Analisi politica

Un No di classe

In questo inizio di nuovo anno siamo già oltre il “dopo Cristo”, come qualcuno aveva definito l’offensiva messo in campo da Marchionne nei confronti dei lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco. Oggi quello stesso modello, fatto di negazione di diritti e di sfruttamento, viene imposto anche alla Fiat di Mirafiori per poi magari essere esteso a tutti e diventare il modello di riferimento nelle relazioni industriali. Ci troviamo di fronte ad un atteggiamento arrogante da parte di un manager che ha deciso di fare tabula rasa di qualsiasi forma di tutela sociale nei confronti di chi quotidianamente lavora alla catena di montaggio. La precarietà, come unico possibile orizzonte esistenziale, sfonda i cancelli della prima industria italiana imponendo con la forza il dominio incontrastato del capitale sulla carne viva di migliaia di salariati. Lo sfruttamento e l’impossibilità nel costruirsi un futuro, rappresentano il comune denominatore che unisce i vari segmenti della nostra società, in un livellamento verso il basso che cancella qualsiasi prospettiva di cambiamento. Ma proprio quei lavoratori della Fiat, da anni ormai cancellati da qualsiasi dibattito pubblico, diventati obsoleti persino per la sinistra che doveva rappresentarli, hanno deciso con i loro 46% di no al referendum, di riprendersi la scena, di riconquistare uno spazio da troppo tempo rimasto vuoto. Questo dissenso si inserisce in un contesto di forte conflittualità sociale emersa in tutti questi mesi, dalla battaglia contro la riforma Gelmini, alle vertenze sulle tematiche ambientali, in cui oggi è possibile connettere le varie lotte che si stanno producendo in una prospettiva di unità. Tutto ciò è possibile se saremo in grado di generare conflitto, di innervare la società di istanze di cambiamento, magari partendo dallo sciopero generale indetto dalla Fiom e dai Sindacati di Base per il 28 gennaio.