Alimentarsi in maniera corretta e servirsi della natura come guaritrice è l’insegnamento che troviamo andando a ritroso nel tempo.
Pronto soccorso di emergenza a parte, facciamo un salto in epoca romana citando il grande naturalista Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), il quale, in una lettera al figlio denunciante la degenerazione in Roma dell’arte medica, concludeva la propria requisitoria con l’ammonimento a non avvalersi dei medici. Catone condannava non la cosa in sé, ma il suo modo di essere: non la medicina, ma la medicalizzazione. Per questo “il Senato per 600 anni dalla fondazione di Roma si pronunciò contro l’arte medica e il dannoso pregiudizio di ritenere preziose cose nocive o di nessun valore”.
L’austero fustigatore della tradizione medica, non disdegnava di curare personalmente la sua famiglia e i suoi schiavi, coltivando nel suo podere di Tusculum piante salutari, con cui preparava infusi decotti e via dicendo.
L’avversione nei confronti di una medicina aggressiva, opposta a quella attendista del lasciar fare alla natura rispettandone la “gran forza medicatrice”- magna vis medicatrix naturae -, è testimoniata anche da Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), il quale scrive che di fronte a certe malattie il medico deve plus interdum quiete quam movendo et agendo proficere:” giovare talvonta più sapendo aspettare”, assecondare la natura, “che intervenendo e operando”, con il rischio di eccedere dall’arte rispettosa dell’uomo ammalato.
Per autoguarire occorre però mettere il sistema immunitario nelle giuste condizioni di farlo.
In questo senso, il cibo buono e onesto, leggero e basso-proteico, crudo e vivo, naturale e compatibile, diventa carburante perfetto, nel senso che offre le sue calorie senza compromettere ed intaccare le risorse biochimiche interne, senza inattivare e demolire la potenza immunitaria (mediante digestioni da incubo che mandano in stressante fibrillazione le 160 centraline linfonodali immunitarie, dislocate in zona intestinale).
Il menù fortunato in uso in epoca romana, prevedeva il cavolo crudo come re della tavola, contornato di verdure crude e frutta, di orzo e semi abbrustoliti, noci, fichi secchi, castagne e datteri (che era poi anche la dieta tipica dei legionari).
A proposito del cavolo, già Pitagora e Platone avevano creduto di poter ravvisare nel cavolo il simbolo della riproduzione sessuale e della rigenerazione vitale. “Come simbolo degli organi sessuali ha dato origine, fin dai tempi più remoti, al noto proverbio nascere sotto il cavolo per indicare l’organo riproduttore da cui ha origine l’uomo”. Per questo era prescritto alle partorienti in forma di decotto; per questo, più in generale veniva tenuto in gran conto come panacea e impiegato come medicamento universale. Nel De agricoltura Catone indica la Brassica come varietà che ha le maggiori virtù terapeutiche.
Ippocrate (460 a.C.-377a.C.) affermava “La natura è sovrana medicatrice dei mali”.
Natura è il nostro corpo, il nostro sistema immunitario, il disegno biochimico che ci contraddistingue. Natura è il corpo che è dotato di intelligenza e di finalità. Natura è il buon funzionamento dell’organismo che permette e favorisce l’autoguarigione.
Natura non è l’intasamento e l’intossicazione ai quali ci vogliono piegare i subdoli disegni delle multinazionali del cibo e del farmaco.
Il mio invito oggi è di spegnere gli schermi e tornare a conoscere le piante e le loro qualità. Sorprendersi nel RI-scoprire che l’alloro è un antiemorragico, il biancospino è astringente, il melograno vermifugo e il salice antireumatico. Lo sapeva bene Teofrasto (372-287 a.C.) filosofo e naturalista, che ha descritto e classificato a centinaia nel trattato in nove libri Sulle piante.
Facciamo un passo indietro e decidiamo di essere solo noi a SCEGLIERE.
Fonti: Giorgio Cosmacini, L’arte lunga, storia della medicina dall’antichità a oggi, 1997, Editori Laterza.
Fotografia: ” Terapia Panica”, Francesca Maruccia.