Che fine ha fatto l’Anarchia?

Che cosa significa parlare di anarchismo oggi? Non basta chiedersi quante organizzazioni anarchiche esistano, quanti militanti raccolgano o quanto riescano a essere visibili nelle mobilitazioni. La questione più interessante è capire se il pensiero anarchico possieda ancora strumenti capaci di interpretare una società profondamente diversa da quella nella quale nacquero le sue principali elaborazioni teoriche.

Alcuni problemi sono sorprendentemente familiari: concentrazione della ricchezza, subordinazione del lavoro, guerre, nazionalismi, autoritarismo e disuguaglianze. Altri hanno assunto forme nuove: crisi climatica, piattaforme digitali, concentrazione tecnologica, trasformazione del lavoro, migrazioni globali e progressivo trasferimento di decisioni politiche ed economiche su livelli sovranazionali.

Questo articolo fu scritto alla fine del 2021, nel pieno della pandemia, partendo proprio dalla difficoltà del movimento anarchico di confrontarsi con una realtà in rapido cambiamento. Alcuni passaggi risentono inevitabilmente di quel momento storico. La domanda da cui partivano, però, rimane aperta: come può l’anarchismo trasformare i propri principi in pratiche, organizzazioni e proposte capaci di agire nel presente?

Proprio durante la pandemia avevamo provato a tradurre alcuni di questi principi in un Piano Strategico per le Emergenze, mettendo insieme mutualismo, sanità pubblica, autogestione economica, decentramento, ecologia e cooperazione internazionale tra comunità.

Che fine ha fatto l’anarchia?

Che fine ha fatto l’anarchia? Questo potrebbe essere, forse, uno dei periodi migliori per la propaganda anarchica. Una grave pandemia fa sentire il bisogno di pratiche economiche e sanitarie di mutuo appoggio.

Una grave crisi climatica pone l’urgenza di cambiamenti delle strutture capitaliste e un nuovo modo di consumare riducendo l’impatto sul pianeta. Una estremizzazione del capitalismo a cercare forme di investimento più profittevoli delocalizzando in paesi in cui il costo del lavoro è minore, crea un grande disagio ai lavoratori e stimola una riorganizzazione delle lotte e della solidarietà tra lavoratori. L’incapacità della politica istituzionale di rappresentare gli interessi dei lavoratori porta sempre più persona a mancare all’appuntamento elettorale con percentuali record di astensione.

Nota: i paragrafi seguenti conservano volutamente il riferimento al dibattito sviluppatosi nel movimento anarchico durante la pandemia. Più avanti l'articolo torna sul problema generale dell'attualizzazione dell'anarchismo.

E gli anarchici?

Gli anarchici sono moribondi per patologie pregresse che il Covid-19 è riuscito ad aggravare e a far affiorare. Da una parte ci sono gli individualisti che rivendicano la libertà di non vaccinarsi, creando una frattura nel movimento, come se quello sanitario fosse un problema individuale. Poi ci sono gli insurrezionalisti, bloccati in una variabile della dimensione temporale, che cercano di provocare una rivolta attraverso atti dimostrativi.

È passato più o meno un secolo da quando Errico Malatesta, riflettendo sul fallimento dei moti del 1874, diceva che i militanti di allora guardavano la realtà con occhi non realistici e che gli stomaci vuoti quasi sempre possono provocare delle rivolte, ma mai delle rivoluzioni. Continuava affermando che occorreva una consapevolezza del proprio ruolo storico e sociale.

Gli anarchici e la pandemia

Quanto siamo lontani dall’anarchia lo si capisce molto chiaramente da quel debole senso di responsabilità che traspare. Tra gli anarchici, così come negli ambienti animalisti e di chi si cura naturalmente, vi è una maggiore presenza di novax rispetto alla media.

Se questa epidemia fosse arrivata in una società anarchica realizzata come ci saremmo comportati? Avremmo, o no, dovuto adottare misure per la protezione dei più deboli, utilizzare dispositivi per non favorire la trasmissione del virus, incoraggiare la vaccinazione per ridurre il rischio e le conseguenze della contrazione della malattia?

Zapatisti e curdi nella pandemia

In effetti la preoccupazione principale di chi con successo riesce ad autogovernare un territorio non è stata quella di gridare al complotto aderendo e sostenendo teorie qanoniste. Gli zapatisti hanno lamentato leggerezza del governo messicano nel gestire il primo periodo della pandemia, dichiarando l’allerta rossa nei villaggi e nelle comunità autogestite (una specie di lockdown). In Rojava, invece, ad aprile del 2020 l’Amministrazione autonoma accusava il governo siriano di non fornire i kit per effettuare i tamponi ricevuti dall’OMS. Nel dicembre del 2020, attraverso il racconto di Sara Montinaro, sappiamo che ad Al-Hasaka si era riusciti a costruire il primo ospedale Covid con pochi posti in terapia intensiva. La difficoltà di far fronte all’emergenza sanitaria è maggiore in questa regione in cui il 60% delle strutture sanitare è stato raso al suolo.

Da noi, invece, ci sono gruppi di idioti come quelli che ad ottobre del 2021 durante una manifestazione a Milano, hanno cercato di portare il corteo verso la sede della Cgil, rischiando di provocare eventi simili a quelli avvenuti qualche settimana prima a Roma ad opera di Forza Nuova. Dando il pretesto a qualcuno di mettere sullo stesso piano anarchici e fascisti. Come se quel tipo di azione potesse avere un valore di tipo politico (piuttosto che di ottusa rabbia per una mancata difesa dei lavoratori non vaccinati durante una pandemia) e come se la priorità degli anarchici fosse quella di protestare contro i sindacati piuttosto che contro la classe imprenditoriale e la classe politica.

Le organizzazioni anarchiche e i modelli del Novecento

Le due organizzazioni anarchiche presenti in Italia si rifanno a modelli organizzativi quasi centenari. La Federazione dei Comunisti Anarchici ha come modello il piattaformismo del 1926 che vuole una buona organizzazione del movimento anarchico basata su unità teorica e d’intenti.

A differenza del sintetismo anarchico che, invece, mette insieme correnti e tendenze diverse dell’anarchismo sulla base di un Programma Anarchico scritto da Malatesta nel 1919 ed adottato prima (1920) dall’Unione Anarchica Italiana e poi (dal 1945) dalla Federazione Anarchica Italiana. Un programma condivisibile che si pone l’obiettivo di trasformare la società degli inizi del novecento.

Anarchismo e folklore

Pochi anni fa, durante il 25 aprile, a Bologna su via del Pratello c’erano una serie di banchetti appartenenti a diverse organizzazioni politiche. Mi avvicinai per curiosità ad uno di questi chiedendo chi fossero. Siamo del ’17. (Leninisti!). Un breve viaggio temporale mi portò prima ad avere paura del leninista, poi a desiderare la vendetta per la repressione di Kronstadt.

Oggi siamo messi un pochino meglio dei neoborbonici in quanto ad attualità delle nostre analisi. Siamo in una fase dormiente, in attesa forse che qualcuno venga a dirci cosa fare. O nell’attesa che succeda qualcosa. Nella paura di perdere autenticità provando ad esprimere qualcosa che riguardi il mondo di oggi.

Guardiamo al passato, ai grandi rivoluzionari e al loro coraggio, come esempi di un’azione che nulla ha a che fare coi nostri tempi. I moti rivoluzionari, l’esperienza spagnola, gli attentati ai regnanti. Esperienze che hanno fallito nel loro intento. Guardiamo al passato non per avere dei punti di riferimento, non per restare attaccati ad una radice ideologica. Ma per mancanza di una visione, di una immaginazione di scenari, progetti e percorsi che abbiano le basi nel mondo di oggi.

Non è un problema nuovo. Già Camillo Berneri criticava un anarchismo troppo legato alle formule dei maestri, incapace di trasformare l’antistatalismo in analisi e proposte adeguate ai problemi del proprio tempo. Una critica che ritorna nel pensiero anarchico contemporaneo: Tomás Ibáñez, con il suo anarchismo non fondazionale, mette in discussione proprio la trasformazione dell’anarchismo in una dottrina rigida e definitiva.

Attualizzare l’anarchismo

Anarchismo oggi: attualizzare il pensiero libertario

Realizzare l’anarchia, come? Nel breve periodo cosa fare? Con quale pratica ci auto-educhiamo all’anarchismo, ad essere anarchici nella società e a trasformare le relazioni sociali in senso libertario?

Impariamo dagli altri. Quali sono le maggiori esperienze anarchiche oggi? L’esperienza zapatista e l’esperienza municipalista curda? Perché non siamo capaci di contestualizzare nella società occidentale questo tipo di esperienze? Perché non vogliamo provare ad istituire assemblee cittadine (prendiamo esempio da Spezzano Albanese), assemblee di quartiere, assemblee tematiche nelle città (sul lavoro e sull’ambiente per esempio)? Perché non siamo capaci di farlo con altri (tutti quei compagni comunisti che hanno già fatto i conti col fallimento delle loro esperienze istituzionali o rivoluzionarie)? Abbiamo paura di apparire meno anarchici?

Mutuo appoggio, collettivismo

Gli anarchici dovrebbero occuparsi della dimensione cittadina. Ci sono già state delle buone pratiche di mutuo appoggio nelle città più grandi durante il primo lockdown con la consegna di spesa e medicinali a domicilio. Ma dovremmo essere capaci di replicare queste iniziative e di portarle in tutti i quartieri. Questa è probabilmente la migliore propaganda possibile. Intervenire in aiuto dei più poveri, in solidarietà nei confronti di chi ha perso il lavoro.

Cosa farebbero i compagni che autogestiscono villaggi in Kurdistan? Si prenderebbero cura dei propri quartieri riqualificando piazze, giardini e fontane e innescherebbero un moto di solidarietà e di partecipazione. È quello che fa l’Ambulatorio Popolare di Barletta con il contributo materiale della cittadinanza. Si tratta di un progetto mutualista non propriamente anarchico, ma che può essere d’esempio. Quando si mettono in pratica buoni principi di solidarietà, di aiuto reciproco e di autogestione di un bene collettivo si va a provocare una serie di reazioni positive di partecipazione.

Anarchismo, internazionalismo e blocchi geopolitici

Quale posizione può assumere oggi l’anarchismo davanti a strutture sovranazionali, alleanze militari e nuovi blocchi geopolitici? La risposta non può limitarsi alla scelta del blocco considerato meno dannoso. La contrapposizione tra NATO, Russia, Cina, BRICS e altre aggregazioni di Stati continua a muoversi dentro una logica di competizione tra potenze.

Una prospettiva libertaria dovrebbe recuperare invece la dimensione dell’internazionalismo dal basso: costruire relazioni tra lavoratori, comunità, movimenti sociali, esperienze autogestionarie e popoli indipendentemente dagli interessi degli Stati ai quali appartengono.

La domanda diventa allora se sia possibile costruire una nuova Internazionale dei popoli, capace di mettere in comunicazione esperienze territoriali differenti senza trasformarsi nell’ennesima internazionale di partiti e senza subordinarsi a uno dei blocchi politici ed economici esistenti.

Questa prospettiva richiede di recuperare il significato dell’internazionalismo, non come alleanza tra Stati o scelta di un blocco geopolitico, ma come costruzione di relazioni tra popoli, lavoratori e movimenti oltre i confini nazionali.

Anarchia ed esplorazione nello spazio

Cosa hanno da dire gli anarchici riguardo l’esplorazione nello spazio e i progetti di ricerca che mirano all’estrazione di risorse minerarie da altri pianeti e satelliti? Siamo pronti all’autoproclamazione di Elon Musk ad Imperatore di Marte? Siamo di fronte ad una narrazione che ha aspetti fantascientifici. Nella realtà ci sono aziende che stanno investendo grandi quantità di denaro in questi progetti e che prima o poi vorranno rientrare nelle spese. A noi sta bene che un organismo internazionale venda a privati licenze per l’estrazione?

È proprio su questioni come questa che si misura la capacità di un pensiero politico di restare vivo: non ripetere una risposta formulata nel passato, ma utilizzare i propri principi per affrontare problemi che i suoi stessi teorici non avrebbero potuto prevedere.

Fare i conti con le contraddizioni

Anarchia, sanità e beni comuni

La sanità pone all’anarchismo un problema più generale: come garantire servizi universali complessi senza affidarne il controllo né al mercato né necessariamente a una struttura statale centralizzata?

La semplice privatizzazione non offre una risposta libertaria. Un sistema sanitario organizzato secondo la logica del profitto rischia di trasformare il diritto alla cura in una merce, subordinandone l’accesso alla disponibilità economica.

Ma criticare la privatizzazione non significa necessariamente identificare il bene comune con la proprietà statale. La questione interessante riguarda chi controlla le strutture, chi prende le decisioni e come lavoratori e comunità possono partecipare alla loro gestione.

È uno dei problemi centrali di un anarchismo contemporaneo: immaginare istituzioni collettive capaci di amministrare beni e servizi complessi senza riprodurre né la concentrazione del capitale privato né quella del potere burocratico.

Anarchismo, tecnologia e piattaforme digitali

La questione tecnologica è diventata ancora più importante. Una parte crescente delle nostre relazioni, dell’informazione, del lavoro e della produzione culturale passa attraverso infrastrutture digitali controllate da grandi aziende private.

Per un movimento libertario esiste una contraddizione evidente: utilizzare questi strumenti permette di raggiungere persone che difficilmente entrerebbero in una sede politica, ma significa contemporaneamente dipendere da infrastrutture sulle quali utenti e comunità esercitano pochissimo controllo.

La risposta non può essere semplicemente il rifiuto della tecnologia commerciale e il conseguente isolamento comunicativo. Occorre utilizzare criticamente gli strumenti disponibili e, contemporaneamente, sostenere software libero, infrastrutture decentralizzate, piattaforme cooperative e forme di proprietà collettiva dei dati e degli strumenti digitali.

Anche qui il problema torna a essere quello del potere: chi possiede l’infrastruttura attraverso cui comunichiamo? Chi stabilisce le regole? Chi beneficia economicamente delle nostre attività?

Nel frattempo il mondo cambia

Nel frattempo il mondo cambia, si fanno le riforme, quelle che ci chiede l’Europa, quelle che servono a rendere più competitive le nostre aziende. Persino gli enti pubblici diventano più competitivi adottando le regole di assunzione dei privati e la possibilità di licenziare come fanno i privati.

Nel frattempo c’è una corsa agli armamenti e noi siamo tra i principali esportatori di armi. I paesi emergenti come Turchia ed Egitto si armano per affermare la loro posizione strategica e la loro influenza sui paesi vicini. L’Arabia Saudita (alleato degli Stati Uniti) costruisce missili balistici con l’aiuto della Cina. Si esasperano le contrapposizioni. Biden porta a compimento il ritiro delle truppe dall’Afghanistan per concentrare gli sforzi sulla Cina.

Il PNRR come esempio: denaro pubblico e profitti privati

Nei prossimi anni arriverà una pioggia di finanziamenti pubblici per le aziende italiane attraverso il Pnrr. Un evento che aumenterà il debito pubblico nonostante parte di questi finanziamenti arrivino dall’Europa a fondo perduto. Un debito che pagheremo tutti a beneficio di pochi imprenditori che si troveranno in un sistema più favorevole e competitivo. Come possiamo permettere che finanziamenti pubblici vadano a finanziare imprese private senza garanzie per i lavoratori, senza un minimo di socializzazione dei profitti?

La questione va oltre il PNRR e rimane aperta ogni volta che risorse collettive vengono utilizzate per sostenere imprese private: perché la collettività dovrebbe socializzare le perdite senza partecipare alla proprietà, alle decisioni o ai profitti?

La crisi istituzionale

È in corso una grave crisi istituzionale che non permette ai governi di risolvere i maggiori problemi della nostra società e che sta provocando un forte distaccamento dei cittadini dalle istituzioni ed una sfiducia nei confronti del sistema parlamentare elettorale. I governi non sono capaci di portare soluzioni succubi come sono degli industriali e dei loro interessi. In questo contesto si rafforzano le destre che fanno leva sull’odio per i migranti e sull’opposizione alle scelte politico-sanitarie per conquistare consenso.

Mentre gli equilibri politici variano, i governi perdono parte della loro capacità politica in favore di organi sovranazionali, come pensiamo noi di riuscire a spostare l’asse di questo cambiamento, ad influenzare i cambiamenti in corso?

Anarchismo oggi: dalla critica alla costruzione

Se l’anarchismo vuole continuare a essere un pensiero capace di trasformare la società, non può limitarsi alla critica dello Stato, del capitalismo e delle gerarchie. Deve tornare a interrogarsi su una questione più difficile: quali strutture possiamo costruire al loro posto e quali possiamo cominciare a costruire già oggi?

Il problema non è elaborare nei dettagli il modello di una futura società anarchica. Nessuna società può essere progettata a tavolino. Si tratta piuttosto di individuare principi e pratiche attraverso cui distribuire progressivamente il potere economico, politico e sociale, aumentando la capacità delle persone di decidere direttamente sulle questioni che riguardano la propria vita.

Autogestione: costruire strutture libertarie nel presente

L’autogestione diventa allora qualcosa di più della gestione collettiva di una fabbrica o di uno spazio sociale. Può essere un principio generale di organizzazione: lavoratori che partecipano alle decisioni dell’impresa, comunità che amministrano beni comuni, assemblee territoriali che intervengono sulle questioni locali, cooperative e associazioni nelle quali chi partecipa a un’attività possiede anche un reale potere decisionale. Non significa che ogni decisione debba essere presa da tutti, ma che il potere non venga permanentemente concentrato nelle mani di qualcuno.

Lo stesso problema riguarda l’economia. Un’economia anarchica non può essere definita semplicemente dalla scomparsa della proprietà privata o dalla sostituzione dell’impresa privata con quella pubblica. Se la proprietà e le decisioni vengono trasferite dall’imprenditore allo Stato, la concentrazione del potere può assumere una forma diversa senza necessariamente scomparire. Cooperative di lavoratori, attività individuali, proprietà collettive, reti di produttori, fondazioni rivolte al bene comune e altre forme di gestione possono invece convivere all’interno di un sistema nel quale l’obiettivo sia impedire che la ricchezza prodotta collettivamente si trasformi in un potere esercitato da pochi sugli altri.

Mutualismo ed economia dal basso

Il mutualismo libertario offre da questo punto di vista strumenti ancora interessanti. Produttori autonomi, cooperative, associazioni e comunità possono costruire reti economiche nelle quali beni, servizi, credito e competenze circolino secondo rapporti di reciprocità. Non è necessario attendere una rivoluzione per sperimentare queste relazioni: possono nascere all’interno della società presente e progressivamente sottrarre spazi alla dipendenza dalle grandi concentrazioni economiche.

La rivoluzione come stile di vita

Ma una trasformazione di questo tipo non può riguardare soltanto le strutture. Deve coinvolgere anche i comportamenti individuali e gli stili di vita. Se continuiamo a riprodurre quotidianamente, attraverso il lavoro, il consumo e le nostre relazioni, gli stessi rapporti economici e sociali che diciamo di voler superare, la rivoluzione rimane qualcosa che chiediamo agli altri di realizzare. Autoproduzione, consumo consapevole, sostegno alle economie locali, mutualismo, condivisione delle conoscenze e partecipazione alle strutture autogestite non rappresentano da soli una rivoluzione, ma possono diventare pratiche attraverso cui impariamo concretamente a vivere relazioni differenti.

È ciò che avevamo provato a sperimentare anche con Cucina Sovversiva: partire da un gesto apparentemente privato come preparare un pasto per interrogarsi sulla provenienza delle materie prime, sul lavoro che le aveva prodotte, sulla grande distribuzione, sull’autoproduzione e sulle relazioni economiche che ogni acquisto contribuisce a sostenere. La trasformazione individuale non sostituisce quella collettiva, così come il consumo critico non abbatte da solo il capitalismo. I due livelli devono procedere insieme.

Dal territorio al federalismo

Allo stesso modo, la dimensione locale non può trasformarsi in isolamento. Una comunità autogestita non è un’isola autosufficiente. Ha bisogno di altre comunità con cui scambiare prodotti, conoscenze, tecnologie ed esperienze. Il federalismo permette proprio di immaginare una struttura che parta dal basso e si allarghi progressivamente: individui, associazioni, luoghi di lavoro, assemblee cittadine e territori autonomi capaci di federarsi senza consegnare tutto il proprio potere decisionale a un centro.

Per una nuova Internazionale dei popoli

Questa logica deve necessariamente superare anche i confini nazionali. La contrapposizione tra grandi blocchi politici, economici e militari non offre un’alternativa libertaria: sostituire l’egemonia di una potenza con quella di un’altra significa continuare a ragionare dentro la stessa logica del potere. Come abbiamo discusso parlando della crisi della sinistra e della necessità di superare la contrapposizione tra blocchi, occorre recuperare un internazionalismo capace di collegare direttamente movimenti sociali, lavoratori, comunità ed esperienze di autogoverno.

Potremmo immaginare una nuova Internazionale dei popoli: non un’internazionale di partiti e neppure un nuovo blocco geopolitico, ma una rete attraverso cui esperienze differenti possano cooperare, sostenersi reciprocamente e condividere pratiche. Le soluzioni elaborate in una comunità rurale, in una cooperativa di lavoratori, in un movimento contadino o in un’esperienza di autogoverno dall’altra parte del mondo possono diventare patrimonio comune senza che nessuno debba aderire a un modello politico imposto dall’alto.

È forse qui che l’anarchismo può ritrovare una funzione nel presente. Non nell’attesa della grande insurrezione che improvvisamente abbatterà il sistema esistente, né nella semplice conservazione della memoria delle rivoluzioni passate, ma nella capacità di costruire istituzioni libertarie dentro le contraddizioni della società attuale.

La rivoluzione, in questa prospettiva, smette di essere soltanto un evento futuro. Diventa un processo nel quale ogni struttura costruita dal basso, ogni rapporto di lavoro reso più orizzontale, ogni bene sottratto alla speculazione, ogni esperienza mutualistica e ogni spazio restituito alla decisione collettiva rappresentano un pezzo di autonomia conquistata.

Non sono l’anarchia realizzata. Sono strumenti attraverso cui imparare a realizzarla.

Ed è probabilmente questa la domanda che dovrebbe accompagnare l’anarchismo oggi: non soltanto contro quale potere vogliamo combattere, ma quale società siamo già capaci di cominciare a costruire?

errico malatesta contro la guerra

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4 Comments

  1. Ciao,
    sono Stefano Malpassi, anarchico e anarcosindacalista a Cesena (FC).
    Si, credo che con questo documento raccogli se non tutte, almeno la gran parte di perplessità che anche io vedo nel movimento (o quello che ne rimane) anarchico in Italia.
    Credo anche che occorrerebbe iniziare una seria e propositiva iniziativa di ricostruzione perchè non solo noi ne usciamo da questo periodo con le ossa rotte, ma rischiamo di estinguerci come possibilità sociale e culturale, aspettando che altri ne riscoprano l’essenza trasformatrice e emancipatrice.
    Eppure abbiamo un retroterra culturale e di idee, oltre che di pratiche che proprio oggi avrebbero una infinita possibilità di realizzarsi.
    Penso che dal dopoguerra, e in particolare dagli anni ’60 in poi, l’anarchismo in Italia ha sofferto gradualmente la stessa crisi che ha distrutto la sinistra italiana. Gli anarchici si sono fatti “sinistra”, a discapito di una possibilità anarchica. Sempre più chiusi verso una diffusione delle pratiche libertarie, lasciando spesso che altri (anche ma non solo autoritari di sinistra) si impadronissero delle stesse: federalismo, autogestione, mutualismo, autorganizzazione, cooperativismo, ecologismo, …
    Se poi penso al sindacalismo e alla differenza di ipotesi con l’anarcosindacalismo, tocchiamo altro tasto dolente.
    L’anticapitalismo e antistatalismo anarchico in Italia, si è trasformato più in un proclama ideologico che in una ipotesi di reali pratiche emancipatorie. Si difende Sanità e Scuola pubblica, marginalizzando esperienze di autogestione in tali ambiti. Manchiamo di progetti, questo è il punto fondamentale, a poco servono i “testi” che grandi riferimenti dell’anarchismo ci hanno lasciato, se non riusciamo a renderli “carne viva” adeguandoli alla realtà dei giorni nostri e proporci come alternativa all’esistente.
    Credo fortemente che sia necessaria una fase di ricostruzione per un progetto anarchico in Italia, che colleghi singoli e gruppi.
    ps: parli di due componenti organizzate dell’anarchismo presenti in Italia. Credo che occorra con le debite differenze, ampliare al mondo insurrezionalista, antifa e sindacalista. Non che necessariamente incarnino nelle loro basi organizzative e di pratiche l’anarchismo, ma perchè al proprio interno si esprimono tensioni all’anarchismo che spesso arrivano allo scontro anche violento con le espresssioni organizzate dell’anarchismo a cui tu fai riferimento. Ostilità, atti violenti, minacce, sono una costante tra componenti “insu” e altri settori anarchici. E di questo dovremmo pur discuterne.
    Manca una diffusione di stampa o altri strumenti di propaganda. Occorre reinventarsi!!!

    • Stefano ti ringrazio per questo commento. È vero, mancano i progetti e stiamo lasciando che altri soggetti mettano in pratica i concetti chiave dell’anarchismo.
      Riguardo gli insu, non ne ho parlato abbastanza perchè credo siano la componente piú infantile del movimento. L’insurrezione potrebbe essere un’ipotesi da prendere in considerazione in altri contesti storici e geografici. Non so se vi è una possibilitá di dialogo con loro, forse su dei progetti.

  2. Ciao ho letto solo ora questo articolo ,avendo per caso trovato “Il mago di Oz”. Sono contento che nel movimento anarchico e libertario ci sia chi ragiona rispetto al tema della pandemia e dei vaccini,al netto chiaramente delle degenerazioni del green pass e dei profitti di big pharma sulla salute in genere. ma io dico sempre:e che ..vi svegliate solo ora? L’operaio della Fiat in lotta non se la prendeva con la 500,(se non durante il boicottaggio),ma con Agnelli. Con il rosso(possiamo anche cambiare colore) mi devo fermare,per non fare o far fare una fine idiota a me o qualcuno. Non distruggo il frigo,perche’ serve,semmai combatto la multinazionale che li produce e tra l’altro delocalizza.Insomma questi pseudo movimenti o pensieri sono solo un ulteriore puntello per le classi dominanti perche’ rendono caricaturale una critica o l’alternativa. Sono percio’ molto contento di aver scoperto come si sono comportati al riguardo quelle comunita’ nel mondo che stanno costruendo veramente qualcosa di diverso,e cio’ mi rincuora. grazie. Conoscevo solo le posizioni a Cuba e in Cina,ma una e’ una esperienza che resiste,tra molte difficolta’,ma anche con pratiche discutibili,l’altra e’ una forma di capitalismo di stato. in ogni caso hanno affrontato l’emergenza sanitaria in una maniera migliore della nostra e hanno reso libero il vaccino. Ma soprattutto Rojava e Chiapas :un’ottimo insegnamento da presentare a chi ,soprattutto anarchici ,ma anche sedicenti comunisti blaterano di tirannia sanitaria,esperimenti,dittatura…facciamoli tornare coi piedi per terra,chè si ragiona meglio ciao Mauro

    • Dobbiamo sempre guardare alle pratiche reali di autogoverno, sono un passettino più avanti di noi perché si occupano di gestire dal basso le situazioni che noi contestiamo solamente. Cuba e Cina sono contesti di potere statale, in questo caso non possono essere prese ad esempio. Grazie.

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