Carte irrequiete, la memoria dei movimenti

Carte irrequiete

Carte irrequiete esplora gli archivi dei movimenti come spazi vivi e partecipati, proponendo una memoria collettiva, dinamica e alternativa ai modelli istituzionali.

Carte irrequiete. La memoria dei movimenti è un saggio che propone un cambio di paradigma nella comprensione e pratica dell’archivistica, allontanandosi dalla visione tradizionale degli archivi come entità gerarchiche e centralizzate gestite dallo Stato. Al contrario, gli autori esplorano quelle forme archivistiche “dal basso” che nascono dai movimenti sociali, dalle comunità e dalle esperienze collettive, luoghi di memoria dinamica e partecipata piuttosto che contenitori statici di documenti. 

Nel testo (con la premessa di Leonardo Musci), Pezzica e Valacchi (che stanno facendo diverse presentazioni in diverse città e che vi invitiamo a recuperare) mostrano come, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, le “carte irrequiete” – ovvero quei documenti, materiali e memorie prodotti dai movimenti – hanno messo in discussione l’idea di un archivio “governato dall’alto”, proponendo un modello di archivistica trasversale, aperta e immersa nella società. Si tratta di archivi che non seguono la tradizionale gerarchia documentaria, ma esprimono la ricchezza e l’eterogeneità delle esperienze collettive, dando voce a narrazioni che altrimenti rischierebbero di perdersi. Il pensiero va subito anche alle fonti orali.

Archivi scomposti, archivi in movimento

Esistono archivi che non nascono nei palazzi istituzionali, né seguono i tracciati ordinati del protocollo statale. Sono archivi scomposti, irregolari, spesso collettivi. Prendono forma in contesti insoliti: sedi di associazioni, spazi autogestiti, case private, centri sociali, movimenti politici e culturali. Raccolgono una moltitudine di tipologie documentali – volantini, manifesti, ciclostilati, fotografie, registrazioni, appunti manoscritti, materiali digitali – e si costituiscono al di fuori dei canoni del tradizionale archivio comunale o statale.

Formatisi lontano dalla rigidità amministrativa, questi archivi non rispondono a un disegno preventivo né a un sistema classificatorio imposto dall’alto. Crescono per accumulo, per urgenza, per necessità contingenti. Sono il prodotto di pratiche vive, non di regolamenti.

Oltre la gerarchia: una nuova idea di memoria

Questi fondi documentari mettono radicalmente in discussione l’idea di un sistema archivistico gerarchico, organizzato secondo categorie verticali e strutture piramidali. Non si lasciano facilmente ricondurre a schemi precostituiti, perché nascono da soggetti collettivi, spesso fluidi e destrutturati.

Eppure proprio questa apparente disorganicità costituisce la loro forza. Essi rappresentano un unicum nella ridefinizione del concetto di memoria: una memoria partecipata, corale, condivisa. Non più soltanto memoria istituzionale, ma memoria plurale, costruita dal basso, espressione di comunità e movimenti che si autorappresentano attraverso le proprie tracce documentarie.

Lo sguardo dell’archivista: tra teoria e pratica

Da studentessa e diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica, questa prospettiva risulta particolarmente affascinante. La scrittura chiara e ricca di riflessioni dialoga con l’esperienza concreta di chi, lavorando sul campo, si è trovato ad affrontare archivi “altri”, capaci di mettere a dura prova le categorie apprese negli studi canonici.

I documenti, infatti, nascono per rispondere a esigenze specifiche ed estemporanee. Non sono creati per essere archivio, ma per agire nel presente. È solo a posteriori che il loro senso archivistico può essere ricostruito. L’archivista è chiamato a cogliere le tracce del soggetto produttore, a comprenderne il modus operandi, a intercettare la logica – talvolta implicita – che ha guidato la raccolta e la conservazione dei materiali.

Ogni archivio è il risultato di una sedimentazione più o meno coerente. Possiede una propria storia, anche materiale: dipende dalle condizioni politiche, sociali, economiche, dalle risorse disponibili, dalle urgenze del momento. Forma e sostanza sono il prodotto di molteplici fattori che ne determinano l’identità.

Potete approfondire direttamente dagli autori qui: https://www.eleuthera.it/materiale.php?op=3549

Il ciclostile: tecnica e partecipazione

Un esempio emblematico di questa archivistica “dal basso” è il ciclostile. Macchinario semplice, spesso di qualità modesta nelle sue prime versioni, diventa strumento fondamentale per i movimenti politici e sindacali del Novecento. Attraverso il ciclostile si diffondono comunicati, volantini, giornali autoprodotti.

Con il tempo, la sua presenza si estende alle associazioni territoriali e ai partiti – non necessariamente di sinistra – trasformandosi in mezzo di partecipazione e diffusione della coscienza politica. I documenti prodotti riflettono le istanze dei quartieri, delle comunità, dei centri e delle periferie, delle libere associazioni di cittadini e cittadine. Il supporto tecnico incide così direttamente sulla forma e sulla circolazione della memoria.

Liberarsi dai dogmi

Guardare questi archivi senza lenti deformanti, liberandosi da dogmi e criteri applicati meccanicamente, è il primo passo verso una reale comprensione. Occorre osservarli per ciò che sono, non per ciò che “dovrebbero essere” secondo modelli normativi.

L’idea tradizionale di archivio – storicamente associata agli archivi di Stato, strutture imponenti fondate su un solido impianto giuridico e organizzate secondo una logica centralizzata – ha profondamente influenzato la dottrina archivistica. Questo paradigma, rigoroso e normativo, ha orientato per lungo tempo principi e pratiche. Ad esempio anche nella fase di scarto i soggetti possono agire in modo talvolta imprevedibile, conservando documenti che in altri contesti sarebbero immediatamente eliminati.

Ma quando il soggetto produttore è destrutturato, mobile, collettivo, applicare un metodo rigido e meccanico rischia di risultare inefficace. Gli archivi dei movimenti chiedono strumenti interpretativi flessibili, capaci di entrare nel caos senza pretendere di normalizzarlo.

Archivi viventi e soggetti in movimento

Addentrarsi in questi archivi significa confrontarsi con realtà fluttuanti: movimenti LGBTQIA+, centri studi sui movimenti, archivi anarchici e libertari, spazi autogestiti. Ogni contesto storico – dagli anni Settanta in poi in modo particolare – ha inciso profondamente sulle modalità di produzione documentaria.

Si tratta di archivi vivi, partecipati, talvolta persino non pienamente localizzabili. Nel mondo anglosassone si parla, dagli anni Settanta, di “living archives”: archivi viventi che danno voce a una complessità di attori sociali e che si fondano sulla partecipazione e sulla condivisione. Qui l’archivistica si intreccia ai processi creativi, performativi e comunitari.

Non più soltanto luoghi di conservazione, ma spazi dinamici di produzione culturale e politica. Archivi che non custodiscono soltanto il passato, ma continuano a costruirlo, giorno dopo giorno, attraverso pratiche collettive di memoria.

In conclusione, ho trovato la lettura affascinante e arricchente. La consiglio agli addetti al settore ma anche a chi ama la storia, curiosare e riflettere sulle memorie collettive, specie in questi tempi di mutamento tecnologico e sociale. Un invito a una liberazione corale e dal basso, perché le persone creano, conservano, archiviano.

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Cantautrice, scrittrice e archivista, è appassionata di canto e musica popolare e di lotta. Ha scritto due libri (Voci. Storia di un corredo orale e Cantautrici), attualmente sta incidendo il suo primo disco e lavora come archivista e ricercatrice. Il progetto cantadoira vuole valorizzare le voci degli ultimi, alzando il grido della working class contro le ingiustizie.

https://www.instagram.com/lacantadoira/

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