Due parole sul lavoro e la sua mancanza

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L’esperienza

Il problema esperienza: per molti lavori viene richiesto un minimo di esperienza, esperienza di almeno un anno, eccetera eccetera. La questione è che se non hai esperienza in un determinato settore non puoi lavorare, a meno che tu non sia in età di apprendistato. Esistono gli stage, i tirocini che sono da considerarsi un modo per fare esperienza e per avviare al lavoro, ma sono solo per i più giovani. Questo significa che se hai 35 anni e sei stato fino ad allora un commerciante o un commesso sei tagliato fuori da tutti gli altri lavori perché non hai esperienza in quei settori. La questione cruciale è che se non hai esperienza non lavori ma che se non lavori mai l’esperienza non te la fai mai. Ci sono molti disoccupati e inoccupati che si imbattono in questo tipo di problematica. Uno dei maggiori problemi del nostro Paese è la disoccupazione giovanile. Un’altra questione fondamentale è la disoccupazione nel Sud. Spesso queste due cose si intrecciano e i giovani disoccupati del Sud emigrano. Non c’è da stupirsi che ci sia una fuga di cervelli, che esportiamo conoscenze e cultura senza avere nulla in cambio. Nessuno è profeta in patria. 

Il titolo di studio

Il problema titolo di studio: un tempo il cosiddetto pezzo di carta contava. Oggi dipende. Premessa indispensabile: il titolo di studio non indica la validità di una persona. Ci sono anche ottimi autodidatti. Acculturarsi e/o impratichirsi in un ambito sta molto alla persona. Il mondo è pieno di diplomati e laureati. Conta se uno vuole fare dei concorsi nello Stato, ma la concorrenza è spietata. Per pochi posti come vigili municipali ci sono migliaia di candidature da tutta Italia. Il posto fisso ancora oggi è molto ambito. Nelle scuole gli insegnanti spesso non diventano titolari di cattedre a suon di concorso, e quindi a suon di test e quiz pur opinabili e discutibili, ma in base ad anni di supplenze. Dovrebbero essere fatti a mio avviso dei concorsi dove vengono veramente valutate le conoscenze e le competenze in modo approfondito e non in modo superficiale, anche se apparentemente oggettivo come i concorsi a base di quiz attuali. Il titolo di studio conta nel privato se uno si laurea a 23/24/25 anni in lauree economiche o scientifiche, fa dei master validi e poi si candida in grandi aziende o in grandi banche. Ma mettiamo il caso che un laureato sia disoccupato e cerchi lavoro come operaio, commesso, cameriere quasi sicuramente,  almeno qui da noi in Toscana, lo scarteranno subito a priori. Molto probabilmente preferiranno assumere come operai degli immigrati che sono ricattabili per la questione del permesso di soggiorno e per questo motivo possono essere sfruttati più facilmente (e con questo non voglio fare un discorso discriminatorio, riporto semplicemente la realtà dei fatti). Solo alcuni immigrati possono accettare le durissime condizioni lavorative come raccoglitori di pomodori ad esempio. Ma il problema non sono gli immigrati che rubano il lavoro: sono certi imprenditori che li sfruttano come manodopera a bassissimo costo.  Il capolarato esiste anche in Toscana. Esiste dappertutto. C’è dietro tutta un’economia e parte del settore agricolo. Qualcuno rivendica la necessità dei raccoglitori di pomodori immigrati: quei lavori qualcuno deve pur farli, sono necessari e gli italiani sono viziati. Invece più onestamente gli italiani si rifiutano giustamente di essere sfruttati a prezzi bassissimi per molte ore giornaliere in condizioni disumane. Comunque ritornando alla questione del titolo di studio è più importante l’esperienza. I laureati in discipline umanistiche sono considerati poco e male nel settore privato. Sono considerati astrusi, teorici, vaghi, per nulla pratici, insomma inutili. Mi ricordo di un grande industriale del Nord Est che aveva considerazione solo di chi aveva una laurea scientifica, di chi aveva una laurea in economia, di chi era avvocato. Tutte le altre discipline di studio non le considerava. Poi naturalmente aveva una figlia che era da venti anni iscritta a storia e non aveva mai dato un esame. 

L’ufficio di collocamento

L’ufficio di collocamento: soltanto il 4% degli iscritti al collocamento trova lavoro grazie ad esso. Quasi ti prendono in giro se ci vai. Ti fanno capire che lavoro c’è per chi ha voglia di lavorare. Ti vogliono insegnare come si fa un curriculum. Il bello è che dopo che ti hanno fatto il curriculum secondo tutti i santi crismi a loro dire poi  non cambia niente. Qualcuno ha osato dire che il collocamento così com’è non ha modo di esistere. Non è colpa di chi ci lavora. Anzi i lavoratori sono troppo pochi e c’è troppa burocrazia. Gli uffici di collocamento insomma dovrebbero essere più funzionali e più efficienti. 

L’età

Il problema età: esiste l’ageismo, ovvero la discriminazione in base all’età. Anche per fare molti concorsi nello stato si è tagliati fuori se si è raggiunto gli anta. Anche i grandi quotidiani pubblicano annunci di lavoro in cui viene specificata l’età. Tempo fa leggevo su un quotidiano in cronaca locale l’intervista di un piccolo imprenditore che sosteneva che non trovava più operai buoni. Secondo lui erano buoni a imparare il mestiere e svolgere efficacemente le mansioni lavorative solo giovanissimi. Lui naturalmente aveva 80 anni e non faceva testo. Lui invece era capacissimo di aggiornarsi, di documentarsi e studiare i nuovi macchinari, le nuove dinamiche del mercato, le nuove leggi, le nuove tecnologie. I giovani vanno bene per le assunzioni, ma poi per la classe dirigente e imprenditoriale niente di nuovo sotto il sole: ecco la mai desueta gerontocrazia! 

Le conoscenze obsolete: in Italia coloro che sono stati licenziati, non hanno grandi conoscenze dovrebbero essere riqualificati. Ma non ci sono corsi di aggiornamento e riqualificazione professionali degni tra quelli pagati da regioni e Stato. I corsi di formazione professionale, diciamocelo onestamente, formano ben poco. Bisogna sborsare soldi da soli e ciò non garantisce niente perché ci sono tanti acchiapparelli. 

La questione femminile

La discriminazione di genere: ci sono donne più laureate di uomini. Nonostante ciò le donne lavoratrici guadagnano sempre meno dei loro colleghi. Ci sono ancora oggi molti pregiudizi. Ci sono datori di lavoro che fanno proposte oscene alle candidate ed assumono solo quelle che accettano il compromesso. C’è una discriminazione riguardante l’estetica, in certi lavori vengono assunte solo donne di bella presenza, soprattutto in quei lavori in cui si è a contatto con il pubblico. C’è il fatto che ancora oggi molte lavoratrici vengono viste male se fanno dei figli. Alcuni imprenditori vorrebbero che le loro dipendenti si sacrificassero per la carriera. Poi c’è il cosiddetto soffitto di cristallo. A parità di talento, competenze e esperienza viene preferito un uomo per dei posti di comando e responsabilità. Talvolta viene preferito un uomo con minore competenza, esperienza, conoscenze. Anch’esso è un pregiudizio difficile da combattere. È una convinzione antica, erronea, ma sempre diffusa che le donne siano più volubili, scostanti, irrazionali e perciò meno affidabili. 

Le pubbliche relazioni

Le pubbliche relazioni: in Italia contano ancora le raccomandazioni, le conoscenze, le pubbliche relazioni. Non si tratta sempre di essere iscritti a una loggia massonica, di avere la tessera di partito o cose simili. L’ex ministro del lavoro Poletti dichiarò che per trovare un lavoro in Italia non bisognava avere un grande curriculum, ma bisognava andare a fare la partita di calcetto con amici e conoscenti. Senza conoscenze in Italia non si entra neanche in un privè di una discoteca. Bisogna insomma sapersi relazionare. Per alcuni questo è indice di intelligenza emotiva. Per altri è la solita raccomandazione democristiana. Ognuno se la vede a modo suo. La nostra penisola è sempre divisa in fazioni, gruppi di interesse e corporazioni. Ognuno dà lavoro ai suoi. Gli altri possono anche morire di fame e se succede è motivo di gaudio. Nessuna pietà per chi non comanda. Naturalmente nei luoghi dove esiste l’alternanza del potere c’è più consociativismo. 

I soldi per mettersi in proprio

Mettersi in proprio: per mettersi in proprio oggi bisogna assumersi un grande rischio imprenditoriale con la crisi che c’è. Bisogna chiedere spesso un prestito alle banche e indebitarsi. Fondare una azienda oggi è proibitivo per i costi. Aprire una attività commerciale significa anche pagare l’affitto tutti i mesi. È difficile tirare avanti. Ci vuole la posizione, il prodotto, l’avviamento commerciale. In realtà di provincia vanno bene soprattutto tutto le attività di seconda, terza, quarta generazione. L’effetto novità può durare poco. Ma bisogna vedere se il gioco vale la candela. Alcuni si chiedono se è meglio tenerli da parte i soldi risparmiati da una vita oppure con essi aprire un negozio al figlio. È una scelta molto difficile di questi tempi. Ci vuole anche in ogni caso buona sorte. A onor del vero poi questi commercianti che falliscono da chi vengono aiutati? Tanti discorsi, tante belle parole, ma poi vengono lasciati soli a sé stessi. 

Il reddito di cittadinanza, ovvero un minimo di welfare…

Non mi sembra di aver fatto un quadro della situazione disfattista ma realista. Non parliamo poi di tutti i commercianti che dicono di non trovare camerieri e poi sono i primi a proporre loro condizioni lavorative pessime. Per tutte queste problematiche ritengo personalmente che il reddito di cittadinanza sia necessario, anche se è perfettibile. Non lo ritengo assistenzialismo, ma welfare fondamentale. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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