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Della gentilezza e del coraggio di Carofiglio

carofiglio

Un compendio ricco di spunti che consiglio a tutti di leggere.

In questa recensione di Della gentilezza e del coraggio di Carofiglio vengono affrontati i punti salienti evidenziati dall’autore nel suo saggio, sulla pratica dell’esercizio politico, sulla capacità di discorrere, sulla propensione all’ascolto attivo e al confronto costruttivo.

Una scrittura mite ed equilibrata vi terrà compagnia per un centinaio di pagine, dalle quali difficilmente riuscirete a fare un break. La grande capacità dell’autore di trasportare con esempi tangibili all’interno di argomenti complessi e indagare a fondo su vizi e pregiudizi che logorano la nostra società sarà il vostro collante per la lettura.

Carofiglio e il premio Strega

Politico e magistrato, Carofiglio dedica gran parte del suo operato come pubblico ministero al contrasto della criminalità organizzata. Figlio d’arte e da sempre appassionato di romanzi, decide di dedicarsi al lavoro di scrittura negli anni 2000, facendo il suo esordio con il genere del thriller legale.

La sua carriera da magistrato, così come quella da scrittore, pone come obiettivo centrale una tematica assai importante: la ricerca della verità.

Scrittore apprezzato e pluripremiato, due volte finalista al premio Strega con “Il silenzio dell’onda” (2011) finalista nel 2012 e “La misura del tempo” (2019) finalista nel 2020.

Il suo ultimo romanzo, La disciplina di Penelope, edito Mondadori, è stato pubblicato a gennaio 2021. Un giallo avvincente ambientato a Milano, che narra gli intrecci di una brillante protagonista in veste di magistrato.

La gentilezza è la virtù dei forti

Mi sono chiesta con quale titolo avrei voluto inaugurare la mia scrittura su questo spazio, e…credevo di doverci pensare a lungo, invece no! L’idea di partire con Carofiglio si è subito materializzata nella mia testa, quasi in modo spontaneo; probabilmente perché credo tanto in quello che questo breve scritto vuole trasmettere, e soprattutto, credo fermamente nella virtù dell’esser gentili.

Più volte mi è capitato di assistere a discussioni o dibattiti, e di accorgermi quanto spesso si tenda erroneamente ad associare la “personalità forte” a colui che alza più la voce, che prevarica sugli altri, che afferma le proprie idee senza lasciar spazio a repliche o confronti.

Da buona osservatrice ho sempre diffidato di chi non riesce a esprimere un giudizio o un’opinione con la giusta educazione, di chi non sa adattarsi al contesto in cui si trova, di chi non sa ascoltare…perché l’ascolto è un requisito fondamentale per un dialogo costruttivo in ogni ambito. Ascoltare non è attendere distrattamente il silenzio dell’altro, ma attivare la mente per cercare di uscire dai nostri schemi preimpostati e comprendere fino in fondo ciò che l’altro vuole comunicare.

Elemento fondamentale per la corretta impostazione dialogica è sgombrare la mente da qualsiasi sorta di pregiudizio, che imprigionerebbe le informazioni apprese in schemi di pensiero errati e semplificatori…il mondo è decisamente un posto troppo complesso per le semplificazioni!

A prescindere dal nostro bagaglio culturale, le conoscenze personali sono solo una goccia nell’infinito mare di informazioni che la realtà è in grado di fornirci.

Populismi e retrotopia

Più impariamo ad aprire la mente e analizzare le informazioni in modo critico e razionale, più ci allontaniamo dal pericolo di immagazzinare le informazioni menzognere da cui siamo giornalmente bombardati.

Molti esponenti del campo politico infatti, all’estero come in Italia, basano le loro istanze su frasi fatte e stereotipi che fanno presa sulla popolazione generale. Lo scopo è dire quello che la gente vuol sentirsi dire, anche senza un fondamento verificato.

Ed è così, per esempio, che ci convinciamo di vivere in un mondo peggiore di quello passato, inseguendo il falso mito che “le cose dovrebbero tornare quelle di una volta”.

Ma ci siamo chiesti, effettivamente, com’erano le cose una volta? Ad oggi viviamo uno dei periodi di pace più duraturi che la storia abbia mai conosciuto, e anche rispetto agli ultimi decenni, il tasso di povertà della popolazione si è ridotto, così come i numeri che registrano crimini e reati violenti.

Nonostante ciò, la ripetizione sfrenata di alcuni concetti usando un linguaggio semplice e autoritario, fa presa sulle folle; che si sentono istigate dai toni aggressivi a esprimere la loro rabbia e la loro indignazione, convincendosi che le cose siano diverse da quelle che sono.

L’esempio dei no-vax

Niente di più semplice in questi giorni, che ascoltare tra i rumori di fondo al supermercato o davanti ai bar, frasi del tipo: “io il vaccino non lo faccio! Non so che ci hanno messo dentro, sicuramente farà male”.

Bene…a prescindere dal fatto che vorrei tanto assistere alla scena in cui, un ricercatore che ha lavorato al vaccino spiegasse al dato soggetto X cosa ci sia dentro e le tecniche impiegate per prepararlo: sarei curiosa di capire quali teorie sarebbe in grado di proporre il soggetto X per dar credito alle sue affermazioni complottiste; ma andiamo oltre…dobbiamo essere consapevoli che per elaborare un’affermazione, dobbiamo avere anche delle prove a supporto della stessa; e non basta dire che la zia Maria, novantenne diabetica e cardiopatica, è morta d’infarto dopo aver ricevuto la sua dose di vaccino.

Carofiglio nel libro Della gentilezza e del coraggio focalizza la sua attenzione sull’importanza della lingua, non tanto da un punto di vista della forma, quanto della sostanza: ossia essere in grado di formulare idee e pensieri che partano da un assunto concreto, e non da una nostra credenza o superstizione.

La correlazione tra somministrazione del vaccino e malattia viene fuori purtroppo da una pseudo-ricerca condotta nel 1998 da un medico inglese di nome Wakefield, che elaborò, in una pubblicazione rivelatasi in seguito assolutamente falsa, la teoria secondo la quale si stabiliva una correlazione tra vaccino trivalente e comparsa di sindrome autistica.

Nonostante accertamenti approfonditi abbiano rilevato l’infondatezza di tale ricerca, condotta su dati così incerti da indurre il General Medical Council britannico ad avviare un’indagine sull’articolo, rivelandone la sua natura fraudolenta con tanto di radiazione di Wakefield dall’ordine dei medici; questa piccola parentesi bastò a far calare il numero delle vaccinazioni negli anni a venire e a far riemergere malattie che sembravano essere ormai debellate.

Dubitare per vivere

Alla luce di quanto sopra discusso, appare evidente come mettere in dubbio sia un elemento fondamentale per affrontare in maniera critica il dibattito e il confronto. Non si tratta di un dubitare al solo scopo di contrastare, ma porsi e porre delle domande intelligenti al fine di favorire un dialogo costruttivo e arricchire di nuovi elementi la conversazione.

Mettere e mettersi in discussione è un requisito indispensabile per la crescita personale nonché un elemento distintivo nel sistema politico dei paesi più evoluti. Far vacillare le nostre convinzioni ci permette di stare al passo, di adattarci in tempi brevi al continuo mutamento sociale: tanto che, quello che eravamo ieri probabilmente non andrà più bene domani; e non si tratterà d’essere incoerenti, piuttosto di essere capaci di valutare che nessuna certezza è assoluta. E per questo è necessario saper cambiare anche idea.

Della gentilezza e del coraggio

“Immaginiamo una foresta in cui c’è un vecchio albero, con il tronco fradicio e divorato dai parassiti. A un certo punto questo vecchio albero cade e si schianta al suolo. Immaginiamo che non ci sia nessuno – ma davvero nessuno – in quella foresta a sentire l’albero che cade, travolge rami e cespugli, e si fracassa. Ed ecco la domanda: se quella foresta e le sue vicinanze sono deserte, e perciò quel rumore non lo sente nessuno, possiamo dire che sia esistito?”

Questo genere di domande, atte a scardinare il nostro modo di pensare comune, fanno parte della pratica zen e vengono definite koan. I Koan servono ad allargare la visione delle cose, per farci capire che esistono molteplici risposte a una stessa questione e nessun ragionamento può essere affrontato a senso unico.

Riportandolo un po’ all’ambito della nostra cultura, gli insegnamenti dei Koan si avvicinano molto alla teoria proposta da John Keats sulla “capacità negativa”. Con tale definizione l’autore inglese vuole intendere una capacità “negativa” appunto, nell’affrontare le situazioni. Ossia, essere capaci di vivere bene anche nelle fasi di incertezza della vita, cercando di frenare l’impulso di piegare sempre le situazioni ai nostri bisogni.

“La capacità negativa è una forma di vero coraggio. Consiste nel porsi di fronte all’esistenza senza rifugiarsi negli schemi delle soluzioni precostituite e rassicuranti”.

Ci vuole coraggio per scegliere di dare un senso positivo alle situazioni negative che la vita ci presenta. Del resto, ciò che ci differenzia dalle macchine è proprio la nostra capacità di scegliere: un’azione che implica mettere in campo sentimenti, ragione, esperienza, percezioni e intuizioni.

Anche “la pratica della gentilezza è una scelta, e per esercitarla ci vuole coraggio. Perché la gentilezza […] è ben altra cosa dalla cortesia, dalle buone maniere, dal garbo o dalla gradevolezza. La natura della gentilezza autentica emerge quando per praticarla dobbiamo superare la paura, vincere la rabbia, a volte superare la disperazione. Dare senso. Essere umani”.

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