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Chi sono i talebani e chi li combatte: paradosso e cacotopia

Articolo di Satira Politica

Chi sono i talebani?

Utilizzano simboli religiosi e vorrebbero che la religione sia fortemente presente nello stato. Sono per i diritti delle donne ma preferirebbero che restassero a casa a badare ai figli. Non tollerano gli omosessuali. Hanno preso soldi da paesi esteri che volevano rafforzarne il potere. Sono contrari alle droghe ed ai vaccini. Insomma li avevamo nel Parlamento italiano e non ce ne siamo accorti.

Chi ha perso? Trump o Biden?

Trump accusa Biden di farsi ridere dietro dalla Cina per il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan. Approfitta del clamore della ritirata e della chiarezza dell’insuccesso dell’intervento americano per attaccare Biden. Trump dimentica di aver firmato egli stesso il ritiro degli Usa dall’Afghanistan nel febbraio 2020, quando c’era ancora una repubblica afgana che avrebbe potuto sopravvivere e resistere ai talebani. Dal canto suo Biden rivendica il successo dell’operazione, dice che è colpa degli afgani e che gli americani non possono morire per la libertà degli altri. Dimentica di attribuire, però, questa scelta a Trump.

Nel frattempo Facebook decide di chiudere gli account legati ai talebani, mentre Twitter li tollera. Succede, però, che su Twitter l’ex Presidente degli Stati Uniti resti ancora bannato per la sua pericolosità sociale (dopo la rivolta di Capitol Hill). Ci sono i talebani ma non Trump.

Chi ha perso? La democrazia o il capitalismo?

Cosa abbiamo cercato di portare in Afghanistan? La democrazia o il capitalismo? E quale dei due modelli ne è uscito sconfitto? Per rispondere a queste domande dobbiamo prima capire chi ci è andato in Afghanistan.

La guerra in Afghanistan del 2001 contro l’emirato talebano è stata avviata dall’alleanza del Nord con il supporto dei militari statunitensi. Con la caduta dei talebani arrivano altre forze armate della Nato. Ovvero una coalizione di stati occidentali alleati per contrastare l’avanzata del comunismo sovietico in Europa. Un’alleanza militare con il nobile scopo di esportare democrazia e con il vizio meno nobile di diffondere il capitalismo. Farlo con le armi fa parte della strategia di alimentare economicamente le industrie belliche.

I talebani della Strategia della tensione

Uno dei sottoprodotti, o delle sottomarche se vogliamo restare a tema, della Nato in Italia è stata Gladio. Un’organizzazione paramilitare finanziata dallo stato e dalla CIA che, grazie alla collaborazione di fascisti vecchi e nuovi, per venti anni ha fatto esplodere bombe in quella stagione che viene chiamata strategia della tensione. Ovvero fare tanti morti e dire che sono stati i comunisti.

In queste operazioni hanno collaborato servizi segreti ed il Ministero degli Interni attraverso l’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato, che per la sua attività ha collezionato più medaglie negli Stati Uniti che in Italia. I talebani li abbiamo avuti anche noi durante la Guerra Fredda.

Oppio e religione

La guerra in Afghanistan, come tutte le guerre, ha la sua eroina. Non una Giovanna D’Arco afgana, bensì l’oppio. La sua coltivazione e trasformazione in eroina è uno dei principali introiti per chi controlla il paese. La sua produzione è passata dai 70 mila ettari nel 2001, anno di arrivo degli americani, ai 300 mila ettari del 2017. Gli Stati uniti hanno passato 20 anni in Afghanistan ad addestrare militari afgani e dotarli di armi e attrezzature ma non si sono preoccupati di addestrare i contadini, di offrire loro alternative alla coltivazione dell’oppio.

Eroina fonte di sostentamento dei contadini e religione oppio dei popoli. L’Afghanistan nel 1921 riconosceva l’uguaglianza delle donne grazie all’influenza e alla determinazione della regina Soraya. Le riforme successive sono state più caute. Nel 1977 Meena Keshwar Kamal fonda l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA) per combattere per i diritti delle donne negati da tutti i diversi governi che si avvicendavano. A dimostrazione che è il potere ad opprimere le donne, nelle sue diverse manifestazioni (patriarcato, religione, governo), e la lotta per il potere a lasciare nella miseria il paese.

Turchi, muri, finestre e corridoi

Continua, intanto, il corteggiamento tra Erdogan e talebani. Erdogan dichiara che i talebani lanciano messaggi positivi di moderazione. I talebani, invece, scelgono la Turchia come interlocutore privilegiato. Nel Panshir, regione afgana non ancora controllata dai talebani, si organizza la resistenza e i leader dell’alleanza del nord chiedono armi ai paesi occidentali per combattere i talebani. La Turchia, invece, membro della Nato, mira ad intervenire nella ricostruzione del paese afgano per risollevare le proprie sorti finanziarie e uscire dalla crisi economica.

Mentre i turchi fanno gli indiani, la fortezza europea viene protetta da nuovi muri. La Grecia costruisce un muro al confine con la Turchia e la Turchia costruisce un muro al confine con l’Iran. Papa Francesco apre una finestra di dialogo per il ricambio d’aria in Europa. Ma le vere intenzioni del Vaticano sono quelle di stabilire un corridoio umanitario che con tutti questi muri dovrà essere necessariamente aereo.

Talebani, regimi e democrazie dal punto di vista italiano

Scoppia la polemica per le dichiarazioni di Conte, leader dei 5 stelle, secondo cui con l’emirato islamico afgano dei talebani bisogna aprire un dialogo. Sdegnati i rappresentanti di Italia Viva, ammiratori del rinascimento dell’Arabia Saudita dove ancora non c’è libertà religiosa, libertà politica, dove gli omosessuali rischiano la pena di morte e i giornalisti vengono uccisi. Nessuna reazione dal Pd di Letta. L’errore è probabilmente nostro che continuiamo a cercare il Pd a sinistra.

Tuttavia Conte specifica che non vuole riconoscere il governo dei talebani ma trattare per i diritti fondamentali della popolazione. I talebani si dimostrano disponibili al dialogo e probabilmente sul tavolo delle trattative porteranno la richiesta di giustizia per Stefano Cucchi, il riconoscimento delle responsabilità durante il G8 di Genova del 2001, le dimissioni di Durigon e lo sgombero della sede di Casapound a Roma. Si teme possano chiedere anche ponti aerei da Fiumicino verso Kabul per chi in Italia desideri scappare dalla dittatura sanitaria.

Venti anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, l’uragano Henri

Tuttavia, la preoccupazione maggiore in questi giorni, venti anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, è rivolta verso un altro pericolo che si avvicina alla città di New York. Si tratta dell’uragano Henri che nella prossima settimana si avvicinerà alla costa nordorientale degli Stati Uniti minacciando devastazione (e saccheggio).

Le forze militari americane sono già state messe in allerta per attaccare qualsiasi paese abbia ospitato l’uragano prima dell’arrivo a New York. E la storia si ripete.

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