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La mostruosa cecità infettiva

Mi ritrovai in un corridoio all’interno di un castello. Le pareti erano di grossi blocchi in pietra e gli utensili erano quelli propri del medioevo. Facendo qualche passo curioso, scorsi, più in là, degli accessi, lungo le pareti, a delle stanze. Incuriosito dal luogo strano e inusuale che mi accingevo ad esplorare, mi affrettai ad affacciarmi alla prima stanza, ma prima che vi arrivassi percepì la voce e il riso di bambini divertiti. Posai le mani sulla pietra e volsi lo sguardo all’interno. La scena che mi apparve fu sconcertante: tanti bambini giocavano con la vista occlusa da una striscia di stoffa. Pochi passi mi portarono alla stanza alla quale si accedeva dalla parete opposta. Anche lì tanti bambini bendati giocavano, alcuni seduti a terra tenendo tra le mani dei gingilli, altri giocavano tra loro. Rimasi parecchio stupito dalle scene che mi si presentarono: i bambini, pensai, potevano avere dei problemi alla vista, ma, i luoghi, che sembravano di segregazione, lasciavano pensare che qualcuno avesse loro impedito apposta di vedere. Ne ebbi la conferma quando dal fondo del corridoio vidi arrivare un paio di uomini vestiti di tuniche bianche e con un cappuccio dello stesso colore che copriva completamente il loro volto. Appena si accorsero di me cominciarono a correre, ed io, che pur non sapevo di quale errore mi consideravano colpevole, ritenni opportuno fuggire subito nella direzione opposta. I miei passi erano veloci, e , attento che i piedi non inciampassero sul pavimento lastricato, il mio fiato si faceva affannoso. Quando intravidi degli accessi laterali, e poi li raggiunsi, i passi non rallentarono, solo l’attenzione si soffermava oltre le entrate per cercare una possibile via di fuga. Il terzo accesso sulla sinistra permetteva più luce degli altri al corridoio, dava in un cortile e quando me ne accorsi i miei passi erano già oltre, per cui dovetti fermarmi e tornare indietro per entrarvi. Tale posizione del corpo mi permise di guardare indietro i due incappucciati che mi venivano incontro non guidati da buone intenzioni. Nel cortile seguii la strada che mi sembrava più logica portare fuori e subito mi ritrovai all’entrata del castello, che riuscii a superare nonostante le guardie, anch’esse incappucciate, che vi sostavano distratte.

All’esterno del castello c’era un vasto prato affollato da individui adulti non bendati, ma che, ne sono certo, non disponevano della vista. Camminavano annaspando e scontrandosi, alcuni istericamente gioiosi, altri disperati. Taluni a terra, dopo una caduta, nel rialzarsi venivano investiti da altri e si ritrovavano con la schiena sull’erba e con i piedi della folla vagante sul corpo. Io rallentai, accortomisi che gli incappucciati non mi seguivano più. Dovevano avermi perso in quel branco di individui cechi che ad ogni passo si lesionavano. Il mio sguardo sconvolto veniva attratto da scene d’orrore: un individuo strappava con un morso un pezzo di carne dal braccio di un altro che lo strattonava cercando di liberarsene.

Quella massa d’individui, a causa della cecità, si faceva tanto male e tanto ne faceva ad altri; molti di loro erano insanguinati. Camminando tra loro mi ritrovai a contatto con una moltitudine di ciechi che mi sbattevano contro e che poi cercavano di aggrapparsi a me. Ma mi accorsi della gravità della situazione quando notai di cominciare a vedere poco bene e imputai la colpa di tale infermità al contatto con quegli individui. Il cielo si andava oscurando e la vista si faceva sempre più ombrata ad ogni contatto diretto con gli individui che, immaginai, dovevano aver passato l’infanzia nelle stanze del castello e dovevano essere stati abituati a non vedere. Ora anch’io al loro contatto cominciavo a non vederci, mi trasmettevano il loro male toccandomi, anche se pensai che non se ne avvertissero: come potevano sapere che io ci vedevo?!

Allora cominciai a correre tra la gente aiutandomi con i gomiti alzati: si faceva sempre più buio per i miei occhi. Con pugni, calci e spintoni riuscii a farmi largo tra la folla ed intravedere da lontano un canyon, dal quale stranamente tutti si tenevano alla larga, come se fosse stato loro infuso un istinto alla conservazione di quello stato di continua e graduale degradazione. Io ero preso dal panico, stavo per perdere la vista al contatto con quegli individui ed ero convinto ci avrei lasciato la pelle nella folla; ma il timore non era quello di morire quanto quello di perdere la vista e poi scontrarmi e sfasciarmi contro tutto e tutti. In quegli istanti mentre correvo fuori dalla folla, quel burrone mi pareva l’unica salvezza: nella morte cosciente e ad occhi aperti vi vedevo l’unica salvezza e vi correvo incontro sfruttando al massimo le mie energie e le mie capacità motorie, terminando la corsa in un salto un paio di passi prima dal bordo. Gambe e braccia all’aria, fui attratto irresistibilmente verso il basso mentre le pareti rocciose di quel canyon scorrevano sotto i miei occhi. Forte fu la tentazione di guardare verso il basso per vedere contro cosa stavo per schiantarmi e, alla vista di un grosso fiume in piena, non seppi felicitarmene perché ero ignaro delle conseguenze dello scontro e di cosa ancora mi attendeva. Bloccato il respiro perforai la superficie del fiume la cui acqua gelida subito provvide ad abbassare la calda temperatura del mio corpo, a rallentare i battiti e poi a concedermi serenità. A qualche metro di profondità, circondato solo da acqua torbida e mentre all’apparenza non sembrava stessi risalendo a galla, gli occhi aperti non mi concedevano nessun orizzonte, con distanze infinite di acqua in ogni direzione. Quando emersi, su entrambe le rive c’era una fitta foresta, mentre il cielo sereno offriva in alto il sole. Godetti per qualche istante, profondamente, della tranquillità che il luogo trasmetteva per poi riaprire gli occhi e ritrovarmi steso nel letto della mia stanza, in piena notte.

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