oltre l’evocazione astratta dei diritti e di una fantomatica integrazione, che si vuole risolvere con l’assimilazione a stili di vita e regole preconfezionate. L’esempio della tendopoli di fronte alla Fiera del Levante e dei dormitori regolati da orari di entrata ed uscita e gestiti da terzi sono l’esempio lampante di politiche da “razzismo democratico”.
Piazza Umberto. A Bari è il luogo di incontro, di crocevia di relazioni sociali dei e delle migranti. E’ il luogo da cui è partito il corteo dello sciopero dei migranti del primo marzo scorso. Un’occasione che ha fatto emergere la distanza siderale tra l’arcipelago sindacale di sinistra, sia di base che confederale, e le migliaia di storie personali e collettive dei migranti fatte di sfruttamento ed esclusione. In Puglia, il primo marzo non c’è stato lo sciopero “classico”, ma si sono rese visibili esperienze, anticipazioni, comportamenti della moderna composizione della classe migrante.
E’ apparsa, infatti, la formalizzazione della politica di disciplinamento della forza lavoro migrante. Non solo la legge Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, ma anche tutti quei provvedimenti della Giunta regionale, che con la costruzione degli alberghi diffusi nelle campagne del foggiano, con l’allestimento delle tendopoli nel Salento ha istituzionalizzato l’inserimento dei migranti nel sistema produttivo pugliese. Un sistema “regolato” sui posti di lavoro da condizioni di sfruttamento intensivo, violento e stagionale: dalle campagne dei pomodori a quelle delle olive, dal settore turistico a quello della ristorazione, dove la finalità è quella di consumare velocemente la forza lavoro viva migrante all’interno di un modo di produzione e di un sistema economico che si tramuta in un immenso Centro di permanenza temporanea, senza alcuna validazione giuridica e legislativa, in assenza di qualsiasi tutela contrattuale e sindacale. Luoghi di lavoro dove la forza lavoro migrante vive un doppio sfruttamento: quello del legame tra permesso di soggiorno e l’assenza di lavoro regolare, sostituito invece da caporalato, lavoro nero, temporaneo, nell’ottica di fare della persona una merce: quella dell’”usa e getta”, funzionale al capitalismo globalizzato.

Questo è stato uno dei motivi per il quale è stata promossa il 28 novembre scorso a Bari dall’Assemblea autorganizzata, composta da comitati di supporto ai migranti, collettivi studenteschi, di genere ed lgbt, una manifestazione antirazzista contro le discriminazioni, lo sfruttamento e la repressione, che ha visto la partecipazione di centinaia di migranti, insieme a lavoratori e lavoratrici precarie, scese in piazza con una pluralità di storie individuali, ma condensate in un’azione comune, pronte a sperimentare percorsi di soggettivizzazione e di auto rappresentanza.