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L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e gli ambienti nei quali vivono. Ma nel tempo la parola ha assunto anche un significato più ampio, entrando nella filosofia, nella politica e nella critica sociale.
Parlare di ecologia significa infatti interrogarsi non soltanto sul funzionamento degli ecosistemi, ma anche sul modo in cui gli esseri umani si collocano al loro interno.
Siamo una specie separata dalla natura che deve amministrarla? Una sua componente tra le altre? La natura possiede valore soltanto quando offre risorse e servizi utili all’uomo oppure può avere un valore indipendente dai nostri bisogni?
Da queste domande sono nate prospettive differenti: ecologia sociale, ecologia profonda, biocentrismo, bioregionalismo, ecologie native. Allo stesso tempo, concetti come biodiversità, wilderness e rewilding sono diventati centrali nel dibattito sulla crisi ecologica.
Su Magozine questi temi attraversano saggi, recensioni e approfondimenti dedicati al rapporto tra esseri umani, altri viventi e territori.
Che cos’è la biodiversità
La biodiversità è la varietà della vita presente sulla Terra.
Comprende la diversità delle specie, ma non soltanto quella. Esiste una diversità genetica all’interno delle singole specie e una diversità degli ecosistemi nei quali gli organismi interagiscono.
Un bosco, una zona umida, un prato, un fiume o persino un ambiente urbano possono ospitare comunità biologiche differenti.
La biodiversità è quindi qualcosa di più di un elenco di animali e piante.
Ogni specie entra in relazione con altre forme di vita e con le caratteristiche fisiche dell’ambiente. La scomparsa o la forte riduzione di una componente può produrre conseguenze che attraversano l’intero ecosistema.
Nell’approfondimento Giornata mondiale della Biodiversità: cosa possiamo fare? abbiamo affrontato proprio il rapporto fra perdita degli habitat, inquinamento, cambiamenti climatici, specie invasive e conservazione della biodiversità.
La tutela della biodiversità non consiste quindi soltanto nel salvare singole specie particolarmente conosciute. Significa preservare reti di relazioni viventi.
Antropocentrismo e biocentrismo
Una delle grandi fratture del pensiero ecologico riguarda il posto attribuito all’essere umano.
L’antropocentrismo interpreta il mondo principalmente attraverso i bisogni e gli interessi della nostra specie.
Un bosco diventa una riserva di legname, un fiume una fonte di acqua o energia, un animale una risorsa alimentare, un paesaggio una destinazione turistica.
Naturalmente utilizzare le risorse dell’ambiente è parte della vita di ogni specie. Il problema nasce quando il valore del resto del vivente viene ridotto completamente alla sua utilità per l’uomo.
Il biocentrismo sposta il punto di osservazione e riconosce invece un valore alla vita indipendentemente dal vantaggio che può produrre per la nostra specie.
Questo cambiamento di prospettiva non elimina automaticamente i conflitti. Gli esseri umani hanno comunque bisogno di abitare, coltivare, produrre e trasformare il territorio.
Ma modifica la domanda di partenza.
Non ci chiediamo più soltanto quanto possiamo ottenere da un ecosistema, ma anche quali limiti dobbiamo rispettare per continuare a farne parte.
Nel nostro approfondimento Biocentrismo e crisi ambientale: In difesa della natura selvaggia di Marco Sioli questo contrasto emerge attraverso la storia dell’ambientalismo e del concetto di wilderness.
Ecologia sociale
L’ecologia sociale parte da un’altra intuizione: i problemi ambientali non possono essere completamente separati dal modo in cui sono organizzate le società.
Sfruttamento delle risorse, concentrazione economica, urbanizzazione, produzione industriale e organizzazione gerarchica non sono fenomeni esterni alla crisi ecologica.
Il pensiero dell’ecologia sociale ha quindi cercato di collegare dominio sulla natura e forme di dominio all’interno della società.
Questo approccio è particolarmente vicino ad alcuni dei percorsi sviluppati negli anni su Magozine, perché permette di incontrare ecologia, anarchismo, critica del potere e autogestione senza ridurre la questione ambientale a una semplice scelta individuale di consumo.
Nell’articolo Ecologia come ideologia: una recensione su Anarchy nel 1986 abbiamo recuperato un vecchio dibattito libertario che confrontava proprio ecologia sociale, bioregionalismo ed ecologia profonda.
È un confronto interessante anche perché mostra che non esiste un’unica filosofia ecologista.
Ecologia profonda
L’ecologia profonda, o deep ecology, mette radicalmente in discussione l’antropocentrismo.
La natura non viene considerata una semplice cornice dell’esistenza umana né un insieme di risorse da amministrare in modo più efficiente.
L’idea centrale è che il mondo vivente possieda un valore proprio.
Questa impostazione porta a ripensare la relazione fra individui, specie ed ecosistemi e pone limiti molto più profondi alla pretesa umana di trasformare ogni territorio.
Ma proprio la radicalità di questa prospettiva ha prodotto discussioni.
Quanto spazio deve essere lasciato alla natura spontanea? Come conciliare la protezione degli ecosistemi con i bisogni delle comunità umane? Il richiamo alla natura può diventare a sua volta un’ideologia astratta?
Sono domande che attraversano da decenni il pensiero ecologico e che spiegano perché ecologia sociale ed ecologia profonda possano condividere molte critiche alla società industriale senza coincidere.
Bioregionalismo: abitare un territorio
Il bioregionalismo propone di pensare le comunità a partire dalle caratteristiche ecologiche dei territori nei quali vivono.
Fiumi, bacini idrografici, montagne, pianure, clima, ecosistemi e disponibilità delle risorse non coincidono necessariamente con i confini amministrativi creati dagli Stati.
La bioregione prova quindi a immaginare un rapporto differente tra territorio, comunità e organizzazione sociale.
Il concetto può incontrare decentralizzazione, autonomia locale e conoscenza diretta degli ecosistemi.
Anche questo approccio compare nel vecchio dibattito ripreso in Ecologia come ideologia, dove il bioregionalismo viene confrontato criticamente con altre correnti ecologiste.
Più che assumerlo come soluzione universale, può essere utile come domanda: quanto conosciamo realmente il territorio nel quale viviamo e da quali sistemi ecologici dipende la nostra vita quotidiana?
Ecologie native e culture indigene
Esistono modi di pensare il rapporto tra esseri umani e ambiente che non nascono dalla moderna cultura ambientalista occidentale.
Nel libro Ecologie native di Emanuela Borgnino, recensito su Magozine nell’articolo La responsabilità ecologica nella cultura indigena hawaiana, il rapporto con il territorio viene osservato attraverso la cultura hawaiana.
La prospettiva è importante perché mette in discussione la separazione rigida tra società e natura.
Un territorio non è soltanto uno spazio fisico occupato da una comunità. Può essere parte delle relazioni attraverso cui una comunità costruisce identità, responsabilità e continuità tra generazioni.
Parlare di ecologie native non significa idealizzare tutte le culture indigene né immaginare popolazioni umane completamente estranee alla trasformazione della natura.
Significa riconoscere che la concezione occidentale moderna — natura da una parte, società dall’altra — non è l’unico modo possibile di interpretare il rapporto con il mondo vivente.
Wilderness: che cos’è la natura selvaggia?
La parola inglese wilderness è difficile da tradurre perfettamente.
“Natura selvaggia” ne restituisce una parte del significato: territori nei quali i processi naturali mantengono un elevato grado di autonomia rispetto all’intervento umano.
Ma wilderness è anche un concetto culturale.
Per secoli gli spazi selvaggi sono stati considerati luoghi pericolosi da conquistare, bonificare e rendere produttivi. Successivamente, soprattutto nella storia dell’ambientalismo nordamericano, sono diventati luoghi da proteggere.
Il cambiamento è significativo.
Ciò che veniva interpretato come spazio inutile perché non coltivato, costruito o sfruttato comincia ad acquisire valore proprio proprio perché non completamente controllato dall’uomo.
La recensione di In difesa della natura selvaggia ricostruisce questa trasformazione attraverso figure come Henry David Thoreau, John Muir e Aldo Leopold.
La wilderness diventa così un terreno sul quale si scontrano due idee: la natura come deposito di risorse e la natura come comunità vivente della quale facciamo parte.
La natura selvaggia esiste ancora?
Pensare alla wilderness come a un territorio completamente incontaminato può essere fuorviante.
L’impronta delle società umane raggiunge ormai anche luoghi apparentemente remoti attraverso cambiamenti climatici, inquinamento, infrastrutture, specie introdotte e trasformazione dei cicli naturali.
Questo non significa però che non esistano differenti gradi di naturalità.
Un bosco lasciato evolvere spontaneamente, un fiume libero di modificare il proprio corso, una zona umida recuperata o un terreno abbandonato possono sviluppare dinamiche molto differenti rispetto a un ambiente continuamente controllato.
La questione quindi cambia.
Piuttosto che cercare una natura assolutamente “pura”, possiamo domandarci quanto spazio siamo disposti a restituire ai processi naturali.
È qui che entra in gioco il concetto di rewilding.
Rewilding: quando la natura ritorna
Con rewilding si indicano approcci che cercano di aumentare l’autonomia degli ecosistemi, favorendo il ritorno dei processi naturali e, in alcuni casi, delle specie che erano scomparse.
Il principio non consiste semplicemente nel piantare alberi o creare nuove aree verdi.
L’obiettivo è permettere all’ecosistema di recuperare una maggiore capacità di trasformarsi senza essere continuamente progettato nei dettagli dall’uomo.
Questa prospettiva produce però nuove domande.
Che cosa accade quando tornano grandi animali in territori ormai densamente abitati? Quanto spazio siamo disposti a condividere? Come cambiano agricoltura, turismo e attività economiche?
Il ritorno della natura non è quindi soltanto una questione ecologica.
È anche un problema culturale: dopo secoli trascorsi a eliminare ciò che non riuscivamo a controllare, dobbiamo imparare nuovamente a convivere con una parte di imprevedibilità.
Paesaggi dell’abbandono e natura post-umana
A volte la natura ritorna senza che nessuno la programmi.
Terreni agricoli abbandonati, zone industriali dismesse, miniere, aree contaminate e città progressivamente svuotate possono essere lentamente colonizzate da piante e animali.
La recensione di Isole dell’abbandono – Vita nel paesaggio post-umano di Cal Flyn affronta proprio questa capacità del vivente di rioccupare luoghi profondamente trasformati dall’attività umana.
Il fenomeno mette in crisi una convinzione diffusa: che la protezione della natura richieda sempre la gestione continua dell’uomo.
In alcuni casi intervenire è necessario. In altri può essere proprio la riduzione dell’intervento umano a permettere nuove dinamiche ecologiche.
Non significa che ogni area abbandonata diventi automaticamente un ecosistema prezioso.
Significa però riconoscere che la natura non è soltanto ciò che esisteva prima di noi: è anche ciò che continua a trasformarsi dopo il nostro passaggio.
Biodiversità nelle città
La contrapposizione tra città e natura è a sua volta meno netta di quanto immaginiamo.
Le aree urbane ospitano molte specie che hanno imparato a sfruttare edifici, parchi, giardini, ruderi, corsi d’acqua e spazi marginali.
Nella recensione La guida agli animali che vivono nelle nostre città, dedicata al Bestiario invisibile di Marco Granata, emerge proprio la biodiversità nascosta negli ambienti urbani.
Rondoni, insetti, rettili e numerosi altri animali condividono con noi spazi che consideriamo esclusivamente umani.
La città diventa così un luogo interessante per rieducare lo sguardo.
Non dobbiamo necessariamente raggiungere una foresta remota per osservare relazioni ecologiche. Una parte della natura vive dentro gli spazi che abbiamo costruito.
Questo rende ancora più importante progettare città nelle quali vegetazione, corsi d’acqua, suoli permeabili e habitat possano mantenere una continuità.
Antropocene: l’epoca dell’impronta umana
Il concetto di Antropocene prova a descrivere una condizione nella quale l’attività umana è diventata capace di produrre trasformazioni di scala planetaria.
Clima, uso del suolo, cicli delle sostanze, biodiversità e distribuzione delle specie sono influenzati dalle attività delle società umane.
Nell’articolo Antropocene: transizione ecologica e sviluppo sostenibile abbiamo affrontato proprio questa trasformazione come una delle grandi questioni del XXI secolo.
Il termine contiene però anche un problema.
Dire che “l’umanità” modifica il pianeta rischia di far apparire tutti gli esseri umani ugualmente responsabili, mentre società, classi sociali, modelli produttivi e territori hanno avuto ruoli molto differenti.
Per questo la riflessione ecologica incontra inevitabilmente quella sociale ed economica.
Non basta sapere che l’uomo modifica gli ecosistemi. Bisogna chiedersi quali forme di organizzazione producano le trasformazioni maggiori e chi ne subisca le conseguenze.
Ecologia e difesa dei territori
L’ecologia diventa politica quando un territorio viene minacciato da una trasformazione considerata incompatibile con la vita delle comunità e degli ecosistemi.
Grandi infrastrutture, consumo di suolo, estrazioni e progetti industriali hanno prodotto numerosi movimenti territoriali.
Nel libro recensito in Siamo la “natura” che difende se stessa: riflessioni sulla ZAD la separazione fra natura e attivisti viene esplicitamente rovesciata.
Non c’è da una parte una natura passiva da proteggere e dall’altra esseri umani esterni che decidono di salvarla.
Gli abitanti sono essi stessi parte del territorio e delle relazioni che cercano di difendere.
È una prospettiva che collega ecologia, autonomia e conflitto territoriale e che ritroveremo anche nel percorso Energia, territorio e beni comuni.
Ecologia e antispecismo
Ecologia e antispecismo condividono la critica a una visione del vivente interamente centrata sull’uomo, ma partono da domande differenti.
L’ecologia osserva soprattutto sistemi, relazioni, popolazioni ed ecosistemi.
L’antispecismo richiama invece l’attenzione sul valore attribuito ai singoli animali e sulla gerarchia tra specie.
Le due prospettive possono convergere, per esempio nella critica agli allevamenti intensivi o alla distruzione degli habitat, ma possono anche entrare in tensione quando la conservazione di un ecosistema richiede interventi su determinate popolazioni animali.
Per questi aspetti abbiamo creato un percorso specifico dedicato ad Animalismo e antispecismo.
Mantenere distinti i due piani permette di capire meglio sia ciò che li unisce sia ciò che li separa.
Ecologia e agricoltura
Anche l’agricoltura occupa una posizione di confine.
Un campo coltivato è un ecosistema profondamente modificato dall’essere umano, ma continua a dipendere da suolo, acqua, insetti, microorganismi e biodiversità.
Agricoltura biologica, agroecologia, pratiche rigenerative, conservazione delle sementi e filiere territoriali cercano in modi differenti di ridurre il conflitto tra produzione agricola e funzionamento degli ecosistemi.
Questi temi vengono approfonditi nel percorso Agricoltura sostenibile, ambiente e sovranità alimentare.
Imparare nuovamente ad abitare la natura
Una parte della crisi ecologica nasce probabilmente da un errore di prospettiva: pensare che esistano da una parte gli esseri umani e dall’altra la natura.
Le città dipendono dall’acqua dei bacini idrografici, il cibo dalla fertilità dei suoli, l’agricoltura dagli insetti e dal clima, le economie dalla disponibilità di materia ed energia.
Non siamo quindi esterni agli ecosistemi.
Ecologia sociale, ecologia profonda, biocentrismo, ecologie native e bioregionalismo offrono risposte differenti alla stessa domanda fondamentale: come possiamo vivere all’interno del mondo naturale senza comportarci come se ne fossimo proprietari?
La biodiversità ci ricorda che la vita prospera attraverso la differenza e le relazioni.
La wilderness ci ricorda che non tutto deve essere controllato.
Il rewilding mostra che alcuni processi possono riprendere quando viene restituito loro spazio.
Le ecologie native suggeriscono che il territorio può essere pensato anche come relazione e responsabilità, non soltanto come risorsa.
Forse è proprio da qui che può iniziare un diverso modo di abitare il pianeta: non difendere una natura lontana da noi, ma riconoscere la rete vivente della quale siamo già parte.