“Il corpo implora il ritorno all’inorganico. Nel frattempo non si nega nulla. […] È tutta la vita che tolgo di scena il burattino, l’incubo d’un pezzo di legno che ci si ostina a voler farcire con carne marcia. Precipitare nell’umano – che parola schifosa – questa è la disavventura. Gli anatomisti gridano al miracolo quando parlano del corpo umano. Ma quale miracolo?! Un’accozzaglia orrenda, inutilmente complicata, piena di imperfezioni e di cose che si guastano. […] Me ne fotto di quel che mi riguarda. Malati gravi si è per definizione” C.Bene
Il corpo implora il sublime, lo spirito poetico la follia.
La follia come una sorta di smisuratezza, un teatro della possessione che non interessi più solo l’attore, ma soprattutto lo spettatore. L’importanza risiede nella bellezza, non vi è differenza tra vero o falso tra realtà o possessione, la bellezza è un visibile che è capace di interrogarci.
Oggi possiamo volare sopra l’oceano, comunicare con l’udito e con la vista. Ma il cammino verso noi stessi e verso il nostro prossimo è lungo anni luce. Il teatro potrebbe essere su quel cammino. Questo intendeva Lorca quando parlava di bellezza come salvezza, l’immagine poetica si cala negli abissi ancora inesplorati dell’animo umano, del sé, per trasformarsi segretamente e per riapparire con le mani, gli occhi e la bocca pieni di prodigi ( teatro) . Così la volontà di potenza nietzscheiana assomiglia a quell’agire che Lorca e la cultura popolare andalusa chiamano duende, in scena questa volontà fa vivere e morire Dio, superando la metafisica attraverso se stessa attraverso quello che definisco spirito poetico.
La nostra educazione o la nostra abitudine a essere spettatori passivi ci aliena e ci impone di nascondere quello che è dentro di noi e soprattutto ci impone di non pensarci.
Si creano rimozioni e la moderna estensione della malattia della isteria, e quel vuoto teatro di cui la vita è colma. Siamo ancorati a forme espressive universalmente valide, a linguaggi universalmente validi che sono difese e armamenti della nostra società, difese talmente forti che ci escludono qualsiasi moto interiore. Un tempo l’uomo si poneva delle domande oggi crede di conoscere le risposte. Questa sorta di codice sociale al quale siamo assuefatti ha corrotto l’emozione. Intere generazioni educate alla repressione delle emozioni, non resterà nulla da liberare? Una omologazione emozionale. Di questo vuoto incalzante, Bergman nel film “ il settimo sigillo “ ci parla della caducità della vita, attraverso un percorso che porta il protagonista a confrontarsi con la paura, a provare delle emozioni a interrogarsi sulla morte e sulla disperazione degli uomini di fronte ad essa, un timore che è un sinonimo della mancanza di fede ma soprattutto di spiritualità.
Il teatro permette la creazione di nuovi mondi e di interrogarsi su quello in cui si vive, recuperiamo la percezione di noi stessi attraverso una alterità, è un gioco condotto con solenne gravità, che chiede spettatori che partecipino devotamente. Nel momento più alto, di massimo eccitamento l’uomo spalanca la propria coscienza, le porte del suo intimo e si scopre. Sperimenta la metamorfosi e la vita dei sogni. Il teatro è il rifugio per tutti coloro che vogliono interrogarsi e rifiutano questa omologazione emozionale.
Il teatro deve imporsi un affrancamento della vita reale, in quanto non simulazione ma disvelamento della stessa, deve essere una specie di delirio: una necessità, un bisogno dell’attore ma soprattutto dello spettatore.