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Resistere allo strapotere della mafia. La storia di Peppino Impastato nelle parole del fratello Giovanni

Legalità democratica e resistenza alla mafia dovrebbero essere parole d’ordine di ogni individuo di sana e robusta coscienza civile, parafrasando Don Gallo. Quando poi quelle stesse parole hanno intessuto e attraversato drammaticamente i legami più profondi della propria storia personale e familiare, allora predicarle diviene una missione di vita. Ne è limpido caso Giovanni Impastato, fratello di Peppino, in visita al Circolo ARCI “Carlo Cafiero” di Barletta lo scorso giovedi. La sua missione, da quel 9 maggio 1978, è stata quella di rendere giustizia e verità alla figura e all’opera di suo fratello innanzitutto, e di proseguirne idealmente l’azione e il pensiero – ancora attuale – operando nelle coscienze delle persone. Un percorso mai facile, al di là dei condizionamenti, dei veli e delle reticenze – a cominciare da quelli dei rappresentanti delle istituzioni – perché la forza e il coraggio troppo spesso sono lenti a maturare e quasi sempre vacillano, come lo stesso Giovanni Impastato afferma a cuore aperto. Ma quando l’esempio è straripante, rivoluzionario diremmo, non manca di dare ottimi e duraturi risultati.

“Sembrava impossibile poterci liberare da quell’oppressione mafiosa, toglierci dalla testa quel velo di falsità che ricopriva anche la nostra casa. Ci siamo riusciti pagando un prezzo altissimo ma con un risultato straordinario che oggi possiamo rivendicare con pieno merito: quello di essere tornati a vivere come persone libere che sono riuscite a far capire che in Sicilia è possibile resistere contro lo strapotere della mafia”. Così Giovanni Impastato ricorda l’eredità lasciata da Peppino nel suo libro “Resistere a Mafiopoli”. «Un libro scritto da chi scrittore non lo è ma che sfrutta la scrittura per raccontare una storia ponendola nella forma dell’intervista con Franco Vassia, che va oltre il film “I cento passi” di Giordana».

Ci tiene Giovanni a sottolineare come Peppino non fosse solo un comunicatore, un giornalista, un militante politico e dell’antimafia, ma anche poeta ed artista. «Il Circolo Musica e Cultura è stato davvero un momento magico perché al suo interno Peppino è riuscito a riunire i giovani siciliani e da esso è nato quella meravigliosa esperienza di Radio Aut».

Ripercorre Giovanni le fasi salienti della storia di suo fratello e della sua famiglia e quando il discorso diventa più introspettivo emerge tutta la sofferenza personale. «Peppino è l’unico caso nella storia dell’antimafia che ha provocato una rottura: rottura nella continuità e nella condivisione del codice comportamentale mafioso nella sua stessa famiglia. […] Quando mio padre, mafioso, è stato ammazzato per me è stata una liberazione ma allo stesso tempo un grande dolore per la perdita del genitore».

Poi Impastato si leva qualche sassolino elencando tutta una serie di leggi che nulla hanno a che fare con l’antimafia – di grande spessore il passaggio sulla disobbedienza civile e il ricordo dei rapporti tra Peppino e Danilo Dolci, quando in Sicilia la malnutrizione mieteva giovani vittime. Un antimafia «sempre fatta sull’onda emozionale e con pochi investimenti da parte dello Stato fino al vero e proprio boicottaggio dell’ultima manovra Finanziaria del governo Berlusconi che ha eliminato l’uso sociale dei beni sequestrati».

«Tutti parlano della mafia come anti Stato e della sua posizione dentro e fuori dello Stato ma pochi puntano l’accento sulla legalità come legalità democratica e sull’importanza della Costituzione per la dignità umana. La rassegnazione e il non bisogno della verità sono i mali più pericolosi. È necessario rinnovare l’antifascismo e l’antisecessionismo propri della Costituzione».