ottobre 3, 2008 · 0 Comments
Qualora si volessero davvero comprendere le radici socio-politiche della società nella quale viviamo, ci muoviamo, ci danniamo o semplicemente tentiamo di immedesimarci allora non si potrebbe prescindere da “Il trionfo della borghesia 1848-1875″ di E. Hobsbawm. C’è praticamente tutto: dalla descrizione dei progenitori di alcune figure politiche moderne a noi ben note, primo fra tutti Napoleone III, che da bravo sansimoniano – parente alla lontana del nostro Berlusconi – intuì i benefici d’una politica basata anche sull’estetica e sull’autocelebrazione, all’individuazione delle ragioni del fallimento della politica odierna e non, con l’assurdo dislivello tra uno smisurato avanzamento tecnologico ed una stagnazione e conseguente regressione della politica sociale, i quali principi germogliarono grazie alla lezione della Rivoluzione Francese. Ma che, da un certo punto in poi, la borghiesia al potere ostacolò nell’assimilazione. Ciò non toglie, ovviamente, che il testo sia anche e soprattutto uno spaccato storico-sociale imprescindibile del periodo che intende prendere in esame. Per i non amanti delle statistiche può risultare a tratti noioso; tuttavia esse sono inevitabili se il fine è quello di voler render l’idea della cavalcata trionfale del liberalismo, che “era e restò al potere perchè rappresentava la sola politica economica considerata ragionevole per lo sviluppo e le forze che quasi universalmente si credeva incarnassero la scienza, la ragione, la storia e il progresso, negli ambienti che in materia avevano un’idea qualsiasi”. Assolutamente illuminante invece per la comprensione di meccanismi quali, ad esempio, il ruolo di spauracchio tanto reale quanto a breve termine inconcludente dell’Internazionale dei lavoratori nella società positivista consolidata, con la quale giocava d’antitesi. La sua azione fu pressochè limitata nei paesi industrializzati (tranne forse in Inghilterra e, sotto un certo punto di vista, in Germania) quanto violenta ed a suo modo efficace nel riattivarsi in quelli allora considerati sottosviluppati, come la Russia, nella quale dopo il 1870 un Marx profondamente deluso iniziò a riporre delle speranze. Che questo successo del socialismo in Russia sia stato possibile grazie alla mancanza di una vera e propria borghesia (come del resto in tutto l’est Europa prima e dopo l’industrializzazione) appare oggi ovvio.
“Lungi dall’esser, questa, una recensione del sopracitato libro (dato alle stampe nel 1970, se non erro) non si può non attribuirgli un’attendibilità stupefacente sia nella ricostruzione dei fatti che nella lucidità della loro decodifica. Seguendo una precisa filologia pone il 1848 come punto di non ritorno, per giungere come se niente fosse fino a noi, mantenendo un’aura attuale.
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