Due parole su valori ed etica. Tra ateismo e spiritualità

Valori e debolezza umana

“Nessun uomo è forte come le sue idee” scriveva in una sua poesia Bukowski. Questo verso riassume in poche parole la condizione umana e forse per questa ragione lo trovo in un certo qual modo agghiacciante. Gli uomini spesso si prefiggono dei valori troppo elevati rispetto alla loro statura etica. E allora ecco che molti per pura apparenza e quieto vivere fanno mille proclami riguardo all’ortodossia e alla rigorosità religiosa, mentre nella loro vita privata hanno una doppia moralità. La Chiesa in questo senso ha sempre agito in modo ipocrita a mio modesto avviso, considerando prioritaria nell’etica dei cristiani la morale sessuale.

Da ciò ne è conseguito che le società cattoliche come quella italiana non hanno attuato una distinzione tra moralità privata e moralità pubblica. Il mondo comunque è pieno di anime belle, di ricercatori di conoscenza e bellezza, che talvolta hanno dei comportamenti riprovevoli per avere una gratificazione immediata. Questo iato tra etica e azione spesso non causa una redenzione o perlomeno un ravvedimento tardivo, ma di solito quella che la psicologia moderna definisce autoassoluzione morale. Hobbes coniò l’espressione “homo homini lupus” per descrivere la malvagità innata dell’essere umano. Rousseau al contrario propendeva per la tesi che l’uomo in natura fosse pacifico (il mito del buon selvaggio), ma che successivamente la società tramite la proprietà privata e la divisione del lavoro l’avesse corrotto.

Fede e incoerenza

I comportamenti incoerenti di alcuni cattolici forse dipendono dal fatto che per molti i valori religiosi sono imposti dalla tradizione e vengono assimilati per puro conformismo, di conseguenza interiorizzati malamente; invece la fede è poca cosa se è pura accettazione passiva di norme e non apertura al dubbio e alla ricerca. La fede è poca cosa se non compie il percorso hegeliano di essere in sé, uscire da sé, ritornare in sé. La fede è poca cosa se non vive il tormento, la fase de “La fenomenologia dello spirito” in cui la coscienza percepisce la religione come una superstizione. Senza questa fase di intellezione, di rischiaramento e scetticismo l’essenza della religione non si disvela.

Lo stesso deve avvenire per chi si professa laico. Anche il laico deve interrogarsi riguardo al senso del dovere per esempio. Interrogarsi sui valori può anche significare di perdersi in una nebulosa di concetti. Significa anche chiedersi come mai alcuni valori sono stati istituzionalizzati ed altri no. Che cosa sono poi i valori? Sono quelli del cristianesimo? Quelli della dichiarazione universale dei diritti umani? Il problema è che i valori sono difficilmente esplicitabili e definibili. Sono sempre circondati da una cortina di nebbia, che li rende vaghi e indefiniti.

Per definire un valore è necessario utilizzare delle negazioni. Nessuno darà mai una definizione chiara di democrazia, tolleranza, giustizia, libertà. Però tutti per definire questi concetti inizieranno subito col dire che cosa non è democrazia, tolleranza, giustizia, libertà. Teologie, filosofie, ideologie poi nel corso dei secoli dovrebbero essersi messe al servizio dei valori, ma alla fin fine con l’arte della simulazione e della dissimulazione i valori stessi sono stati veicolati per servire teologie, filosofie, ideologie. In questo ultimo secolo è avvenuta una rivoluzione copernicana in fatto di valori.

L’Occidente non crede più al potere salvifico delle verità immutabili. E’ avvenuto quindi il soggettivismo dei valori. Oggi la sfera occidentale dei valori è un miscuglio in cui ognuno può mettere ciò che vuole: qualsiasi gradazione di qualsiasi valore, l’importante è che condisca tutto con un po’ di energie cosmiche. Questa nuova forma religiosa e valoriale, anche nei suoi aspetti più deteriori e più commerciali (che esistono, ammettiamolo pacificamente), è un segno concreto del desiderio di spiritualità e della ricerca di valori autentici dell’uomo contemporaneo.

Il perbenismo e la presunta certezza dell’esistenza di Dio

Alcuni filosofi comunque sostengono che l’etica riguardi esclusivamente il bene, altri il valore, altri cosa sia giusto fare e cosa sia giusto non fare. L’etica più diffusa e più antica nel mondo è quella religiosa. Sembra che per l’umanità occidentale ci sia bisogno della punizione eterna, della promessa del Paradiso e dell’esistenza di un essere onnisciente che vede tutto. Nell’etica cristiana i comandamenti sono il bene e vanno osservati perché Dio ce lo ordina. Se non lo facciamo ci punisce.

A onor del vero ci sono anche molti modi di essere cristiani. Ci sono anche molti cristiani che non hanno la forza per tenere a bada le loro cattive inclinazioni. Ci sono anche altri cristiani che ritengono soggettivamente, che alcuni comandamenti e alcuni dogmi della chiesa non sono giudizi di valore assoluto (ma sono stati determinati da quel particolare periodo storico). In fatto di sesso per esempio anche i più praticanti si discostano nella maggioranza dei casi dalla morale sessuale cattolica. L’etica religiosa discende da Dio e fa continuamente da tramite tra Dio e l’uomo.

I cristiani quindi cercano di osservare i comandamenti perché credono in Dio. Potrei malignamente pensare anche molti di loro cercano di osservare i comandamenti perché hanno paura che Dio (lo stesso identico Dio descritto dalla Bibbia) esista e che li possa punire. Altri forse cercano di osservare i comandamenti perché sperano che Dio li possa premiare. Inutile dire comunque che la certezza dell’esistenza di Dio ha portato anche alle guerre sante.

Sulle cintole dei soldati dell’esercito nazista c’era scritto “Gott mit uns” (Dio è con noi). Una delle cose che trovo più insopportabili è che esistano alcune persone, che ritengano di essere depositarie assolute della verità. Di solito queste persone si comportano come se avessero la certezza assoluta che Dio esista. Di conseguenza si comportano da integralisti, da forcaioli, da perbenisti, da bigotti.

Sugli atei

Ma veniamo ora agli atei. Non credo che tutti gli atei siano persone totalmente atee. Credo piuttosto che si definiscano atei anche coloro che dubitano, che sono scettici, che sospendono il giudizio. Come scriveva Dostoevskij: “se Dio non c’è tutto è permesso”. Se ne potrebbe discutere su questa frase. Tuttavia molti atei riflettono spesso sull’esistenza o meno di Dio. Per loro è una questione cruciale. Molti atei sono fondamentalmente delle persone incerte.

Credono tutto sommato che Dio non esista, ma non ne sono certi. Quindi molti di loro ne hanno paura e finiscono per essere persone timorose di Dio. Spesso è proprio questa incertezza dell’ateo che lo fa desistere dal compiere azioni malvagie. Ci sono tuttavia pochissimi atei, che sono nichilisti negativi e che possono compiere crimini. Ecco perché di alcuni criminali si dice che sono dei senzadio. Sono dei senza dio perché non hanno conosciuto Dio (leggi anche la morale cristiana), oppure perché non credono in Dio oppure perché si sono dimenticati delle leggi di Dio.

Ma se fosse solo questione di circostanze, personalità di base, patologie, rabbia, educazione, istruzione il crimine? Sembrerebbe a ogni modo che gran parte dell’etica occidentale scaturisca dalla nostra mortalità. Probabilmente se tutti gli uomini avessero l’opportunità di morire, sapere che dopo la morte non c’è niente e resuscitare allora non esisterebbe più alcuna etica. Probabilmente l’etica si indebolirebbe molto se anche tutti gli uomini diventassero immortali.

L’etica laica e l’imperativo categorico

La domanda delle domande allora è se può esistere una morale laica? Può esistere una morale senza Dio? Se può esistere in Occidente potrebbe secondo alcuni iniziare dall’imperativo categorico di Kant. Almeno per quel che riguarda il nostro Occidente. Secondo l’imperativo categorico la possibilità di fare una determinata cosa implica necessariamente che quella cosa debba essere fatta. Allo stesso modo la possibilità di non compiere una determinata azione malvagia implica necessariamente che quella cosa non debba essere fatta.

Potrei obiettare subito che in questo mondo esistono anche la possibilità di compiere azioni malvagie e la possibilità di non compiere buone azioni. Ma andiamo oltre. L’imperativo categorico nasce dalla ragionevolezza dell’uomo. L’imperativo categorico dice: “se puoi allora devi”. Viene quindi da chiedersi se tutti gli esseri umani sono ragionevoli e se hanno uno spiccato senso del dovere.  Inoltre grazie alla ragionevolezza ogni uomo dovrebbe decidere i principi che dovrebbero diventare leggi universali. Basta un solo uomo folle a capo di una nazione però per avere degli imperativi categorici, che conducono alla guerra.

Nell’etica kantiana gli imperativi categorici dovrebbero essere sempre “ragionevoli” perché gli uomini vogliono raggiungere la libertà e la felicità. Kant parla di volontà (da non confondere con l’intenzione del cristianesimo). Ma ci può essere questa volontà senza Dio? Kant era pietista, credeva in Dio. Kant pone l’uomo come un fine e non come un mezzo.  Mettiamo poi che un uomo abbia un desiderio smodato nei confronti di un oggetto e qualcun altro non gli permetta di possederlo. Siamo sicuri che la volontà determini degli imperativi categorici “ragionevoli”, che abbiano la meglio su questo desiderio smodato? 

Kant è uno dei più grandi geni dell’umanità ed è stato l’iniziatore della morale laica. Ho solo esposto alcuni dubbi. Forse qualsiasi etica presuppone come postulati l’esistenza di Dio, l’esistenza e l’immortalità dell’anima. Qualsiasi cosa comunque è criticabile in filosofia. Può benissimo darsi che le mie osservazioni siano fuori luogo e spero vivamente che qualcuno riprenda quel cammino, che qualcuno prosegua, che ci siano altri Kant.

La regola d’oro

Alcuni ritengono che il principio “ama il prossimo tuo come te stesso” sia difficilissimo da applicare e pensano che sia più efficace la regola d’oro (“non fare mai agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te”). Però che cosa succede se qualcuno non applica la regola d’oro? Cosa succede se un altro fa quello che non vorrei venisse fatto a me? Nel migliore dei casi inizia la rappresaglia, visto e considerato che sono pochi i santi su questa terra.

La regola d’oro sembrerebbe di primo acchito risultare efficace se si aggiungesse anche il principio cristiano di porgere l’altra guancia. Ma ne siamo forse davvero sicuri? Ma siamo davvero sicuri che il mondo andrebbe meglio se tutti porgessero l’altra guancia? La regola d’oro poi è un concetto semplice di applicazione molto difficile. Qualcuno potrebbe ritenere che in Oriente esista un’etica, che non pone come presupposto fondamentale l’esistenza di Dio.

Ma l’induismo e il buddhismo non sono religioni prive di Dio. Il buddhismo non è teista, ma non è nemmeno ateo. I più antichi testi del buddhismo teorizzano l’esistenza di Dio. L’etica buddhista chiaramente non prevede un aldilà. Piuttosto è fondata sul karma positivo e negativo, sulla reincarnazione, sulla liberazione. Un altro aspetto importante dell’etica è la sua relazione con la libertà. Alcuni sostengono che l’etica riduce la nostra libertà con le sue norme e i suoi valori. Comunque la si pensi, atei o religiosi,   gli uomini in generale non possono vivere senza etica. E’ preferibile quindi un’umanità meno libera ad un’umanità votata al suicidio a breve termine.

Molto probabilmente non può esistere una morale senza Dio. Però non è detto che Dio debba per forza di cose essere il Dio dei cristiani. Personalmente sono un laico, anche se l’etica laica è agli albori. Personalmente preferisco di gran lunga un ateo che si comporta bene a dei religiosi falsi. Sono sulla cinquantina, ho mangiato il mio pane e sono dell’avviso, più in là che vado con gli anni, che forse l’importante è cercare di essere persone spirituali più che religiose. Anche se è molto difficile a questo mondo e io ancora non ci sono riuscito. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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