Claudio Rocchi e Stefano Rosso, due grandi cantautori ormai dimenticati

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Claudio Rocchi

Sembra che Claudio Rocchi abbia detto che “la vita è una casa anarchica”. Anche lui che fu artista di successo e monaco induista, che ebbe molte metamorfosi possiamo definirlo anarchico nel senso di libero e libertario, insofferente delle autorità e della borghesia, anzi contro. È certamente più facile definire l’anarchia in senso ideale e astratto  che un anarchico in carne e ossa. Comunque non vogliamo fare forzature, anche se espressamente Rocchi scriveva che “il discorso della polizia” era diverso dal suo e dai suoi amici, lo faceva intendere a chiare lettere; fu sempre contro il potere

. Era un antagonista nel senso più nobile del termine, il suo non era certo un vuoto e caotico ribellismo. “La tua prima luna” tratta di una fuga da casa. Il cantautore dimostra sensibilità e comprensione empatica per il disagio giovanile, oggi cosa sempre più rara se si pensa al fatto che è di uso comune ormai il termine spregiativo  “scappato di casa”. Rocchi fu uno dei maggiori artefici del rock progressive italiano,  che lasciò una traccia negli anni Settanta e influenzò molti artisti in seguito. Non dimentichiamoci per esempio che i concept album nacquero con il rock progressive.   Nei due testi di canzoni che ho riportato si trovano diverse dispercezioni e dimostrano che nella sua giovinezza Claudio Rocchi aveva un mondo psichedelico tutto suo. 

Non scordiamoci che allora molti guardavano alla realtà psichedelica. Era puro arricchimento esperienziale oltre al fatto di sopportare meglio la quotidianità alienata e problematica ogni tanto con uno stato alterato di coscienza. Fu un artista controcorrente perché non rincorse mai il successo. Fu sempre a disposizione del suo pubblico. Sapeva che il pubblico era tutto per l’artista. Non a caso quando gli chiedevano un autografo chiedeva le generalità del richiedente e poi lo firmava scrivendo quel nome e cognome, non il suo: aveva già capito che la perdita di autorialità non derivava solo dalla presenza dell’inconscio, dal suo dominio sull’io,  ma anche dal fatto che come diremmo oggi “Il poeta sei tu che leggi” e parafrasando, un poco cambiandolo, questo verso di un poeta di strada “il cantante sei tu che compri i dischi”.

sostieni

Rocchi non si risparmiava con il suo pubblico. Negli anni Settanta faceva molti concerti e amava anche improvvisare molto sul palco. Il concerto per lui non era un modo per fare soldi, ma era un momento di grande aggregazione, di ritrovo, un modo per stare insieme alla sua gente. Fu considerato uno degli artisti più originali degli anni Settanta. Ho letto tutti i suoi testi su Internet e non mi hanno mai deluso, erano delle belle poesie in musica. Erano apparentemente accessibili, non criptiche,  non oscure le sue canzoni,  ma grazie a grandi intuizioni liriche e a un robusto retroterra culturale aprivano spiragli verso l’assoluto.

Era anche un mistico. Aveva praticato la castità per 15 anni in tempi di grande libertà sessuale e in un mondo quello della musica leggera in cui non gli mancavano le occasioni. Erano tempi di femminismo, di emancipazione e liberazione sessuale. I giovani contestatori si trovavano al bivio in questo senso: la civiltà era repressione degli istinti e allora bisognava sublimare (Freud) oppure la repressione sessuale causava solo nevrosi e allora bisognava liberarsi sessualmente (W. Reich)? I più sceglievano la seconda strada. Rocchi ci insegnava che la rinuncia per un certo periodo di tempo ai piaceri della vita permetteva di trovare “un gusto superiore” quando riprendevamo a goderli. Infatti,  intervistato da Battiato  raccontava che fu sublime per lui bere una semplice birra dopo anni che non l’aveva bevuta.

Ma la sua comunque non era semplice rinuncia pulsionale ma elevazione spirituale.  E per l’appunto Dio? Per molti era una “proiezione antropologica” come voleva la sinistra hegeliana, per altri “un bisogno socialmente indotto” come voleva Durkheim. Rocchi se ne fregò altamente e scelse Dio. Insomma per citare una sua canzone se non sei parte della soluzione allora sei parte del problema. Dispiace che questo cantautore illuminato sia sconosciuto ai più e considerato di nicchia. “La realtà non esiste” è il suo capolavoro: poesia totalizzante musicata, cantata dopo la sua scomparsa anche da Battiato e Alice. 

“La tua prima luna”

Questa è la tua prima luna che vedi
Fuori di casa sapendo di non ritornare
Oggi sei uscito e ti sei domandato
Ma dove sto andando e che cosa farò
Sei finito in un prato mangiando una mela
Comprata passando dal centro
Dove i tuoi amici parlavano ancora
Di donne e di moto e tu ti fumavi
La gioia di essere riuscito a fuggire di casa
Portandoti dietro soltanto la voglia
Di non ritornare
Hai pochi soldi sai bene domani
Nessuno ti aiuta se hai voglia di chiedere aiuto
Ma in quella prigione dove ti hanno insegnato
Ad amare poche persone alla volta non vuoi ritornare
Vuoi amare più gente vuoi vivere in mezzo alla gente
E mentre tu dormi su un prato sentendo un po' freddo
Con dentro una voglia di piangere forte
Tu vedi passare una macchina verde della polizia
Non ti vedono neanche
Li senti andar via e capisci di colpo
Che il loro discorso è diverso dal tuo

“La realtà non esiste”

Quando stai mangiando una mela
Tu e la mela siete parti di Dio
Quando pensi a Dio sei una parte
Di ogni parte e niente è fuori da tutto
Quando vivi tu sei un centro di ruota
E i tuoi raggi sono raggi di vita
Puoi girare solo intorno al tuo perno
O puoi scegliere di correre e andare
Quando dormi tu sei come una stella
E il respiro è come fuori dal tempo
Quando ridi è come il sole sull'acqua
Sai che farne della vita che hai
Quando ami tu ridoni al tuo corpo
Quel che manca per riempire un abbraccio
Quando corri sai esser lepre e lumaca
Se hai deciso di arrivare o restare
Quando pensi stai creando qualcosa
L'illusione è di chiamarla illusione
Quando chiedi tu hai bisogno di dare
Quando hai dato hai realizzato l'amore
Quando gridi la realtà non esiste
Hai deciso di esser Dio e di creare
Quando chiami tutto questo reale
Hai trovato tutto dentro ogni cosa

Stefano Rosso

Un altro anarchico fu Stefano Rosso, cantautore romano, ormai rimosso perché probabilmente ritenuto ancora oggi troppo canzonatorio, troppo dissacrante, troppo scomodo. Fu un poeta anche lui della musica leggera. Fu sempre contro. Nonostante ciò era anche molto lirico come in alcuni suoi capolavori come “Via della scala” o “Il poeta stanco”. Se ascoltate bene queste canzoni sono così coinvolgenti che emozionano chiunque.

Stefano Rosso fu anche un grande chitarrista. Alex Britti fu un suo fan. Infatti in diversi concerti gli ha fatto degli omaggi. Rosso non fece mai musica commerciale. Le sue non furono mai canzonette. Fece sempre canzone d’autore. Certamente anche lui fece le sue apparizioni televisive in RAI, però ricordiamoci anche che quello era un percorso obbligato. Non si fece, come si suol dire, mancare niente: partecipò anche a Sanremo. Inoltre, qualunque artista vuole farsi conoscere al grande pubblico, ma tutto ciò non scalfì mai la sua qualità artistica.

Le sue canzoni furono sempre pregevoli, di ottima fattura. Non c’era solo l’impegno sociale e politico, ma Rosso sapeva anche raccogliersi interiormente con canzoni in cui vigeva l’intimismo e l’esistenzialismo. Per esistenzialismo non intendo quello prettamente filosofico con l’angoscia della scelta e la deiezione heideggeriana. Intendo in modo più pratico  il far tesoro delle proprie passioni, della propria esperienza personale, della propria vita.  Insomma non c’era solo la politica, ma esistevano anche le proprie vicissitudini. 

Infatti Rosso si ritirò per qualche tempo dalle scene. Corsero voci infondate che si era arruolato nella legione straniera. Invece lo aveva segnato profondamente una cocente delusione sentimentale. Un’altra cosa bella di Rosso era di quella di non prendersi mai sul serio, ma di prendere sul serio il mondo. In fondo la vita per lui era una cosa maledettamente seria da prendere con molta ironia. Il suo era un atteggiamento disilluso nei confronti del Paese e delle sue vicende politiche. Il suo era un atteggiamento disincantato nei confronti della conoscenza. Sapeva benissimo che il mondo in buona parte era intelligibile, ma la nostra conoscenza era un edificio fondato su una palude, riprendendo una metafora di Popper.

Se Claudio Rocchi spiccava per il suo misticismo, Stefano Rosso spiccava per la sua capacità di far satira. Rosso mi sembra di primo acchito, per quanto non l’abbia mai conosciuto di persona, come un amico di vecchia data con cui si può parlare di cose serie ma anche con cui si può ridere e scherzare. Senz’ombra di dubbio non aveva quell’aura di serietà e quella pretenziosità intellettualistica, che avevano altri cantautori. In “Via della Scala” c’era la testimonianza della sua formazione di autodidatta, che però non disprezzava assolutamente la scuola e la cultura ufficiale. Si sapeva far capire da  tutti e allo stesso tempo non rinunciava a lanciare messaggi importanti.

Anche oggi ogni tanto qualche radio vintage passa “Una storia disonesta” sul tema della droga leggera e anche su quello non esplicitato della sua liberalizzazione. Il mio dramma giovanile è stato di non aver vissuto gli anni Settanta oltre al fatto di non aver mai trovato “la ragazza giusta”. In un mondo ormai di hit strappalacrime o di scalmanati come quello del pop nostrano forse farebbe bene ricordare un artista vero che aveva tante cose da dire, come Rosso.  È vero: sono canzoni che fanno nostalgia per chi ha vissuto quegli anni, ma che ci riportano indietro nel tempo e ci fanno capire chi siamo stati o comunque chi era la generazione giovane negli anni Settanta.

Consiglio a tutti di leggere i bei testi e di ascoltare le belle canzoni di Stefano Rosso, una grande voce fuori dal coro, sicuramente un uomo che non accettò i compromessi, andò avanti per la sua strada, non guardò in faccia nessuno, fu sempre coerente. Purtroppo gli anni Settanta sono stati dimenticati, rimossi e con essi alcuni protagonisti. Chi si ricorda più che nel ’77 le colonne sonore del movimento studentesco erano “Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli e “Ma chi l’ha detto che non c’è?” di Giacomo Manfredi? Alle nuove generazioni non importa più niente.

Il mainstream vuole conformismo, consumismo, apparenza. Tutto è destinato a passare, a finire. Ma forse non tutto è andato perso. Come ebbe a dire poco prima della dipartita  lo stesso Stefano Rosso: “Io non credo alla categoria del pubblico giovane. Se una musica è bella si farà apprezzare da giovani e meno giovani, insomma da tutti”. Il cantautore è scomparso in sordina, pur riponendo fiducia nel prossimo e anche speranza. Non è cosa da tutti. 

“Una storia disonesta”

Si discuteva dei problemi dello stato
Si andò a finire sull'hashish legalizzato
Che casa mia pareva quasi il parlamento
Erano in 15 ma mi parevan 100.
Io che dicevo "Beh ragazzi andiamo piano
Il vizio non è stato mai un partito sano".
E il più ribelle mi rispose un po' stonato
E in canzonetta lui polemizzò così:
"Che bello
Due amici una chitarra e lo spinello
E una ragazza giusta che ci sta
E tutto il resto che importanza ha?
Che bello
Se piove porteremo anche l'ombrello
In giro per le vie della città
Per due boccate di felicità".
"Ma l'opinione - dissi io - non la contate?
E che reputazione, dite un pò, vi fate?
La gente giudica voi state un po' in campana
Ma quello invece di ascoltarmi continuò:
"Che bello
Col pakistano nero e con l'ombrello
E una ragazza giusta che ci sta
E tutto il resto che importanza ha?"
Così di casa li cacciai senza ritegno
Senza badare a chi mi palesava sdegno
Li accompagnai per strada e chiuso ogni sportello
Tornai in cucina e tra i barattoli uno che...
"Che bello
Col giradischi acceso e lo spinello
Non sarà stato giusto si lo so
Ma in 15 eravamo troppi o no?".
E questa
Amici miei è una storia disonesta
E puoi cambiarci i personaggi ma
Quanta politica ci puoi trovar

“Via della Scala”

Via della Scala è sempre là
E io dal letto 26
Malato di pazienza sto
E aspetto chi non torna più
È un ragazzino magro che
Cantava sempre insieme a me
E morì un giorno che non so
E i suoi bei sogni mi lasciò
E Biancaneve è ancora là
È un po' invecchiata, ma che fa
Le mele non le mangia più
Forse i ragazzi giù del bar
Ricordo tanto tempo fa
Veniva a scuola insieme a me
La guerra già non c'era più
E poi non c'eri neanche tu
La brillantina e via così
Si incominciava il lunedì
Ad invidiare quello che
Aveva un libro da studiar
Diceva, "Non ti serve a niente
La scuola non ti servirà"
E invece io tra quella gente
Capivo un po' di verità
La mariujana ti fa male
Il Chianti ammazza l'anemia
I miei compagni li ho lasciati
Ho preferito andare via
Così ho comprato un giradischi
Uno di quelli che non va
Per non dar noia a quel vicino
Che non riesce a riposar
Ho conosciuto tante donne
Cattive, oneste e senza età
A tutte ho dato un po' qualcosa
Con tanta generosità
A lei, mia madre, i dispiaceri
Mentre a mia moglie dei bambini
Al primo amore i sentimenti
I baci e l'acne giovanile
Via della Scala è sempre là
E io dal letto 26
Io chiudo gli occhi e penso a te
Ti sento e invece non ci sei

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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