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La parabola dell’elefante di Rumi

Una bella storia di Jalal ad-Din Rumi racconta che un giorno degli indù portarono un elefante che mostrarono in una casa oscura. Entrarono diverse persone per conoscere questo strano animale che non avevano mai visto. Il luogo era, però, buio, e, coloro che accorsero per osservare l’elefante, dovettero tastarlo con le mani.
Allora una persona gli toccò la proboscide e disse: << Questo animale è come un tubo>>.
Un’altra persona gli toccò l’orecchio e disse: <<Questo animale sembra un ventaglio>>.
Un altro ancora che gli toccò una zampa disse: <<Ha la forma di un pilastro>>.
Un’altro individuo gli misi la mano sulla schiena e disse: <<Questo elefante ha la forma di un trono>>.
Ogni individuo che lo tastava si creava una sua idea di questo strano animale che non aveva mai visto. Se in quella stanza ci fosse stata la luce, tutti quegli individui avrebbero percepito l’elefante alla stessa maniera. Mancando la luce, e affidandosi al tatto, ognuno se ne faceva una idea diversa.
L’occhio della percezione è come il palmo della mano che non può toccare e percepire la totalità dell’oggetto che si vuol conoscere.
La storia di Rumi finisce qui ma noi possiamo immaginare questi individui che tornano dalle loro famiglie, nelle loro case, nei loro paesi predicando l’esperienza che avevano fatto e creando, nel tempo, una serie di idee rigide, dottrine e pregiudizi. Ed ecco che magari un giorno, anche dopo diversi secoli, la dottrina consolidata e maggioritaria di un paese si scontra con quella di un altro paese. Entrambe sono esperienze vere ma parziali di un oggetto. Lo stesso schema potrebbe riferirsi a esperienze spirituali più alte e quantomai più parziali. Pertanto questa storia ci fa capire bene che un confronto e un dialogo tra i diversi punti di vista e una conoscenza e comprensione maggiore dei punti di vista degli altri può essere utile a tutti, a noi per primi, per avere una comprensione maggiore delle cose, della vita e dello “spirito”.

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