Un giudice del Tribunale di sorveglianza di Lecce (chiamato per la prima volta a esprimersi in materia) ieri ha condannato, con una sentenza definita epocale, l’amministrazione penitenziaria a risarcire un detenuto tunisino, recluso nel carcere di Borgo San Nicola, con una cifra pari a 220 euro. Una cifra ridicola, certo, ma la sentenza ha un peso epocale considerando l’emergenza carceri.
Il giudice ha accolto il ricorso del legale del detenuto, l’avvocato Alessandro Stomeo, che nel giugno scorso aveva evidenziato le condizioni disumane e degradanti in cui i carcerati sono costretti a vivere, dividendo in tre una cella di circa 11,50 metri quadri, dotata di una sola finestra ed un bagno cieco sprovvisto di acqua calda, con il riscaldamento in funzione d’inverno per una sola ora al giorno, e le cui grate sono chiuse per ben 18 ore. Il terzo dei letti a castello presenti nella cella si trova inoltre a soli 50 centimetri dal soffitto, privando di ogni possibilità di movimento il detenuto. Nella sua ordinanza, seppur limitandola a un breve periodo (escludendo i mesi in cui il tunisino ha diviso la cella con una sola persona o in cui ha potuto frequentare il corso di scuola elementare), il giudice della Sorveglianza ha CONDANNATO l’amministrazione penitenziaria a risarcire il detenuto, la cui reclusione «non si è accompagnata ad alcun processo rieducativo».
Il carcere di Borgo San Nicola a Lecce conta più di 1600 detenuti a fronte di una capacità di appena 600 posti ed è al diciasettesimo posto in graduatoria nazionale per sovraffollamento, per quanto riguarda i suicidi le statistiche vengono continuamente aggiornate e il clima di violenza in continua crescita. Una situazione “inaccettabile” per i detenuti e per le loro famiglie.
Il quattordici agosto i radicali hanno promosso uno sciopero della fame e della sete per chiedere la convocazione straordinaria delle Camere sull’emergenza degli istituti di pena ma a ben poco è servita l’iniziativa, se non a spostare per qualche minuto, il tempo di un banale servizio al telegiornale, l’attenzione dell’opinione pubblica su questo tema.
Il carcere è il terminale di una giustizia che non funziona, e il nostro ministro della giustizia risolve con la costruzione di nuove carceri, orrendi monumenti inutili, perchè poi non ci sono i soldi per riempire le carceri delle strutture necessarie, personale di custodia e operatori dei trattamenti. Inoltre se si vuole riabilitare le persone che hanno sbagliato dopo avere scontato la pena, queste di certo non trovano le condizioni per reinserirsi nel lavoro e nel sistema sociale e il carcere diventa un luogo dove si producono “nuovi ipotetici carcerati”.
Se non si mette mano al Codice penale, alla depenalizzazione dei reati minori, a non immaginare che tutto debba essere semplicemente punito con il carcere, il concetto di sicurezza continuerà ad essere sinonimo nel nostro paese a mettere il più possibile persone in carcere, tutte quelle che in qualche modo danno fastidio alla società libera e “perbene”. C’è molta gente detenuta che in un Paese civile non dovrebbe neppure starci in carcere. Per cui si sono penalizzate cose che non erano reati in passato: stranieri che sono in carcere solo perché sono entrati illegalmente, per il loro status, non per un comportamento illecito. E poi tutta una serie di reati per le quali ci sono pene alternative come droga, piccoli crimini o reati amministrativi per cui ci dovrebbero essere sanzioni amministrative e non penali. Ci sono una serie di situazioni che potrebbero essere risolte in altro modo piuttosto che ingabbiando le persone, senza contare che il 50% dei carcerati sono persone in attesa di giudizio.
Costruiamo tante “gabbie” : per gli anziani, per i disabili, per gli stranieri, ecc. Per nasconderli ai nostri occhi sentendoci in questo modo più tranquilli e permettiamo che i nostri occhi continuino a vedere un premier evasore, corrotto e mafioso che legifera per noi. Che orrore.
SVEGLIAAAAAA!!!!
L’uomo è nato libero, e dappertutto è in catene.
Jean Jacques Rousseau – Il contratto sociale