Due parole sulla dittatura e sulla guerra…

“…I mostri che abbiamo dentro

Crescono in tutto il mondo

I mostri che abbiamo dentro

Ci stanno devastando

I mostri che abbiamo dentro

Che vivono in ogni mente

Che nascono in ogni terra

Inevitabilmente ci portano alla guerra”

(Giorgio Gaber)

Cosa porta alla dittatura o alla guerra?

Cosa fa partorire un mostro? Cosa conduce alla guerra e/o alla dittatura? Domande che possono dar luogo a molte risposte, nessuna esaustiva, a seconda della prospettiva e dalla disciplina in cui si può vedere/inquadrare/indagare questa problematica.  C’è innanzitutto la storia con le sue contingenze, i suoi accidenti. Si pensi alla sconfitta nella prima guerra mondiale da parte della Germania,  all’enorme debito, alla disoccupazione, alla fine della Repubblica di Weimar per spiegare storicamente l’ascesa del nazismo. La storia stessa è intrisa anche di caso. C’è poi l’economia, che ha un ruolo determinante.  Ma la stessa filosofia è responsabile di molti disastri. Si pensi a quanto abbiano influito nella storia occidentale “La Repubblica” di Platone (per Popper era responsabile di molti mali politici e storici), la concezione dello Stato di Hegel, lo stesso Machiavelli (Mussolini che leggeva un libro al giorno aveva sempre sul suo comodino una copia de “Il principe”), il superomismo e la volontà di potenza di Nietzsche,  la filosofia rivoluzionaria di Marx (non si tratta più di interpretare il mondo ma di trasformarlo). In buona parte una dittatura, un malgoverno o una guerra dipendono anche dalla psicologia dei popoli, ma Wundt ha indagato con 10 libri queste cose senza giungere a qualcosa di certo e Le Bon ha scritto considerazioni interessanti, ma non c’è niente di scientificamente provato, anzi i sociologi sono totalmente contrari quando sentono parlare di carattere nazionale,  ad esempio degli italiani.

La patologia dei potenti e quella del popolo

Accade che alcuni fanno di necessità virtù e molti fanno di necessità patologia durante una dittatura o una guerra. Succede che una dittatura, che dispensa sangue, guerra, povertà, ingiustizie, slatentizzi le patologie dei singoli, in condizioni di pace assolutamente normali. Da qui la tanto citata (giustamente) “banalità del male” della Arendt. Ma la demopatia (così è chiamata la follia collettiva di una popolazione) slatentizza anche il lato folle di un potente oppure sceglie  un folle o dei folli sanguinari come governanti. Di solito in una dittatura sanguinaria accadono entrambe le cose.

Il cervello rettile

  C’è da considerare che la violenza, la voglia di sopraffare, l’istinto gregario fanno parte del nostro DNA. La dittatura e la guerra avvengono quando il cosiddetto “cervello rettile” della maggioranza e dei governanti ha la meglio sul resto. Inconsciamente siamo tutti assassini. Qualcuno obietterà che le guerre le fanno anche in nome del petrolio (l’ho scritto prima che l’economia è determinante), che la maggioranza dei cittadini non partecipa alla guerra né ne soffre gli orrori. Ma è pur sempre volontà di potenza. È volontà di potenza lo stesso imperativo di esportare la democrazia.  Ma ritorniamo alla violenza insita in noi. Nella società occidentale per Freud dobbiamo uccidere nella nostra infanzia psicologicamente e simbolicamente il padre. Alla reificazione di una persona o di una categoria di persone si può giungere per natura ma anche per ideologia e cultura. 

Ribellarsi a carissimo prezzo o convivere…

Ribellarsi a una dittatura o a una guerra è un atto eroico: significherebbe molto spesso rinunciare alla propria libertà o alla propria vita e a quella dei propri cari. Alla fine in molti vince su tutto lo spirito di adattamento e l’istinto di autoconservazione. L’essere umano si adatta a tutto o quasi per sopravvivere: si pensi al cannibalismo in condizioni estreme. Accade che in guerra uccidere o far uccidere spesso diventa una necessità, perché la condizione si riassume in “morte tua, vita mia”. Si fa presto a giudicare le azioni di persone che in altri tempi e in altre circostanze pensavano a salvare la loro pelle e quella dei loro cari.  Significativo è il capolavoro “La grande guerra” di Monicelli, dove i due protagonisti cercano in ogni modo di salvarsi e poi diventano eroi per caso, ma il loro sacrificio non verrà mai reso noto.  Inoltre durante la dittatura o una guerra c’è  un’autoassoluzione collettiva, a causa della totale o quasi diffusione di responsabilità.

La necrofilia

Accade la guerra e la dittatura quando la necrofilia della popolazione viene alimentata, risvegliata e diretta dalla necrofilia della politica e della cultura. Non a caso ci sono stati filosofi, letterati, umanisti che hanno ritenuto che la guerra fosse necessaria e inevitabile, che facesse parte della natura umana, come lo stesso Hegel. Da giustificare la guerra a istigare alla guerra il passo è breve, quasi obbligato, come fece Marinetti che nel manifesto del Futurismo la giudicò “l’igiene del mondo”. Poi com’è andata in ogni guerra lo sappiamo: “armiamoci e partite”.

Come fare? Nessuno ha la formula

Altre domande sorgono spontanee: come fare in modo che un folle o dei folli vadano al potere? Come fare in modo che, una volta che dei folli hanno il potere, il popolo si ribelli e li tolga di mezzo? Se è vero che non c’è una risposta certa e univoca a cosa determina una guerra o una dittatura, ma solo una concatenazione di cause ed eventi, è altrettanto vero che nessuno ancora oggi sa trovare la soluzione per non far governare un dittatore o per eliminarlo. Lo stesso democratico Popper ne La società aperta e i suoi nemici era favorevole all’eliminazione fisica dei dittatori. Insomma a male estremo, estremo rimedio. Come a dire che anche per affermare la democrazia bisogna essere machiavellici e violenti. Il cerchio si chiude. Se come affermava Cioran la storia delle idee è la storia dei solitari, la storia di ogni popolo è la storia di una serie inenarrabile di guerre e carneficine. E quando meno ce lo aspettiamo la bestia che è in noi latra.  

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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