Accanto ai Grimori, così carichi di fascino e di mistero, esistono dei testi considerati essenziali da ogni magista, che in parte hanno dato vita se non addirittura ispirato molte delle opere fino ad ora menzionate; in questa ottica sarebbe bene concludere questo lavoro facendo una breve panoramica di quelli che sono considerati i classici per eccellenza nella storia della Magia Rinascimentale, aggiungendo qualche breve notizia sul loro autore.
Grazie a Pico della Mirandola e a Marsilio Ficino, il Rinascimento cominciò ad allargare i propri orizzonti, aprendosi a strade originali e tentando per la prima volta di collegare tutto il sapere esoterico, la filosofia naturale e la religione. Si deve a Pico il grande merito di aver fatto nascere il Cabalismo Cristiano, che non voleva dare un’interpretazione cristiana alla Cabala, ma analizzare il Cristianesimo con gli stessi metodi usati dagli studiosi ebrei per scoprire verità nascoste nei testi sacri. Le sue tesi furono giudicate troppo audaci ed eretiche, ma dopo di lui partirono tanti altri, percorrendo la stessa strada. La diaspora del 1492 (proprio l’anno della scoperta dell’America) vide molti Ebrei, cacciati dalla Spagna, venire a rifugiarsi nella più tollerante Italia e rinvigorì l’interesse per la Cabala.
Nel 1517 Johannes Reuchlin diede alle stampe il “De arte cabalistica”. Nato vicino a Baden nel 1453, Reuchlin era figlio dell’amministratore del convento dei Domenicani. Terminati gli studi universitari a Friburgo ed alla Sorbona e cominciato lo studio dell’ebraico, egli si interessò al problema degli ebrei e alle loro condizioni di vita nella società del tempo; si impegnò in dure polemiche a loro difesa, ragion per cui fu preso di mira dagli inquisitori; trascorse molti anni fra condanne e assoluzioni, fino alla sua morte. L’opera era scritta sotto forma di dialogo e narrava l’incontro fra un maomettano di Costantinopoli, tale Marrano, e un tedesco seguace delle dottrine di Pitagora, di nome Filolao.
Questi due uomini erano giunti a Francoforte per incontrarsi con Simone, famoso cabalista ebreo; questi, invitati gli ospiti a casa sua, aveva illustrato loro i rudimenti della Cabala, spiegando i motivi per cui il mago, conoscendola, poteva operare miracoli. La Cabala era una teologia simbolica, nella quale non solo le lettere e i nomi, ma le cose stesse erano segni divini. Essa non poteva
“essere ricercata né attraverso il contatto rozzo dei sensi, né attraverso gli argomenti inoppugnabili della logica. Il suo fondamento si trova nella terza regione delle conoscenze, dove non esiste prova evidente, né sillogismo dotato di forza dimostrativa. L’arte del cabalista è il mezzo per giungere alla conoscenza simbolica ed il cabalista è il tramite con cui Dio può compiere miracoli. Senza la Cabala sarebbe impossibile per l’uomo arrivare alla comprensione delle realtà divine, che non sono soggette alle argomentazioni razionali dei mortali, né ai sofismi irti di spine delle dispute, né ai sillogismi umani, proprio in virtù della loro natura divina”.
Reuchlin situava l’uomo a metà fra il mondo fisico ed il mondo soprasensibile; egli poteva conoscere il primo con i sensi e con la ragione, il secondo con la mente; la mente era quindi considerata superiore alla ragione, perchè era l’occhio dell’anima e poteva vedere il divino.
Nel 1539 vide la luce una traduzione commentata dello Zohar ad opera di Guillaume Postel, a cui si attribuisce anche la prima traduzione latina del Sepher Yetzirah. Nato a Dolerie nel 1501, Postel divenne maestro di una scuola di campagna, poi entrò nel collegio parigino di Sainte Barbe come inserviente tuttofare. Qui approfittò dei libri raccolti nella biblioteca per imparare, da autodidatta, il greco, l’arabo e l’ebraico. Il suo ingegno fu notato e Postel fu mandato al seguito di una missione diplomatica presso Suleiman il Magnifico; il medico ebreo del sultano gli regalò un volume sulla Cabala, che per lui fu una vera folgorazione. Tornato a Parigi, pubblicò alcuni libri, tra cui lo Zohar, che gli valse la nomina a professore di lingue orientali al Collegio Reale. Qualche anno dopo ebbe, però, una profonda crisi spirituale e si credette chiamato a realizzare la pace universale, unificando le tre grandi religioni. Andò quindi a Roma allo scopo di interessare alle sue idee Ignazio di Loyola, il fondatore dell’ordine dei Gesuiti, ma questi lo prese per matto e senza molti complimenti lo fece rinchiudere. Uscito dall’ospedale, Postel trovò un posto di elemosiniere presso l’ospedale San Giovanni di Venezia, dove conobbe una cuoca cinquantenne analfabeta, Giovanna, che egli vedeva come la redentrice del mondo e della quale si innamorò. Finito sotto processo per una denuncia anonima fatta all’Inquisizione, fu dichiarato pazzo e lasciato libero. Nel 1551 morì Giovanna ed egli riprese l’insegnamento con grande successo. Ma due anni dopo destò scandalo, pubblicando un libro in cui affermava che l’anima della sua innamorata si era reincarnata; costretto dall’Inquisizione a ritrattare, si ritirò poi in un monastero, dove rimase fino alla morte a meditare ed a suonare il violino.
Nel 1533 uscì il De occulta philosophia di Enrico Cornelio Agrippa von Nettesheim. Chiamato anche l’”Arcimago”, egli nacque a Colonia nel 1486 e visse una vita errabonda che lo portò a girare tutta l’Europa a causa delle continue denuncie di magia ed eresia che lo perseguitavano. Dopo gli studi umanistici si interessò di astrologia e si recò alla corte di Margherita d’Austria, da dove dovette fuggire per i potenti nemici che si era fatto per il suo carattere battagliero e la sua lingua pungente. Andò a Parigi, a Londra, a Venezia, poi in Italia, sbarcando a fatica il lunario con l’insegnamento di teologia. Conobbe il carcere ed il fallimento di due matrimoni. Morì a Grenoble nel 1536, in estrema povertà. La sua opera sulla filosofia occulta (2), altra definizione della magia, fu pubblicata pochi anni prima della sua morte e costituisce il più famoso manuale di magia.
Felice sintesi di alchimia, cabala, magia e filosofia naturale, essa tentava di dare una risposta al problema dell’analisi della struttura della scienza, problema che si trascinava irrisolto dal Medioevo, e cominciava separando la scienza rigorosa dalle ciarlatanerie, dalle superstizioni e dagli imbrogli. Il mago veniva da lui definito “uomo saggio, sacerdote e profeta, non individuo superstizioso e demoniaco”.
Per Agrippa i mondi erano tre, elementare, celeste e superiore; questi mondi erano collegati in modo tale che le virtù del mondo superiore fluissero negli altri. L’uomo era un microcosmo, che racchiudeva in sè tutto ciò che esisteva; per questo egli poteva conoscere la forza spirituale ed operare. Con la magia, scienza elevatissima, egli era in grado di asservire i tre mondi: con la magia naturale padroneggiava il mondo fisico, con quella celeste imparava a servirsi degli influssi astrali, con quella cerimoniale comandava angeli e demoni. Dopo aver chiarito che il termine “filosofia occulta” indicava la magia, scienza teorica e pratica della natura, insieme fisica e metafisica, Agrippa precisò che i miracoli dei Santi erano violazioni delle leggi naturali, quelli dei Maghi no, perché non erano veri miracoli, ma solo anticipazioni degli effetti che la natura era comunque in grado di produrre da sola. Agrippa afferma che “la magia è una scienza sperimentale ed i suoi fenomeni non sono più trascendenti di altri. Chi li provoca lo fa applicando leggi naturali di cui ha la conoscenza; quindi la magia è semplicemente la scienza integrale della natura ed i suoi presunti prodigi non sono altro che il risultato della esplicazione delle forze naturali, miracoli in senso etimologico, cioè cose degne di essere mirate” Ed anche nel Lemegeton, un famoso manuale pratico di magia, viene ribadito che “la Magia è la più alta, la più assoluta e la più divina conoscenza della filosofia della natura, giusta comprensione delle nascoste caratteristiche di ogni cosa; i Maghi non sono altro che dei profondi e diligenti studiosi della natura; essi sanno come produrre effetti che agli altri appaiono come incredibili meraviglie” Elencava poi le caratteristiche degli elementi fisici, come la terra, il fuoco, l’aria e l’acqua; rivelava i poteri occulti delle cose e delle persone, le segrete proprietà dei numeri, l’influenza dei pianeti sul mondo, per finire con la magia cerimoniale, che metteva il mago in contatto col mondo divino. Il libro era ricchissimo di formule, incantesimi, rituali, spiegazioni sulle procedure che il mago doveva seguire; ancora oggi è il testo sacro di ogni operatore di magia.
Il Cinquecento ci ha regalato altre eccezionali figure di filosofi-maghi, quelli che Garin chiama i “cavalieri erranti del sapere”.
Paracelso, il cui nome completo è Philipp Theophrast Bombast von Hohenheim, detto in seguito Paracelso, nacque in Svizzera ad Einsiedeln nel 1493; dal 1509 al 1515 frequentò a Wurzburg la scuola dell’abate Giovanni Tritemio, umanista, teologo e taumaturgo tedesco, inventore di un sistema ermetico su base astrologica e cabalistica, la Steganographia, che si dice dia la chiave di tutte le scritture occulte (5). Era un giovane medico quando, nel 1517, Martin Lutero, monaco agostiniano e professore di teologia, affisse secondo l’usanza dell’epoca, le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesetta del castello di Wittemberg, tesi destinate a dividere ed a sconvolgere il mondo cristiano. Anche Paracelso sconvolse i colleghi, quando bruciò pubblicamente i libri di Galeno e di Avicenna, contestando le dottrine mediche contemporanee. Non gli perdonavano il suo caratteraccio irascibile, i suoi abiti trasandati, l’abitudine di esprimersi in un tedesco dialettale invece che in latino, il suo familiarizzare con gli studenti, ritrovandosi con loro a bere birra all’osteria, i suoi medicamenti semplici e poco costosi, che avevano la sfacciataggine di guarire la gente. I colleghi lo chiamavano sprezzantemente “Lutherus medicorum”; con pari disprezzo rispondeva di essere il monarca dei medici, non l’eresiarca, e li accusava di esercitare una medicina da macellai. Espulso continuamente dalle città in cui arrivava, Paracelso viaggiò per tutta l’Europa, “vedendo da lontano la patria sua”, raccogliendo il suo sapere medico dai dotti colleghi come dagli umili, dai barbieri e dalle donnette di campagna, dai guaritori ambulanti e dagli alchimisti. Chiamato “il maledetto”, considerato uno stregone e un alchimista, fu invece colui che gettò le basi della chimica farmaceutica, materia che insegnò all’università di Basilea per alcuni anni.
Paracelso scrisse più di settanta opere, le più importanti delle quali sono l’Opus paragranum del 1530 e l’Opus paramirum del 1531, pubblicate postume, in cui espose la sua concezione del mondo che si evolve chimicamente (6). L’uomo è un microcosmo che riflette il macrocosmo; essenziale per la sua salute è vivere in armonia in ognuna delle sue parti. Basi della salute sono la conoscenza della teologia, che permette di usare gli influssi del divino per intervenire sull’umano; dell’astrologia, per utilizzare l’influsso degli astri, da cui dipendono sia le malattie che le loro cure; dell’alchimia, che consente di individuare l’essenza delle cose. Il medico deve formarsi a partire dalla natura e conoscere l’uomo con precisione, ricavando la propria scienza dallo specchio dei quattro elementi e rappresentandosi il microcosmo nella sua interezza. Paracelso morì nel 1541 a Salisburgo; fu sepolto nel cimitero di San Sebastiano, in una tomba che fu fino al secolo scorso meta di pellegrinaggi, perché una leggenda diceva che una preghiera sulla lapide proteggesse dalle epidemie.
Girolamo Cardano nacque a Pavia nel 1501 ed è un esempio della versatilità e della bizzarria dei maghi cinquecenteschi. Fu mago, medico con la fama di guaritore, astrologo, matematico, inventore e interprete di sogni. A lui si attribuisce, forse erroneamente, l’invenzione del giunto cardanico. Scrisse il primo trattato di algebra, l’Ars magna, nel 1545; fu un sostenitore della rieducazione dei minorati psichici e della necessità di analizzare le precedenti malattie nelle famiglie di due fidanzati per mettere al mondo figli il più possibile sani, quella che adesso si chiama eugenetica. La sua caratteristica fu la cultura enciclopedica, che lo portò a scrivere di tutto e in certi casi anche il contrario di tutto: per lui l’astrologia aveva la dignità di una vera scienza e subì un processo per aver fatto l’oroscopo di Gesù Cristo. Ebbe una vita avventurosa ed a tratti tragica; subì rovesci finanziari alternati a periodi di fama e di ricchezza; solo la figlia gli fu devota. Un figlio fu giustiziato per uxoricidio, l’altro lo denunciò al Santo Uffizio come mago; morì nel 1576, proprio mentre stava preparando la sua difesa alle accuse sostenute dal figlio.
Francesco Bacone nacque a Londra nel 1561; dopo aver studiato a Cambridge ed a Parigi, si dedicò all’attività politica. La modernità del suo pensiero è nel radicale rifiuto della Scolastica, delle verità già sapute da trasmettere a favore di verità nuove, sperimentate da gruppi di scienziati organizzati, per arrivare a “industriose osservazioni, conclusioni fondate, invenzioni e scoperte utili al genere umano”. Il suo progetto è l’atto di nascita dell’umanesimo scientifico. Per Bacone, che fu il fondatore della prima Accademia delle scienze, la sovranità dell’uomo stava nella conoscenza e l’uomo doveva continuare il tentativo magico di rendersi padrone della natura; ma la magia doveva essere spogliata di errori e vanità ed arricchita di metodi progressivi e collaborativi, che non aveva.
Bacone viene spesso visto come un avversatore della magia, principalmente per le sue critiche a Paracelso, che chiamò “fanatico accoppiatore di fantasmi” e ad Agrippa, da lui definito “triviale buffone che fa di ogni cosa un’ignobile farsa”, per non parlare di Cardano, “affannato costruttore di ragnatele”. Le ragioni della feroce polemica stavano nel fatto che i maghi, come scrisse nella Redargutio philosophiarum, realizzavano cose prodigiose solo per suscitare ammirazione intorno alla figura del sapiente, non per essere utili agli uomini; ed in questo egli colpiva giustamente un certo tipo di magia manipolativa ed ingannatrice. La tecnica e le arti meccaniche venivano dai maghi considerate un mezzo per dominare gli uomini, mentre per Bacone dovevano essere metodi per migliorare le condizioni di vita di tutto il genere umano. Egli non riuscì ad interessare il re ai suoi progetti; “il mio zelo veniva da tutti scambiato per ambizione”, scrisse amareggiato ad un amico. Non gli vennero concessi né i laboratori, né gli strumenti tecnici, né la possibilità di scambi culturali che aveva richiesto. Accusato e processato per peculato nel 1621, fu condannato alla prigione ed alla perdita dei diritti civili. Perdonato dal re, si ritirò a vita privata e continuò a sviluppare il suo pensiero, base del moderno empirismo.
Nel 1558 venne stampata a Napoli la Magia naturalis, sive de miraculis rerum naturalium di Giovan Battista Della Porta, filosofo, mago (7), autore di piacevoli commedie ed esperto di ottica, tanto da contendere a Galileo il brevetto del cannocchiale. Sintesi di tutti i precedenti filosofi, il Della Porta parlò della magia naturale come della suprema sapienza; fervido sostenitore dell’astrologia, collezionista di vegetali e minerali, coltivò piante esotiche raccolte nei suoi viaggi ed anche il primo orto botanico. I suoi testi, ricchi di immagini, furono più volte ristampati ed ampliati ed ebbero molto successo, nonostante l’esposizione un po’ confusa. Egli dava consigli dietetici e cosmetici, affermava che tutto ciò che accadeva era causato dagli “umori”, che dipendevano dal tipo di alimentazione e di attività lavorativa svolta. La sua magia si basava sulle corrispondenze fra uomo, piante ed animali. Elencò una serie di miracolosi eventi, dei quali rifiutò di dare spiegazioni, perché “chi non presta fede ai miracoli della natura distrugge ogni filosofia”.
La Magia naturalis fu una delle prime opere ad essere proibite; infatti il continuo fiorire di pubblicazioni su temi di astrologia, alchimia e magia, in particolare i Grimori, convinse il papa Paolo IV, che stava partecipando al Concilio di Trento, ad istituire nel 1559 l’Index librorum proibitorum, la lista nera che segnalava i testi la cui lettura poteva portare alla dannazione le anime dei fedeli; può sembrare incredibile, ma nell’elenco finirono perfino le Bibbie in vulgata, perché venivano accettati solo i testi “colti” in latino. Questo papa incarnava benissimo lo spirito della Controriforma: intransigente, feroce avversario di ogni idea eterodossa e di qualsiasi forma di eresia, combattè tanto i maghi quanto i Protestanti; sostenitore dell’Inquisizione, era talmente odiato che, alla sua morte, il popolo gettò nel Tevere tutte le statue che lo raffiguravano.
L’inserimento nell’indice non impedì che circolassero numerose copie dei libri proibiti, anzi, fu proprio alla pubblicazione di uno di essi che si rinnovò l’interesse per l’alchimia. Infatti nel 1612 l’editore parigino Charles Sevestre pubblicò il Toson d’oro, o fiore dei tesori, traduzione francese dell’opera tedesca Splendor solis di Salomon Trismosino, precettore di Paracelo, l’opera aveva ventidue illustrazioni, che divennero celeberrime, perché riportate in tutti i successivi trattati di alchimia. Il nome Trismosino, che vuol dire “tre volte memore”, era lo pseudonimo di un maestro, che aveva rivelato a Paracelso il segreto della pietra filosofale; anni prima egli aveva saputo da un certo Flocker che era possibile tramutare il piombo in argento o in oro.
“Quando ero un giovane apprendista- raccontò al suo allievo- incontrai un minatore di nome Flocker, che praticava l’arte alchemica, ma teneva segrete le sue pratiche, ed io non potei apprendere nulla da lui. Egli usava un processo con il piombo volgare, aggiungendovi un certo zolfo, per mezzo del quale rendeva il piombo fluido come cera. Da questo piombo così preparato, egli prendeva 20 lots (pari a circa 300 grammi) e un marco (pari a circa 225 grammi) d’argento puro, che non conteneva affatto dell’oro, e li teneva entrambi in fusione per mezza giornata; dopo di questo faceva la separazione dell’argento squagliandolo e metà dell’argento era diventata oro. Io avevo il cuore addolorato per non poter imparare nulla della sua arte, poiché egli si era ostinatamente rifiutato di rivelarmela. Poco dopo egli cadde nel fondo di una miniera e nessuno riuscì ad apprendere nulla della sua arte”.
Trismosino andò allora in cerca di qualche altro maestro che gliela insegnasse; trovatolo, riportò le sue conoscenze sul libro, ricco di simbolismo occulto; fu ristampato nel 1613, dopo che la prima edizione era andata a ruba.