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In Tunisia i cittadini in rivolta contro il regime

di Angelo Dileo

Non si placa la rivolta del pane in Tunisia. Tensione alta ed un regime totalitario che teme il colpo di stato e prepara la repressione dura. Violato il coprifuoco imposto dal governo Tunisino, gruppi di manifestanti scendono quotidianamente in strada e soprattutto nella capitale Tunisi. Le incursioni hanno causato la morte di alcuni manifestanti, quando negli scontri, il fuoco delle forze dell’ordine ha lasciato in terra i cadaveri di parecchi dimostranti. Le violenze più accese si registrano a Marsa. A guidare la rivolta sono principalmente gli studenti, che si vedono privati di un presente e di un futuro. La causa scatenante è il rincaro del prezzo dei beni alimentari primari come il pane, la pasta, il mais, i cereali, il riso. Il regime di Ben Ali censura la protesta e non permette ai giornalisti stranieri di produrre documentazioni atte a documentare lo stato di polizia autoritario e repressivo che si sta diffondendo sull’intero territorio contro tutti coloro che protestano. Insomma la storia si ripete, altra nazione, altro governo, altra gente, stesse conseguenze. Le condizioni geopolitiche, sociali, economiche caratterizzano intere aree, accomunano i governi, e soprattutto tracciano un unico filo comune. Tunisi risponde ad Algeri, che risponde a Roma, ad Atene, a Barcellona, l’area mediterranea si infiamma in un identico percorso di sommossa condizionato nei confronti di una classe politica sempre più corrotta e disinteressata ai problemi reali.
All’origine di queste tensioni c’è una crisi economica le cui conseguenze sono sempre più pesanti per le popolazioni civili di quei Paesi e regimi che in questi anni hanno soffocato ogni opposizione, riducendo progressivamente le libertà ad iniziare dai diritti civili. Regimi, è bene non dimenticarlo mai, che da anni sono “fra i migliori amici” dell’Italia e dell’Occidente. . .
Gli orologi di Tunisia e Algeria sono così tornati indietro di molti anni, alla metà degli anni Ottanta quando Algeri e Tunisi venivano attraversati da una analoga “rivolta del pane”, anche allora soffocata nel sangue dai governi al potere. Da quegli anni però molta acqua è passata sotto i ponti e soprattutto quei Paesi hanno deciso di abbandonare ogni ipotesi, seppur timida, di autodeterminazione, scommettendo tutto su di un ruolo succube nei confronti dell’Unione europea e soprattutto dell’Euro. Nessuna ambizione di ricavarsi un ruolo autonomo. E’ a questo proposito emblematico il rapporto fra la Tunisia e Bruxelles: la Tunisia ha siglato con l’Unione Europea, un accordo di associazione che consente agevolazioni e istituisce una zona di libero scambio. Nel 2004, ha inoltre siglato un Piano, in cui si è detta pronta a cooperare con l’Ue sulla base di valori comuni, rispetto dei diritti umani e democrazia. Tunisi acquisirebbe cioè lo status di partner avanzato dell’Unione impegnandosi però a rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Buoni propositi mai realizzati, Parole al vento. Il governo tunisino ha continuato a violare sistematicamente la maggior parte dei diritti umani e dei principi democratici.
A questo poi, dopo l’11 settembre 2001, si è aggiunta la paura dell’islam politico che ha subito in modi diversi, militare in Algeria, poliziesca in Tunisia, una repressione pari solo a quella riservata alle opposizioni progressiste e comuniste. E’ oggi inevitabile quindi che la crisi pesantissima che strangola il Vecchio continente si rifletta pesantemente in quella regione.
Questi nuovi eventi non possono che essere una bomba ad orologeria le cui ripercussioni potrebbero investire anche le nostre città: le analogie fra le modalità degli scontri in Algeria con quelle che negli anni passati hanno incendiato le periferie francesi sono un segnale preciso. Un avvertimento per tutti noi, soprattutto per quello che riguarda le politiche verso l’immigrazione, che qualcuno sciaguratamente vorrebbe penalizzanti e repressive.
In Tunisia, forse al momento l’anello più debole del nord Africa, gli intrecci fra crisi economica e crisi politica sono evidentissimi. Il Parlamento tunisino qualche mese fa aveva approvato l’emendamento dove si dichiarava che qualora vi fossero uomini o donne che vogliono avere relazioni dirette o indirette con organizzazioni straniere, avrebbero potuto subire un arresto che va dai 5 ai 12 anni. L’ennesimo attacco a quello che restava delle libertà civile post-coloniale, un emendamento che aveva tre obiettivi: uno, reprimere ancora di più le figure indipendenti, quelle donne e quegli uomini che ad oggi sono già visti come “pecore nere” perché si oppongono ad un regime contro il quale non è possibile alcun dissenso e alcuna critica; due, ridurre definitivamente al silenzio tutte le critiche che si levano contro la gestione politica catastrofica e totalitaria del governo; tre, emarginare le associazioni che lottano per i diritti umani. Quindi criminalizzare ogni attività di sensibilizzazione condotta dai difensori dei diritti umani nei rapporti tra Europa e Tunisia.
Il rapporto redatto dalla rete mediterranea per i diritti umani, mostra un’altra faccia della Tunisia, lontana dai tavoli dei negoziati dell’ Unione Europea e dai favolosi panorami turistici: un paese dove le autorità hanno commesso sistematiche violazioni delle libertà e dei diritti, ignorando ogni principio di democrazia e dove i governi occidentali fanno orecchie da mercante.