ottobre 2, 2008 · 0 Comments
Per trovare un momento di pace in Somalia, bisognerebbe andare indietro di circa quarant’anni. Proprio così. Già durante la dittatura rimasta nella storia per la condotta sanguinaria di Siad Barre, il popolo somalo viveva in precarie condizioni umanitarie; andando avanti negli anni, però, le cose sono tutt’altro che migliorate.
Dopo oltre vent’anni di dittatura, nel 1991 movimenti interni riescono a rovesciare Siad Barre e a proclamare la Repubblica. Mentre tutto sembrava ristabilito arriva la proclamazione di indipendenza del Somaliland, che di fatto da il via all’intervento della Comunità Internazionale, con la campagna denominata “Restore Hope”(a cui partecipa anche l’Italia) ma che fallisce definitivamente nel 1995, anno del ritiro dell’intero contingente (formato per lo più da americani e per l’appunto, da italiani). L’unico ricordo a restare vivo (o quasi) di quel tragico ed evitabile intervento, è l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, che a quanto pare si stavano documentando su un presunto traffico di rifiuti tossici proprio in Somalia da parte di autorità italiane, fatti venuti letteralmente a galla quando il maremoto che alla fine del 2004 ha colpito il continente asiatico e che ha toccato anche le coste africane, ha riportato alla luce un’infinità di rifiuti tossici.
In seguito al ritiro, la Somalia conosce un periodo di frammentazione, con il rafforzamento a livello locale, di vari clan e dei “signori della guerra”.
Nel 2004 L’Etiopia appoggia un debole Governo di transizione, che durerà solo fino al 2006, facilmente estromesso dalle Corti Islamiche, gruppo fondamentalista appoggiato da Iran e Libia e legato ad Al Qaeda.
Nel 2007 la stessa Etiopia istituisce nuovamente il governo transitorio con le armi, circostanza che ha reso più cruento il conflitto; infatti, nel corso dello stesso anno gli scontri tra gruppi insurrezionali ed esercito etiopico ha provocato la morte di oltre 6.000 persone e 600.000 profughi scappati dalla sola Mogadiscio, a causa anche dell’ingerenza degli Stati Uniti che a Gennaio bombardano numerosi villaggi a sud del Paese, dove secondo i militari americani si nascondevano militanti di Al Qaeda, uccidendo numerosi civili, e ricevendo la dura condanna di Onu e Unione Europea.
Sempre nel 2007 giungono a Mogadiscio 1.800 dei 9.000 uomini previsti per l’operazione di peacekeeping dell’Unione Africana a cui se ne uniranno in seguito altri 440 dal Burundi.
La situazione attuale vede un paese senza un governo centrale, un sistema giudiziaro quasi inesistente e una popolazione completamente allo sbando, nonostante l’accordo ratificato lo scorso Giugno tra Etiopia, governo somalo e parte dell’opposizione. I soldati dell’Unione Africana sono pochi, male equipaggiati e spesso oggetto di attacchi mortali, per non parlare dei crimini contro l’umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto e su cui l’Onu sta indagando da maggio del 2007.
Un altro aspetto da non sottovalutare è quello della pirateria. Da inizio 2008, infatti, sono oltre 50 le navi che sono state sequestrate da gruppi di pirati, non appartenenti ad alcuna delle fazioni coinvolte nel conflitto, ma che a quanto pare sono ex pescatori che considerano le navi straniere una minaccia per la pesca nelle acque somale, motivazioni poco credibili, visti gli interessi milionari che si muovono dietro agli attacchi alle navi in transito.
In Somalia 225 bambini su 1.000 nascono morti, meno del 30 % della popolazione ha accesso all’acqua potabile, l’87% della popolazione è a rischio malaria e il 17% (in costante crescita) è colpita da malnutrizione acuta.
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