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Barletta esiste.
Barletta esiste. L’amianto, purtroppo, pure.
Nel suo articolo su Barletta, Guia Soncini racconta le diciotto ore di «paura e delirio» trascorse in città dopo l’annullamento del concerto di Jovanotti.
La città conosce il problema da molto prima del concerto annullato di Jovanotti. L’area dell’ex cartiera era già stata interessata da interventi di bonifica.
Anzi, Barletta ha probabilmente più difetti di quanti Soncini sia riuscita a scoprirne nelle sue diciotto ore di paura e delirio.
Però no: Foggia non è New York e le Maldive rispetto a Barletta.
Mi dispiace per Foggia. Foggia è Foggia.
Barletta è Barletta.
E non perché noi barlettani siamo particolarmente bravi a vendercela. Se lo fossimo, probabilmente avremmo meno bisogno di articoli come questo per ricordarci cosa abbiamo.
Ma c’è un problema: se davvero si cerca su Google «cose da fare a Barletta», qualcosa esce.
Escono il Castello, il Colosso, Palazzo della Marra, la Pinacoteca De Nittis, la Cattedrale, il centro storico.
E allora forse il problema non è che a Barletta non ci sia niente da fare.
Forse sono cose che non interessano a Guia Soncini.
Ed è perfettamente legittimo.
Barletta è stata uno dei porti d’imbarco verso la Terrasanta, ha conosciuto la presenza di ordini religioso-cavallereschi, conserva il gigantesco Colosso bronzeo tardoantico e un castello monumentale legato anche alla storia federiciana.
È la città di Giuseppe De Nittis.
Guia Soncini è stata nella città di De Nittis e non sapeva cosa fare.
Che sfiga.
Sulla Disfida, invece, ha ragione: il combattimento si svolse nel territorio di Trani. È una cosa che sappiamo anche noi. Non abbiamo mai sostenuto che Ettore Fieramosca e i suoi compagni si siano affrontati davanti al Comune aspettando che si liberasse un parcheggio.
Si chiama Disfida di Barletta perché la vicenda nacque qui, dove si trovavano i protagonisti e dove avvenne il banchetto che portò alla celebre provocazione.
Federico II, invece, a Barletta ci veniva.
E sorprendentemente vi trovava qualcosa da fare. Per esempio, a Barletta ha annunciato la Sesta Crociata.
Diciotto ore, due strade e una città intera
A rileggere l’articolo, però, più che Barletta a colpirmi è la poca curiosità con cui Soncini sembra averla attraversata.
Sceglie una suite a pochi minuti a piedi dalla stazione. Arriva in treno, percorre sostanzialmente il tragitto necessario per raggiungerla, incontra un automobilista che la insulta e quell’uomo diventa immediatamente un campione rappresentativo dell’«accoglienza della città».
Poi cerca un bar nella piazza della stazione.
È chiuso.
Ne cerca un altro dall’altra parte della piazza.
Chiuso pure quello.
Conclusione: «Solo in un luogo che non esiste alle sei di pomeriggio i bar sono tutti chiusi».
No, Guia.
Erano chiusi quei due bar.
È leggermente diverso.
Peraltro era lunedì 17 agosto, dopo un Ferragosto caduto di sabato e una domenica immediatamente successiva. Non è esattamente inconcepibile che qualche commerciante avesse approfittato di quei giorni, con molti barlettani fuori città, per concedersi qualche giorno di ferie.
Sarebbe bastato svoltare l’angolo.
L’impresa più difficile: non trovare un bar a Barletta
Perché qui arriviamo al risultato più straordinario delle diciotto ore di Soncini.
Non trovare un bar aperto a Barletta.
Barletta è la città dei bar.
Il centro, soprattutto la sera, è pieno di persone che affollano le strade, i locali, american bar e pub. Talmente pieno che uno dei problemi di cui dovremmo discutere seriamente è semmai l’opposto: una socialità giovanile fortemente concentrata nella movida e nel consumo di alcol, mentre droga e spaccio costituiscono una presenza tutt’altro che immaginaria. Negli ultimi anni la città ha conosciuto anche fatti di cronaca molto gravi.
Quindi no: i bar non mancano.
Soncini è riuscita semplicemente a non trovarli.
Ed è un talento.
Racconta anche di avere il telefono ormai scarico e di non riuscire a ricaricarlo.
Qualche giorno fa ero in un bar di Barletta. Un cliente ha chiesto al barista se potesse collegare il telefono a una presa.
«Certo».
Fine dell’avventura.
Forse ogni tanto parlare con le persone aiuta.
Executive, suite e altre necessità
C’è poi una frase meravigliosa.
Soncini cerca un posto Executive sul Frecciarossa e lo trova pieno:
«Ogni volta che la Executive è piena mi faccio molte domande su come facciano gli italiani a fare la vita che fanno con gli stipendi italiani».
È una domanda interessante.
Ma l’Executive del Frecciarossa 1000 ha dieci posti.
Dieci.
Dieci persone.
Può tranquillizzarsi: la rivoluzione sociale non è ancora avvenuta e lei è ancora una privilegiata.
E qui comincio anche a capire meglio i 212 euro e cinquanta del Palazzo Garibaldi.
Una suite che normalmente può avere prezzi molto inferiori, prenotata nella notte di uno dei maggiori eventi dell’estate barlettana, con migliaia di persone attese in città.
Duecentododici euro restano, a mio parere, una follia.
Ma non è esattamente sorprendente che domanda eccezionale e offerta limitata facciano esplodere i prezzi.
È uno degli effetti peggiori dei grandi eventi.
Barlettani che non hanno voglia di lavorare
C’è invece una battuta che mi diverte meno.
«I barlettani voglia di lavorare quanta i bolognesi».
No.
A Barletta manca il lavoro molto più di quanto manchi la voglia di lavorare.
È stata una città di contadini, marinai, pescatori, artigiani e operai. Una città nella quale ancora oggi c’è chi, quando arriva settembre e i turni glielo permettono, la mattina va a fare la vendemmia per aggiungere qualche soldo allo stipendio.
Il problema è un’offerta lavorativa troppo spesso precaria, povera e malpagata.
E quando una città offre poche prospettive, i giovani non smettono di avere voglia di lavorare.
Se ne vanno.
Sui taxi: colpevoli
Qui nessuna arringa difensiva.
Barletta ha pochi taxi, un trasporto pubblico migliorabile e quella dipendenza dall’automobile tipica di molte città medie meridionali. Prendiamo la macchina anche per percorsi brevi, intasiamo le strade e poi ci lamentiamo del traffico.
È un problema vero.
Il tassista senza POS che pretende i contanti e trattiene la valigia finché non li vede, invece, è un personaggio talmente perfetto che non proverò neanche a sottrarlo alla letteratura sonciniana.
Soncini dovrebbe semmai ritenersi fortunata.
Di personaggi barlettani ne abbiamo molti altri.
E alcuni sono decisamente peggio.
Quanto all’albergo in campagna, anche lì bisogna riconoscere la portata della sfortuna: finire fuori città proprio nella sera in cui moltissime camere cittadine erano state prenotate per un concerto poi annullato, e quindi risultavano occupate sulla carta anche quando i clienti non sarebbero arrivati.
In compenso le hanno trovato una birra alla spina.
In un albergo in campagna.
Che culo.
I barlettani, i romagnoli e gli stronzi
Soncini sostiene che la Romagna sia «uno dei posti più brutti del mondo» e paragona il suo mare al risciacquo dei panni sporchi.
Poi spiega che il problema di Barletta sarebbero i barlettani scortesi.
Non aggiungerei altro.
Il problema dell’Avvelenata
Guia Soncini dirige una rubrica che si chiama L’Avvelenata.
Il nome, bisogna riconoscerlo, è onesto.
E leggendo le sue diciotto ore barlettane viene quasi da pensare che possieda un talento particolare nell’attirare disastri: l’amianto cancella il concerto, il B&B evapora, il telefono muore, i bar chiudono, il taxi è uno solo, il tassista non ha il POS, l’albergo sembra l’Overlook e infine persino il letto si apre in due durante la notte.
A un certo punto non sai più se stai leggendo un reportage o Fantozzi contro tutti.
Perché quasi tutto ciò che Soncini incontra viene interpretato nella maniera peggiore possibile.
Un automobilista maleducato diventa l’accoglienza di Barletta.
Un tassista diventa la voglia di lavorare dei barlettani.
Un B&B diventa l’ospitalità cittadina.Due bar chiusi diventano una città senza bar.Una ricerca su Google diventa una città senza cose da fare.
Diciotto ore dovrebbero descrivere Barletta. Solo che non sono diciotto ore trascorse a conoscere una città: sono diciotto ore trascorse cercando una stanza, un taxi, una presa elettrica e infine una via di fuga. Barletta era fuori dalla finestra e neanche l’ha vista.
Guia Soncini e la fatica di girare l’angolo
Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata.
Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata. È che per raccontare una città bisognerebbe almeno provare a scoprirla. E dalle diciotto ore raccontate da Soncini non sembra che Barletta abbia avuto questa fortuna.
Non è un delitto. La comodità piace a tutti, soprattutto quando possiamo permettercela. Ma se per tornare a Bologna contempli soltanto l’Executive del Frecciarossa, quella con una manciata di poltrone; se per una notte prenoti una suite a pochi minuti dalla stazione anche quando costa 212 euro e cinquanta; se cerchi un bar in piazza, ne trovi due chiusi e stabilisci che a Barletta i bar non esistono; se attraversi due strade, un automobilista ti dà del camion e hai già raccolto materiale sufficiente per descrivere l’accoglienza di sessantamila abitanti, forse Barletta non è la città ideale per te.
Richiede uno sforzo terribile.
Bisogna camminare.
Magari girare l’angolo.
Qualche volta persino parlare con qualcuno.
E questo spiega forse anche perché Soncini sia riuscita nell’impresa di passare due volte da queste parti — entrambe per Jovanotti — senza accorgersi che nella città in cui «non c’è niente da fare» ci sono il Castello, il Colosso, la Cattedrale, Palazzo della Marra e De Nittis.
Forse Jovanotti non dovrebbe tornare a Barletta
Forse dovremmo davvero chiedere a Jovanotti di non tornare.
Non per qualcosa contro di lui. Ma i grandi eventi hanno già un difetto evidente: concentrano migliaia di persone in una città in una sola giornata, saturano la ricettività e consentono a una camera che normalmente costa molto meno di arrivare a 212 euro e cinquanta. Se poi portano anche visitatori che arrivano esclusivamente per il concerto e, saltato quello, considerano tutto ciò che li circonda un fastidioso inconveniente geografico, possiamo tranquillamente farne a meno.
Barletta avrebbe bisogno di meno turismo mordi e fuggi e di più persone curiose.
Perché Barletta esiste anche quando Jovanotti non canta.
E per una eventuale terza visita avrei comunque trovato la soluzione perfetta per Guia Soncini.
La Star Clipper.
Un grande veliero da crociera che proprio nel 2026 ha cominciato a fare scalo nel porto di Barletta.
È perfetto per lei.
Niente B&B da raggiungere a piedi. Niente disperate esplorazioni oltre i confini della piazza della stazione. Niente necessità di cercare una presa elettrica in un bar. E soprattutto nessun rischio di scoprire che una delle pochissime poltrone Executive del Frecciarossa è già occupata da qualcun altro.
La nave arriva praticamente davanti al Castello.
A quel punto, però, resta un ultimo ostacolo.
Bisogna scendere.