Disinformazione: significato, esempi e come riconoscere le fake news

/

La disinformazione è diventata uno dei problemi centrali dell’ecosistema informativo contemporaneo. Notizie false, immagini fuori contesto, video manipolati, dati presentati in maniera ingannevole e contenuti creati per provocare una reazione emotiva possono raggiungere milioni di persone attraverso social network, siti web, piattaforme video e applicazioni di messaggistica.

Ma non tutto ciò che è falso è disinformazione.

Una persona può condividere un’informazione sbagliata in buona fede. Una fotografia autentica può essere attribuita all’evento sbagliato. Un giornale può pubblicare un dato inesatto e successivamente correggerlo. In altri casi, invece, informazioni false o fuorvianti vengono create e diffuse consapevolmente per influenzare chi le riceve.

Comprendere queste differenze è importante anche per chi cerca forme di informazione indipendente e controinformazione.

Essere critici nei confronti dei grandi media non significa infatti accettare automaticamente qualsiasi ricostruzione alternativa. Una fonte indipendente può scoprire qualcosa che altri hanno trascurato, ma può anche commettere errori, utilizzare fonti deboli o interpretare i fatti attraverso una propria visione ideologica.

La domanda fondamentale non dovrebbe quindi essere:

“Questa informazione viene dal mainstream o dalla controinformazione?”

ma:

“Come possiamo verificare se ciò che viene affermato è fondato?”

Questo articolo fa parte del percorso di Magozine dedicato alla controinformazione, ai media indipendenti e alla verifica delle fonti.

Disinformazione: significato

Nel linguaggio comune il termine disinformazione viene spesso utilizzato per indicare genericamente un’informazione falsa.

Esiste però una distinzione importante.

Nell’uso adottato frequentemente da organizzazioni internazionali come UNESCO, la disinformazione consiste nella diffusione intenzionale di informazioni false o fuorvianti con l’obiettivo di ingannare o manipolare chi le riceve.

L’elemento dell’intenzionalità è quindi centrale.

Questo distingue la disinformazione dall’errore, dalla notizia imprecisa o dall’informazione falsa condivisa senza sapere che lo sia.

La distinzione diventa particolarmente importante nell’ambiente digitale, dove chi crea un contenuto e chi successivamente lo condivide possono avere intenzioni completamente differenti.

Una persona può, per esempio, inventare intenzionalmente una falsa notizia.

Centinaia di altre persone possono poi condividerla credendola vera.

Il contenuto rimane falso, ma il comportamento dei diversi soggetti non è identico.

Disinformazione e misinformazione: qual è la differenza?

I termini inglesi misinformation e disinformation vengono spesso utilizzati anche nel dibattito italiano.

La distinzione più comune è questa.

Misinformazione

La misinformazione è un’informazione falsa o inesatta diffusa senza intenzione di ingannare.

Chi la condivide ritiene generalmente che sia vera.

Può accadere quando:

  • condividiamo una notizia senza averla letta completamente;
  • interpretiamo male uno studio;
  • attribuiamo una fotografia all’evento sbagliato;
  • riportiamo una dichiarazione in maniera inesatta;
  • utilizziamo dati non aggiornati;
  • ripetiamo un’informazione ricevuta da una persona che consideriamo affidabile.

L’errore può produrre conseguenze anche importanti, ma manca l’intenzione originaria di manipolare.

Disinformazione

La disinformazione implica invece una qualche forma di intenzionalità.

L’informazione falsa o fuorviante viene prodotta o utilizzata consapevolmente per:

  • influenzare l’opinione pubblica;
  • danneggiare una persona o un’organizzazione;
  • sostenere una determinata narrazione;
  • generare traffico e guadagni;
  • creare confusione;
  • rafforzare divisioni già presenti nella società.

Naturalmente nella realtà non è sempre possibile conoscere con certezza le intenzioni di chi pubblica un contenuto.

Per questo è spesso più semplice verificare l’informazione che stabilire le motivazioni di chi l’ha diffusa.

Cos’è la malinformazione

Il rapporto del Consiglio d’Europa sull’information disorder introduce anche una terza categoria: la malinformation, che possiamo tradurre come malinformazione.

In questo caso l’informazione di partenza può essere autentica, ma viene utilizzata intenzionalmente per provocare un danno.

Può avvenire, per esempio, pubblicando informazioni private vere allo scopo di colpire qualcuno oppure utilizzando un contenuto autentico fuori dal proprio contesto originario per produrre un’impressione ingannevole.

Questa classificazione mostra un aspetto importante:

la manipolazione non richiede necessariamente l’invenzione di una notizia completamente falsa.

Anche informazioni autentiche possono essere selezionate, private del contesto o utilizzate in maniera fuorviante.

Perché “fake news” non spiega tutto

L’espressione fake news è diventata popolarissima.

È però un termine molto generico.

Può indicare una notizia completamente inventata, una fotografia manipolata, un titolo ingannevole, una satira interpretata come vera o semplicemente un contenuto con il quale qualcuno non è d’accordo.

Per questo diversi studiosi e organismi internazionali preferiscono parlare di disinformazione, misinformazione o, più in generale, di information disorder.

Il problema non consiste infatti soltanto nell’esistenza di “notizie false”.

Esistono molti gradi intermedi tra vero e falso.

Una notizia può contenere fatti corretti e arrivare comunque a una conclusione non sostenuta dalle prove.

Una statistica può essere autentica ma presentata senza il dato necessario per interpretarla.

Una fotografia può essere reale ma appartenere a un’altra guerra, un’altra manifestazione o un’altra epoca.

Un’intervista può essere autentica ma ridotta a poche parole che modificano il senso dell’intervento originale.

Come nasce la disinformazione

Non esiste un unico modello.

La disinformazione può essere prodotta per ragioni politiche, economiche, ideologiche o semplicemente commerciali.

Un contenuto sensazionalistico può generare molte visualizzazioni e quindi introiti pubblicitari.

Un’organizzazione può cercare di danneggiare un concorrente.

Un attore politico può tentare di influenzare l’immagine di un avversario.

Un gruppo ideologico può selezionare soltanto le informazioni che rafforzano la propria narrazione.

Esistono inoltre campagne organizzate che utilizzano account coordinati, contenuti ripetuti o altre tecniche per aumentare artificialmente la visibilità di un messaggio.

Ma una parte enorme delle informazioni false continua a circolare anche attraverso un meccanismo molto più semplice:

le persone le condividono.

Perché condividiamo informazioni false

Una notizia non deve necessariamente essere credibile in senso assoluto per diffondersi.

Deve spesso essere credibile per il pubblico al quale arriva.

Se conferma qualcosa che già pensiamo, siamo meno portati a sottoporla a verifica.

Se provoca paura, rabbia, sorpresa o indignazione, possiamo sentire l’urgenza di condividerla prima ancora di controllarla.

Il problema del cosiddetto bias di conferma riguarda tutti.

È facile riconoscerlo quando osserviamo persone che hanno convinzioni molto differenti dalle nostre.

È molto più difficile accorgercene quando una notizia conferma perfettamente ciò che già pensiamo.

Proprio in quel momento dovremmo chiederci:

“La condividerei con la stessa sicurezza se sostenesse la tesi opposta?”

La disinformazione non riguarda soltanto i social network

Facebook, TikTok, YouTube, Telegram, X e altre piattaforme hanno aumentato enormemente la velocità con cui un contenuto può circolare.

Ma la disinformazione è molto precedente a Internet.

Voci false, documenti manipolati, propaganda, falsificazioni e campagne di diffamazione accompagnano da secoli la storia politica, religiosa, economica e militare.

Ciò che cambia nell’ambiente digitale è soprattutto la scala.

Un contenuto può attraversare paesi e comunità in poche ore.

Inoltre può essere copiato, modificato e ripubblicato talmente tante volte da rendere difficile identificarne l’origine.

Come riconoscere una notizia falsa o fuorviante

Non esiste un metodo capace di individuare automaticamente ogni forma di disinformazione.

Esistono però controlli molto semplici che riducono notevolmente il rischio di essere ingannati.

1. Cerca la fonte originale

La prima domanda dovrebbe essere:

chi lo ha detto?

Non basta trovare dieci siti che riportano la stessa informazione.

Potrebbero averla copiata tutti dalla stessa fonte.

Bisogna provare, quando possibile, a risalire all’origine:

  • studio scientifico;
  • documento pubblico;
  • sentenza;
  • statistica;
  • video completo;
  • dichiarazione originale;
  • intervista;
  • comunicato;
  • banca dati.

Più ci allontaniamo dalla fonte iniziale, maggiore diventa il rischio che il contenuto venga semplificato o deformato.

2. Controlla la data

Una delle tecniche più semplici per creare un contenuto fuorviante consiste nel ripubblicare qualcosa di vero facendolo apparire attuale.

Un articolo di anni prima può tornare improvvisamente sui social.

Una fotografia di una vecchia manifestazione può essere presentata come immagine di un evento appena avvenuto.

Una dichiarazione pronunciata in un contesto completamente differente può essere riproposta come se riguardasse una controversia contemporanea.

Prima di condividere bisogna quindi controllare quando è stato pubblicato il contenuto e quando è avvenuto ciò che descrive.

3. Leggi oltre il titolo

Molte persone condividono un articolo sulla base del titolo.

Ma titolo e contenuto possono essere molto differenti.

Un risultato scientifico descritto con prudenza nel testo può trasformarsi in una certezza nel titolo.

“Uno studio suggerisce una possibile associazione” può diventare:

“La scienza dimostra che…”

Leggere l’articolo completo è quindi una delle forme più semplici di fact-checking.

4. Cerca conferme realmente indipendenti

Se una notizia è importante, cerca altre fonti.

Ma attenzione: fonti differenti non significa necessariamente verifiche differenti.

Dieci articoli che riprendono la stessa agenzia o lo stesso comunicato rappresentano essenzialmente un’unica origine informativa.

Una conferma più forte arriva quando fonti differenti hanno verificato autonomamente lo stesso fatto.

5. Distingui il fatto dall’interpretazione

Un articolo può contenere un documento autentico e interpretarlo in maniera discutibile.

Per questo bisogna distinguere:

ciò che la fonte primaria dice realmente

da

ciò che l’autore dell’articolo conclude a partire da essa.

Questa distinzione è particolarmente importante quando si parla di politica, economia, salute, scienza o conflitti internazionali.

6. Controlla numeri e statistiche

I numeri danno un’impressione di oggettività.

Ma anche un dato corretto può essere presentato in maniera fuorviante.

Bisogna chiedersi:

  • qual è la fonte?
  • qual è il campione?
  • qual è il periodo considerato?
  • viene indicato il valore assoluto?
  • esiste un confronto significativo?
  • si parla di correlazione o di causalità?

Per esempio, dire che un rischio è “raddoppiato” può sembrare impressionante.

Ma passare da un caso su diecimila a due casi su diecimila significa effettivamente un aumento del 100%.

Senza il valore assoluto, però, l’informazione rimane incompleta.

7. Verifica immagini e video

Fotografie e video sono particolarmente persuasivi perché danno l’impressione di mostrare direttamente la realtà.

Ma un’immagine autentica può essere:

  • attribuita al luogo sbagliato;
  • associata a una data differente;
  • ritagliata;
  • privata del contesto;
  • modificata;
  • generata artificialmente.

Quando un’immagine costituisce la principale prova di un’affermazione è quindi importante cercarne l’origine e verificare se esistano pubblicazioni precedenti.

8. Controlla le citazioni

Le citazioni virali meritano particolare attenzione.

Personaggi famosi vengono continuamente associati a frasi che non hanno mai pronunciato.

In altri casi la frase è autentica ma viene tagliata nel punto necessario per modificarne il significato.

Quando una dichiarazione sembra particolarmente sorprendente conviene cercare:

  • il testo completo;
  • il video originale;
  • l’intervista;
  • la trascrizione;
  • il documento dal quale sarebbe tratta.

9. Osserva il linguaggio

Alcune formule dovrebbero aumentare immediatamente il livello di attenzione:

“La verità che nessuno vuole farti sapere”

“I media tacciono”

“Quello che non vogliono dirti”

“Finalmente smascherato tutto”

Non dimostrano che l’articolo sia falso.

Ma un testo che cerca soprattutto di provocare una reazione emotiva dovrebbe essere verificato con maggiore attenzione.

L’indignazione non è una prova.

10. Controlla chi pubblica

Chi gestisce il sito?

Esiste una redazione?

Gli autori sono identificabili?

Sono dichiarate eventuali fonti di finanziamento?

Esiste una pagina delle correzioni?

Il sito distingue notizie, editoriali e contenuti promozionali?

Anche questi elementi non permettono da soli di stabilire se un’informazione sia vera.

Aiutano però a capire da quale contesto proviene.

Fact-checking: utile, ma non infallibile

Il fact-checking consiste nella verifica sistematica di affermazioni, immagini, dati e contenuti pubblici.

Esistono organizzazioni specializzate che confrontano dichiarazioni con documenti, fonti primarie e dati disponibili.

Il fact-checking è uno strumento importante, ma non deve diventare una nuova forma di delega assoluta.

Anche una verifica può essere contestata, aggiornata o corretta.

Il metodo migliore rimane quindi consultare le fonti utilizzate dal fact-checker e capire come è arrivato alla propria conclusione.

Il valore del fact-checking non dovrebbe risiedere nell’autorità di chi pronuncia un verdetto, ma nella possibilità per il lettore di ripercorrere la verifica.

Controinformazione e disinformazione

La distinzione tra controinformazione e disinformazione è particolarmente importante per Magozine.

La controinformazione nasce dalla volontà di ampliare ciò che sappiamo, mettere in discussione narrazioni dominanti, recuperare fonti trascurate e dare spazio a interpretazioni differenti.

La disinformazione, invece, mira a ingannare attraverso informazioni false o fuorvianti.

Naturalmente nella pratica il confine non è sempre semplice da individuare.

Una testata può ritenere sinceramente di avere scoperto qualcosa e sbagliarsi.

Un giornalista può interpretare male una fonte.

Un progetto indipendente può diventare troppo legato alla propria visione politica e smettere di sottoporla a verifica.

Per questo la controinformazione dovrebbe applicare anche a se stessa gli stessi criteri che utilizza nei confronti dei grandi media.

Nella nostra pagina dedicata alla controinformazione e ai media indipendenti abbiamo raccolto giornali, riviste, radio, siti e progetti editoriali insieme ad alcuni criteri per valutarne l’affidabilità.

Abbiamo inoltre ricostruito la storia della controinformazione in Italia, dalla stampa di movimento alle radio libere e alla comunicazione digitale.

Propaganda e disinformazione sono la stessa cosa?

No.

I due fenomeni possono sovrapporsi, ma non coincidono.

La propaganda ha come obiettivo principale orientare atteggiamenti, opinioni o comportamenti.

Per farlo può utilizzare informazioni false.

Ma può anche utilizzare informazioni autentiche selezionandole e presentandole in maniera funzionale a una determinata narrazione.

Per esempio, due soggetti contrapposti possono raccontare lo stesso conflitto utilizzando esclusivamente fatti realmente accaduti, ma scegliendo soltanto quelli favorevoli alla propria posizione.

La disinformazione riguarda quindi soprattutto la falsità o il carattere ingannevole dell’informazione e l’intenzione di manipolare.

La propaganda riguarda più ampiamente la persuasione organizzata.

Per questo su Magozine consideriamo la propaganda un percorso autonomo.

Abbiamo già affrontato alcuni esempi negli articoli Propaganda: irredentismo e fake news storiche e La menzogna alimentata ad arte: disinformazione storica.

Un caso di studio: disinformazione, 5G e Covid

Durante la pandemia di Covid-19 circolarono numerose informazioni che collegavano direttamente le reti 5G alla diffusione del virus.

Magozine affrontò allora il tema nell’articolo Disinformazione e controinformazione sul 5G al tempo del coronavirus.

Quel contenuto appartiene al contesto particolare del 2020 e le affermazioni scientifiche contenute nell’articolo originale devono essere lette alla luce delle conoscenze disponibili all’epoca e delle successive ricerche.

Il caso rimane però interessante dal punto di vista del metodo.

Rifiutare un’affermazione falsa non significa essere obbligati ad accettare automaticamente qualsiasi affermazione opposta.

Il fatto che una determinata critica sia priva di prove non dimostra da solo che ogni altra critica allo stesso fenomeno sia infondata.

Ogni affermazione deve essere verificata autonomamente.

Disinformazione e censura: un equilibrio difficile

Contrastare la disinformazione apre un secondo problema.

Chi decide che cosa è falso?

E quali conseguenze dovrebbe avere questa valutazione?

Rimuovere un contenuto, ridurne la visibilità, aggiungere un avviso, sospendere un account o semplicemente pubblicare una rettifica sono interventi molto differenti.

La questione diventa particolarmente delicata quando una parte significativa del dibattito pubblico avviene all’interno di piattaforme private.

Contrastare contenuti manipolatori e tutelare la libertà di espressione sono entrambi obiettivi importanti e possono entrare in tensione.

Per questo il tema della censura e della libertà d’informazione merita un percorso specifico.

Su Magozine abbiamo già affrontato alcuni aspetti nell’articolo La censura silenziosa dei social media.

Il rischio delle camere dell’eco

Un altro problema dell’ambiente informativo contemporaneo è la tendenza a frequentare fonti, gruppi e comunità che condividono gran parte delle nostre convinzioni.

Questo può produrre una sorta di circuito di conferma.

Un’affermazione compare su un sito.

Viene ripresa da altri siti ideologicamente vicini.

Circola all’interno degli stessi gruppi social.

Viene infine percepita come ampiamente confermata.

Ma tutte le versioni possono derivare dalla stessa fonte iniziale.

La quantità di persone che ripete una cosa non costituisce necessariamente una prova della sua verità.

Questo problema può riguardare qualsiasi comunità politica, culturale o ideologica.

Anche l’intelligenza artificiale cambia la disinformazione

Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno ridotto ulteriormente il costo necessario per produrre testi, immagini, audio e video realistici.

Questo non significa che ogni contenuto generato artificialmente sia disinformazione.

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata anche per scopi creativi, educativi o informativi del tutto legittimi.

Il problema nasce quando un contenuto sintetico viene presentato intenzionalmente come documentazione autentica di un evento mai avvenuto.

La capacità di produrre contenuti realistici rende quindi ancora più importante verificare:

  • provenienza;
  • contesto;
  • fonte originale;
  • eventuali conferme indipendenti.

Allo stesso tempo non bisogna cadere nell’errore opposto e considerare automaticamente falso qualunque documento scomodo sostenendo che sia stato generato dall’intelligenza artificiale.

Anche in questo caso la risposta rimane la verifica.

Come difendersi dalla disinformazione

Non dobbiamo diventare investigatori professionisti ogni volta che apriamo un social network.

Possiamo però adottare alcune abitudini semplici:

  1. non condividere immediatamente ciò che provoca una forte reazione emotiva;
  2. leggere l’articolo e non soltanto il titolo;
  3. cercare la fonte primaria;
  4. controllare data e contesto;
  5. cercare conferme indipendenti;
  6. distinguere fatti e interpretazioni;
  7. verificare immagini e citazioni;
  8. prestare particolare attenzione alle informazioni che confermano perfettamente ciò che già pensiamo.

Quest’ultimo punto è forse il più difficile.

Essere scettici verso le idee degli altri è relativamente semplice.

Applicare lo stesso scetticismo alle nostre convinzioni richiede molto più lavoro.

Il pensiero critico non significa credere il contrario

Esiste un equivoco che accompagna spesso il dibattito sulla controinformazione.

Pensare criticamente non significa credere sistematicamente il contrario di ciò che afferma una fonte istituzionale, una grande testata o la maggioranza degli esperti.

Ma non significa nemmeno accettarlo senza possibilità di verifica.

Il pensiero critico consiste nel mantenere aperta una domanda:

quali elementi ci permettono di considerare fondata questa affermazione?

A volte la verifica confermerà ciò che pensavamo.

Altre volte lo smentirà.

E altre ancora lascerà una zona di incertezza nella quale non disponiamo ancora di elementi sufficienti per arrivare a una conclusione.

Dire “non lo sappiamo ancora” può essere molto più rigoroso che scegliere immediatamente una delle versioni disponibili.

Approfondimenti sulla disinformazione

Su Magozine il tema si collega a diversi percorsi.

Controinformazione

→ Controinformazione: siti, giornali e media indipendenti

→ Storia della controinformazione in Italia

Disinformazione

→ Disinformazione e controinformazione sul 5G al tempo del coronavirus

Propaganda

→ Propaganda: irredentismo e fake news storiche

→ La menzogna alimentata ad arte: disinformazione storica

Censura e libertà d’informazione

→ La censura silenziosa dei social media

→ L’Indice dei libri proibiti: la censura nella storia

→ Storie di censura nella musica

La domanda più importante

La disinformazione non si combatte trovando una fonte alla quale affidare definitivamente il compito di stabilire che cosa sia vero.

Si combatte soprattutto sviluppando un metodo.

Cercare l’origine di un’informazione.

Confrontare fonti differenti.

Distinguere fatti e interpretazioni.

Verificare immagini e numeri.

Riconoscere le proprie convinzioni.

Accettare di cambiare idea quando emergono nuovi elementi.

La controinformazione conserva la propria funzione critica soltanto quando applica questi principi anche a se stessa.

Perché il pensiero critico non consiste nel credere il contrario.

Consiste nel continuare a chiedere:

come facciamo a saperlo?

Se hai apprezzato questo articolo

Iscriviti

Adesso

Iscriviti alla nostra Newsletter per ricevere un aggiornamento mensile sugli ultimi articoli e approfondimenti.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Libri per l’infanzia: 5 romanzi classici da non perdere 

Prossimo articolo

“Xavon. Il ragazzo non vaccinato. Esistenza stravolta” di Alan Paccagnella: storia di un uomo che si ribella.

Ultimi articoli di Arte e Cultura

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi