Antimilitarismo: significato, anarchismo e critica della guerra

L’antimilitarismo non coincide semplicemente con l’opposizione a una singola guerra. È una critica più ampia del militarismo: del ruolo degli eserciti, della cultura militare, della corsa agli armamenti e dell’idea che la forza organizzata rappresenti uno strumento normale per risolvere i conflitti politici.

Storicamente l’antimilitarismo ha attraversato movimenti diversi. Ha avuto una forte presenza nelle tradizioni anarchiche, socialiste e rivoluzionarie, ma non appartiene esclusivamente a esse. La sua storia si intreccia con il pacifismo, l’internazionalismo, l’obiezione di coscienza, la diserzione e, più recentemente, con le campagne contro l’industria bellica e la militarizzazione della società.

Per comprendere l’antimilitarismo bisogna quindi partire da una domanda più grande della guerra stessa: perché le società affidano a istituzioni armate permanenti una parte così importante del proprio potere?

Che cos’è l’antimilitarismo

Per antimilitarismo si intende l’opposizione al militarismo, agli armamenti e alla centralità attribuita alle strutture militari nella vita politica e sociale.

Nella storia dei movimenti pacifisti, l’antimilitarismo ha rappresentato una corrente specifica, spesso di matrice anarchica o socialista. Gli antimilitaristi hanno criticato gli eserciti permanenti, sostenuto gli obiettori di coscienza e collegato frequentemente le guerre alle strutture economiche e politiche che le rendono possibili.

Questa caratteristica lo distingue da una semplice posizione contro una determinata guerra.

Una persona può, per esempio, considerare ingiusta una guerra ma ritenere necessarie le forze armate. L’antimilitarismo pone invece una domanda sulle istituzioni stesse: eserciti, gerarchie militari, armamenti, coscrizione, industria bellica e cultura della forza.

Antimilitarismo e pacifismo sono la stessa cosa?

I due concetti si sovrappongono, ma non sono sinonimi.

Il pacifismo comprende un insieme molto ampio di posizioni accomunate dall’impegno per la pace e dall’opposizione alla guerra. Può andare dalla nonviolenza assoluta a forme più circoscritte di opposizione alla guerra.

L’antimilitarismo, invece, concentra maggiormente l’attenzione sulle strutture che organizzano e rendono possibile la guerra.

In maniera schematica:

pacifismo → problema della guerra e della violenza;

antimilitarismo → problema anche degli eserciti, degli armamenti, delle gerarchie e della cultura militare.

Le due tradizioni hanno però continuato a incontrarsi. L’antimilitarismo rivoluzionario, il pacifismo religioso, l’internazionalismo e la nonviolenza hanno prodotto nel tempo percorsi differenti e talvolta anche conflittuali.

Per questo sarebbe sbagliato sostenere che ogni antimilitarista sia necessariamente pacifista o che ogni pacifista condivida una critica anarchica dello Stato.

Anarchismo e antimilitarismo

Il legame fra anarchismo e antimilitarismo deriva soprattutto dalla critica anarchica dello Stato e dell’autorità centralizzata.

Nelle diverse tradizioni anarchiche il potere militare viene spesso interpretato come una delle forme più concentrate del potere statale: un’organizzazione gerarchica fondata sulla disciplina, sull’obbedienza e sulla possibilità di esercitare coercizione.

L’antimilitarismo è infatti entrato stabilmente fra i temi del movimento anarchico moderno insieme all’internazionalismo, alla critica dello Stato, all’autogestione e, più recentemente, ad ambientalismo e diritti civili.

Tuttavia anche all’interno dell’anarchismo esistono posizioni differenti sul rapporto con la violenza.

Alcune tradizioni hanno sviluppato forme esplicitamente pacifiste e nonviolente. Altre hanno invece ammesso l’azione rivoluzionaria violenta o il sabotaggio. La filosofia anarchica contemporanea continua a confrontarsi con una tensione fondamentale: combattere il dominio utilizzando strumenti coercitivi rischia di riprodurre proprio quelle forme di dominio che si vorrebbero superare.

È quindi utile distinguere antimilitarismo, pacifismo, nonviolenza e insurrezionalismo, senza utilizzare questi termini come sinonimi.

Guerra, Stato e autorità

La critica antimilitarista anarchica non riguarda soltanto ciò che accade quando una guerra è già iniziata.

Riguarda anche il modo in cui gli Stati si preparano alla possibilità della guerra.

Forze armate permanenti, catene di comando, spesa militare, produzione di armamenti, alleanze strategiche e addestramento costruiscono una struttura che precede il conflitto.

Da una prospettiva anarchica il problema si collega quindi direttamente alla questione del potere: chi può decidere l’impiego della forza, chi deve obbedire e fino a quale punto l’individuo è tenuto a sacrificarsi in nome dello Stato?

È qui che l’antimilitarismo incontra un altro principio storico dell’anarchismo: l’internazionalismo.

Le cause della guerra non possono essere ridotte a un unico fattore. Due parole sulla dittatura e sulla guerra attraversa storia, economia, filosofia e psicologia nel tentativo di interrogarsi sulle condizioni che possono favorire autoritarismo e conflitto.

Antimilitarismo e internazionalismo

Se gli Stati chiedono ai propri cittadini di riconoscersi in una comunità nazionale contrapposta ad altre comunità nazionali, l’internazionalismo prova a rovesciare la prospettiva.

L’appartenenza a uno Stato non dovrebbe necessariamente prevalere sulla solidarietà tra individui, lavoratori e popolazioni.

Da questa idea nasce uno dei temi classici dell’antimilitarismo: perché persone che non si conoscono dovrebbero considerarsi nemiche perché appartengono a Stati in conflitto?

La risposta storica dei movimenti internazionalisti non è stata unica. Alcuni hanno sostenuto il rifiuto della guerra; altri hanno distinto guerre di conquista, rivoluzioni, resistenze e lotte di liberazione.

Questo è uno dei punti sui quali l’antimilitarismo contemporaneo continua a incontrare le sue difficoltà maggiori. Condannare il militarismo non elimina infatti il problema di come reagire a un’aggressione, a un’occupazione o a una persecuzione.

Per questo l’antimilitarismo non può essere ridotto a uno slogan: deve confrontarsi anche con i casi nei quali popolazioni o individui ritengono necessario difendersi.

Obiezione di coscienza e diserzione

Uno dei terreni storici più importanti dell’antimilitarismo è stato il rifiuto individuale di partecipare alla guerra.

Il tema della diserzione e del rifiuto individuale della guerra ritorna anche nella storia raccontata in Il nonno, il rapper e altri ribelli.

Obiezione di coscienza e diserzione non sono la stessa cosa, ma entrambe pongono un problema fondamentale: esiste un limite oltre il quale lo Stato non può pretendere obbedienza?

La storia anarchica italiana offre numerosi esempi di opposizione alla mobilitazione militare. Bruno Misefari, durante la Prima guerra mondiale, si dichiarò obiettore di coscienza e rifiutò il servizio militare; fu incarcerato e continuò successivamente la propria attività antimilitarista.

Il tema ritorna anche nelle vicende di chi, durante altri conflitti, ha rifiutato di combattere, ha disertato o si è opposto alle decisioni militari del proprio governo.

Il significato politico di questi gesti cambia naturalmente a seconda del contesto storico. Il rifiuto di partecipare a una guerra di aggressione, la diserzione da un esercito occupante e il rifiuto delle armi in una situazione di difesa non costituiscono necessariamente problemi identici.

Armi e industria bellica

L’antimilitarismo contemporaneo non può limitarsi alla figura del soldato.

Dietro gli eserciti esistono sistemi produttivi, investimenti pubblici e privati, ricerca tecnologica, commercio internazionale e interessi economici.

In Italia questo intreccio tra produzione, commercio, diffusione delle armi e interessi economici è approfondito nella recensione di Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata, il libro-inchiesta di Giorgio Beretta dedicato alle zone grigie e alle lobby dell’Italia armata.

L’industria bellica rende quindi evidente l’intreccio fra potere politico e potere economico.

Una critica dell’armamento militare pone almeno tre domande:

chi decide quanto investire nella difesa;

quali interessi economici dipendono dalla produzione di armi;

quali conseguenze produce la normalizzazione di un’economia orientata anche alla preparazione della guerra.

La questione assume una dimensione ancora più radicale con gli armamenti nucleari. In 2 Minuti all’apocalisse – Guerra nucleare e catastrofe ambientale, Cristina Desideri recensisce il dialogo tra Noam Chomsky e Laray Polk dedicato all’intreccio tra minaccia nucleare, guerra e crisi ambientale.

Questa dimensione collega direttamente l’antimilitarismo alla critica anarchica della concentrazione del potere economico.

Militarizzazione della società

Il militarismo non riguarda necessariamente soltanto le caserme.

L’antimilitarismo ha spesso criticato anche la diffusione nella società di valori legati alla disciplina, all’obbedienza, alla gerarchia e alla rappresentazione della forza militare come strumento privilegiato di sicurezza.

Questo apre un problema culturale.

Una società può abituarsi alla guerra molto prima che inizi una guerra?

La presenza crescente del linguaggio militare nella politica, nella comunicazione e nell’educazione può contribuire a rendere più normale l’idea del conflitto armato?

Sono domande che portano l’antimilitarismo oltre la politica estera e lo collegano alla formazione culturale.

Scuola, educazione e militarismo

Il rapporto fra educazione e militarismo ha una storia lunga.

Una parte della pedagogia libertaria ha criticato l’educazione patriottica e l’utilizzo della scuola come luogo di costruzione dell’obbedienza allo Stato.

Francisco Ferrer e il movimento dell’educazione razionalista rappresentano uno degli esempi storici più importanti di questa connessione. Le scuole ispirate alla sua esperienza cercavano di contrapporre all’educazione autoritaria una formazione razionale, laica e orientata all’autonomia degli studenti; l’opposizione alla propaganda patriottica e militarista ne fu una componente significativa.

Il problema rimane attuale ogni volta che istituzioni militari, industria della difesa e sistemi educativi entrano in relazione.

La domanda non riguarda necessariamente l’esistenza di qualunque rapporto tra scuola e forze armate, ma il confine fra informazione, formazione, propaganda e normalizzazione della cultura militare.

È proprio qui che antimilitarismo ed educazione libertaria si incontrano.

Antimilitarismo e nonviolenza

L’anarchismo non ha mai avuto una posizione unica sulla nonviolenza.

Esiste però una tradizione anarchico-pacifista che ha posto al centro la coerenza tra mezzi e fini.

Se lo scopo è una società nella quale il dominio e la coercizione siano ridotti, è possibile costruirla attraverso strumenti fondati sulla coercizione?

Tolstoj rappresenta uno dei riferimenti storici più importanti di questo filone, mentre la riflessione sulla nonviolenza ha successivamente incontrato figure e movimenti differenti. La letteratura filosofica sull’anarchismo sottolinea proprio il rapporto fra critica della coercizione, nonviolenza e necessità di evitare che i mezzi utilizzati riproducano il potere che si vorrebbe contestare.

Questo non significa che l’intero anarchismo sia pacifista. Significa piuttosto che il problema del rapporto fra fini libertari e mezzi coercitivi attraversa profondamente la sua storia.

Antimilitarismo oggi

Parlare oggi di antimilitarismo significa affrontare problemi molto diversi da quelli dei movimenti ottocenteschi.

Gli eserciti professionali hanno sostituito in molti paesi la coscrizione obbligatoria. Le tecnologie militari hanno trasformato profondamente il modo di combattere. Industria, ricerca scientifica, sicurezza informatica e apparati militari sono sempre più interconnessi.

Allo stesso tempo guerre, invasioni e conflitti contemporanei rendono insufficiente una riflessione puramente astratta.

L’antimilitarismo deve confrontarsi con almeno due esigenze che possono entrare in tensione:

contrastare la normalizzazione della guerra e la concentrazione del potere militare;

affrontare concretamente la questione della difesa di chi subisce aggressioni, occupazioni o violenze.

Non esiste una risposta unica condivisa da tutte le tradizioni antimilitariste.

Ed è probabilmente proprio qui che il tema conserva la sua rilevanza politica e filosofica.

Dall’opposizione alla guerra alla costruzione di alternative

L’antimilitarismo diventa più interessante quando non si limita a dire ciò che rifiuta.

La critica anarchica suggerisce di spostare l’attenzione verso forme di organizzazione basate sulla cooperazione, sull’autogestione, sull’internazionalismo e sulla riduzione delle strutture permanenti di dominio.

In questa prospettiva l’antimilitarismo incontra gli altri grandi temi del pensiero libertario:

anarchia e potere, perché gli eserciti rappresentano una delle forme più concentrate di autorità;

internazionalismo anarchico, perché mette in discussione l’identificazione automatica tra individuo e Stato nazionale;

educazione libertaria, perché interroga i modi attraverso cui vengono trasmessi obbedienza, nazionalismo e cultura della guerra;

economia anarchica, perché la produzione di armamenti intreccia interessi economici e decisioni politiche;

autogestione, perché pone il problema di come organizzare società e comunità senza riprodurre strutture rigidamente verticali.

L’antimilitarismo, visto in questa prospettiva, non è soltanto una posizione sulla guerra.

È una riflessione su potere, obbedienza, autorità e possibilità di organizzare i conflitti umani senza fare della forza militare il loro arbitro permanente.

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