Economia anarchica: come funzionano lavoro, proprietà e produzione

Quando si parla di anarchia, una delle domande più immediate riguarda l’economia. Se vengono rifiutati tanto il controllo dello Stato quanto il potere economico esercitato attraverso la proprietà, chi decide cosa produrre? A chi appartengono fabbriche, terreni e strumenti di lavoro? Come vengono distribuiti beni e servizi? Esistono ancora denaro, mercato e lavoro?

Non esiste una sola risposta anarchica a queste domande. Nel corso della storia, le diverse correnti anarchiche hanno elaborato modelli differenti di proprietà, produzione e distribuzione. Mutualismo, collettivismo anarchico e comunismo libertario condividono la critica alla concentrazione del potere economico, ma non propongono necessariamente le stesse soluzioni.

Questa pluralità è importante. Parlare di economia anarchica non significa descrivere un sistema economico unico, progettato in ogni dettaglio e valido per qualsiasi società. Significa piuttosto ricostruire una famiglia di teorie e pratiche che cercano di organizzare produzione e distribuzione senza ricreare rapporti di dominio.

La questione economica diventa così una questione di potere: chi controlla le risorse necessarie alla vita e chi decide come utilizzarle?

Cos’è l’economia anarchica

L’economia anarchica parte dalla critica delle forme di dominio che possono svilupparsi attraverso la proprietà e l’organizzazione del lavoro.

Abolire un governo autoritario lasciando intatta una società nella quale pochi individui controllano terra, capitale e mezzi di produzione non sarebbe sufficiente a realizzare una società libertaria. Chi dipende da altri per accedere alle risorse necessarie alla propria esistenza può infatti trovarsi in una posizione di subordinazione anche in assenza di una coercizione direttamente esercitata dallo Stato.

Bakunin lega esplicitamente proprietà e capitale alla possibilità di vivere appropriandosi del lavoro di chi, non disponendo di entrambi, deve vendere la propria capacità produttiva. Allo stesso tempo immagina la proprietà collettiva organizzata dal basso attraverso associazioni di produttori e federazioni, anziché amministrata centralmente dallo Stato.

La critica economica dell’anarchismo si collega quindi alla questione più generale affrontata parlando di anarchia e potere: il problema non riguarda soltanto chi formalmente governa, ma il modo in cui la possibilità di decidere viene distribuita all’interno della società.

Da questo punto comune nascono però risposte differenti.

I principali modelli dell’economia anarchica

Le differenze emergono soprattutto quando proviamo a rispondere a tre domande: chi controlla i mezzi di produzione? Chi organizza il lavoro? Come viene distribuito ciò che viene prodotto?

Mutualismo

Il mutualismo è legato soprattutto al pensiero di Pierre-Joseph Proudhon.

La celebre affermazione secondo cui «la proprietà è un furto» non deve essere interpretata come una condanna indistinta di qualsiasi rapporto tra una persona e i beni che utilizza. La critica proudhoniana riguarda la proprietà quando diventa uno strumento attraverso cui ottenere rendite o esercitare un potere sul lavoro altrui.

Il mutualismo non prevede necessariamente la scomparsa dello scambio. Cerca piuttosto di costruire rapporti economici fondati sulla reciprocità, sulla libera associazione dei produttori e sulla possibilità di accedere al credito senza dipendere dalle tradizionali concentrazioni del capitale.

Abbiamo approfondito questi principi nell’articolo dedicato al mutualismo libertario, analizzando anche le possibilità contemporanee offerte da cooperative, associazioni, reti territoriali e altre forme di economia costruite dal basso.

Collettivismo anarchico

Con Bakunin e una parte importante dell’Internazionale antiautoritaria assume particolare rilevanza la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

Terra, materie prime e strumenti necessari alla produzione non dovrebbero appartenere a capitalisti privati né essere controllati da uno Stato centrale. La loro gestione viene invece pensata attraverso associazioni liberamente organizzate dei produttori e federazioni di comunità.

Bisogna però evitare una classificazione troppo rigida. Lo stesso termine “collettivismo” ebbe significati diversi all’interno del movimento anarchico. Poteva indicare innanzitutto la proprietà collettiva amministrata direttamente dalle associazioni dei lavoratori, in contrapposizione alla proprietà statale. Anche le modalità concrete della distribuzione furono oggetto di discussione.

Il termine non deve inoltre essere confuso con il significato più ampio che abbiamo attribuito al “collettivismo” negli articoli dedicati alla Rivoluzione Integrale, dove viene utilizzato per descrivere una nostra specifica proposta di proprietà e gestione collettiva.

Comunismo anarchico

Una parte del movimento anarchico arrivò progressivamente a mettere in discussione non soltanto la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma anche l’idea che ogni individuo dovesse ricevere una quota della ricchezza proporzionale al lavoro svolto.

Carlo Cafiero ne offre una formulazione particolarmente chiara in Anarchia e comunismo.

La produzione moderna, sostiene Cafiero, è necessariamente collettiva. Ogni lavoratore utilizza macchine, conoscenze, materie prime e infrastrutture che derivano dal lavoro di una quantità incalcolabile di altre persone e delle generazioni precedenti. Diventa quindi impossibile stabilire con precisione quale parte del prodotto appartenga al singolo individuo.

Cafiero arriva per questo a rifiutare anche il tempo lavorato come criterio della distribuzione. Persone diverse possono produrre quantità differenti nello stesso intervallo di tempo; inoltre bambini, anziani e persone impossibilitate a lavorare continuano ad avere bisogni. Persino in una situazione di scarsità, sostiene, le risorse dovrebbero essere distribuite secondo le necessità e non secondo il contributo produttivo individuale.

È la concezione che abbiamo approfondito in Anarchia e comunismo di Carlo Cafiero.

Kropotkin svilupperà ulteriormente questa critica. Ne La conquista del pane contesta la possibilità di mantenere un sistema salariale dopo aver reso comuni terra, fabbriche e altri mezzi produttivi: misurare il lavoro attraverso moneta o buoni-lavoro rischierebbe, nella sua prospettiva, di ricostruire le disuguaglianze che si volevano superare.

Il comunismo anarchico propone quindi di orientare l’accesso alle risorse verso i bisogni anziché verso una contabilità individuale della produzione.

Proprietà, possesso e mezzi di produzione

Le differenze tra queste correnti non cancellano una questione comune: chi deve controllare le risorse dalle quali dipende la possibilità di vivere e lavorare?

Possedere una casa nella quale si abita non produce necessariamente un rapporto gerarchico. Diversa è la situazione in cui il controllo esclusivo di terreni, fabbriche, abitazioni o capitali permette di imporre condizioni ad altre persone che hanno bisogno di quelle risorse.

La critica anarchica della proprietà riguarda quindi soprattutto il rapporto sociale che può essere costruito attraverso di essa.

Le soluzioni proposte sono state differenti: possesso fondato sull’uso, associazioni di produttori, proprietà collettiva, comunizzazione.

La domanda di fondo rimane però la stessa: come impedire che il controllo delle risorse si trasformi nel potere di alcuni individui sugli altri?

Chi decide cosa e come produrre?

Cambiare il proprietario di un’impresa non significa automaticamente eliminare la gerarchia.

Una fabbrica potrebbe appartenere formalmente allo Stato, a una cooperativa o persino ai suoi dipendenti e mantenere una struttura nella quale una minoranza prende tutte le decisioni mentre gli altri devono limitarsi a eseguirle.

Per questo la proprietà deve essere distinta dalla gestione.

L’autogestione anarchica cerca di affrontare proprio questo secondo problema: chi partecipa alla produzione dovrebbe poter partecipare anche alle decisioni riguardanti organizzazione, condizioni di lavoro e finalità dell’attività.

Assemblee dei lavoratori, cooperative, associazioni di produttori e federazioni sono alcune delle forme attraverso cui questo principio può essere applicato.

Autogestione non significa assenza di organizzazione. Significa provare a sostituire l’organizzazione gerarchica con forme nelle quali funzioni e responsabilità non si trasformino automaticamente in un potere permanente esercitato dall’alto.

Come distribuire beni e ricchezza?

Una società potrebbe rendere collettivi i mezzi di produzione e trovarsi ancora davanti a un problema enorme: come distribuire ciò che viene prodotto?

È proprio qui che emerge una delle differenze storiche più importanti tra le concezioni economiche libertarie.

Una possibilità consiste nel mantenere una relazione tra contributo lavorativo e accesso ai prodotti. Un’altra consiste nel considerare la produzione come un’attività talmente interdipendente da rendere impossibile attribuire una quota precisa della ricchezza a ogni individuo.

Cafiero sceglie nettamente questa seconda strada.

La proprietà collettiva risponde infatti alla domanda chi controlla la produzione? La distribuzione secondo i bisogni risponde a una domanda diversa: chi può accedere a ciò che viene prodotto?

La distinzione diventa evidente pensando a chi non può lavorare. Una società nella quale l’accesso alle risorse dipendesse esclusivamente dalla produttività individuale rischierebbe di creare nuove disuguaglianze tra persone con capacità e condizioni differenti.

L’economia anarchica pone quindi un problema che supera la semplice redistribuzione monetaria: quale rapporto vogliamo costruire tra produzione, bisogni e accesso alle risorse?

Economia anarchica, mercato e denaro

L’anarchismo vuole abolire il denaro? E può esistere un mercato in un’economia anarchica?

Non esiste una risposta comune a tutte le correnti.

Il mutualismo ammette forme di scambio e cerca di sottrarle a rendita, monopolio e concentrazione del capitale. Il comunismo anarchico mette invece in discussione la necessità di misurare attraverso il denaro il contributo individuale alla produzione.

Questa differenza è essenziale perché impedisce di identificare l’economia anarchica con un unico modello.

La domanda diventa piuttosto: in quali condizioni mercato, credito, denaro e proprietà producono nuove concentrazioni di potere?

Anche su Magozine abbiamo affrontato il problema da una prospettiva particolare. Nel capitolo Il lavoro e l’economia nella Rivoluzione Integrale abbiamo interpretato la disponibilità monetaria come possibilità di accesso a beni e servizi e quindi come una forma di potere economico.

Si tratta però di un’elaborazione interna al progetto della Rivoluzione Integrale, non di una concezione che può essere attribuita indistintamente all’anarchismo.

Mutualismo, cooperazione e reti economiche

Una delle questioni più interessanti riguarda ciò che può essere costruito già all’interno della società esistente.

Bisogna attendere un cambiamento generale dei rapporti economici oppure è possibile creare istituzioni differenti nel presente?

Il mutualismo attribuisce grande importanza alla seconda possibilità. Associazioni, cooperative, strumenti mutualistici e reti di produttori possono ridurre la dipendenza da strutture economiche gerarchiche e sperimentare differenti forme di proprietà e collaborazione.

Questo non significa che qualsiasi cooperativa sia anarchica.

Una cooperativa può riprodurre al proprio interno rapporti gerarchici, comportarsi sul mercato esattamente come un’impresa tradizionale oppure limitarsi a distribuire diversamente la proprietà senza modificare finalità e organizzazione del lavoro.

Esistono però esperienze che cercano esplicitamente di unire cooperazione economica e cultura libertaria. È il caso de La Libertaria, cooperativa nella quale proprietà dei lavoratori, organizzazione antigerarchica e rapporti diretti con piccoli produttori fanno parte dello stesso progetto.

In Non c’è tempo: dalla sopravvivenza individuale alla cooperazione abbiamo affrontato una questione complementare: reti mutualistiche, cooperative ed economie territoriali possono rappresentare anche una risposta alla progressiva individualizzazione dei problemi economici e sociali.

Liberarsi dal lavoro o liberare il lavoro?

La critica anarchica del lavoro non riguarda soltanto il salario.

Riguarda innanzitutto la subordinazione che si crea quando una persona controlla gli strumenti necessari alla produzione e un’altra, non disponendone, deve vendere la propria capacità di lavorare.

Da qui nasce una prima possibile risposta: liberare il lavoro dalla subordinazione, facendo sì che siano gli stessi lavoratori a controllare l’attività produttiva.

È una riflessione che avevamo sviluppato già nel progetto della Rivoluzione Integrale, affrontando il rapporto tra lavoro, moneta e concentrazione del potere economico e proponendo la sostituzione progressiva del lavoro subordinato con rapporti di cooperazione.

Ma rimane una seconda domanda: è sufficiente cambiare chi controlla il lavoro?

Anche un’impresa perfettamente autogestita potrebbe assorbire gran parte della vita delle persone. Diventa allora necessario interrogarsi sulla quantità di lavoro necessaria, sulla sua utilità sociale e sul rapporto tra produzione e tempo libero.

Il caso GKN è interessante proprio perché permette di osservare il rapporto tra iniziativa dei lavoratori, controllo della produzione e discussione sulla finalità sociale ed ecologica dell’attività produttiva. Non occorre definire l’esperienza “anarchica” per riconoscere elementi che possono essere studiati da una prospettiva libertaria.

La recensione Questo lavoro non è vita pone lo stesso problema da un’altra prospettiva: emanciparsi dal lavoro può significare democratizzarne l’organizzazione, ma anche riconoscere che il tempo sottratto al lavoro è parte essenziale dell’autonomia individuale.

Il ruolo dell’anarcosindacalismo

L’anarcosindacalismo affronta la questione partendo dall’organizzazione autonoma dei lavoratori.

Il sindacato rivoluzionario non viene concepito soltanto come uno strumento attraverso cui negoziare salari o migliori condizioni con il proprietario dell’impresa. L’organizzazione costruita dai lavoratori nel conflitto può diventare anche uno spazio nel quale sviluppare capacità di decisione e gestione diretta.

Per questo è più corretto considerare l’anarcosindacalismo soprattutto come una strategia di organizzazione e trasformazione sociale piuttosto che come un quarto modello economico equivalente a mutualismo, collettivismo e comunismo anarchico.

Il lavoro invisibile: cura e riproduzione sociale

C’è però un limite in molte concezioni tradizionali del lavoro: tendono a identificare l’attività economica con ciò che produce un bene, un servizio o un reddito.

Una società non potrebbe sopravvivere soltanto grazie alle attività remunerate.

Crescere i bambini, assistere anziani e persone non autosufficienti, preparare il cibo, mantenere una casa e svolgere molte altre attività di cura sono funzioni indispensabili alla riproduzione della vita sociale. Storicamente, una parte enorme di queste attività è stata svolta dalle donne senza essere riconosciuta come lavoro e senza ricevere una remunerazione.

Silvia Federici non è una teorica dell’economia anarchica e non è necessario presentarla come tale. La sua critica femminista del lavoro riproduttivo permette però di allargare una domanda fondamentale: chi svolge il lavoro necessario alla vita quando quel lavoro non passa attraverso il mercato?

Nella recensione de La rivoluzione al punto zero abbiamo approfondito il rapporto tra lavoro domestico, cura, capitalismo e costruzione di forme comunitarie.

Una società che rendesse orizzontale la gestione delle fabbriche ma continuasse a distribuire in maniera diseguale il lavoro necessario alla vita avrebbe risolto soltanto una parte del problema.

Consumo, credito, debito e bisogni

L’economia non termina nel momento in cui un bene viene prodotto.

Bisogna domandarsi anche perché lo produciamo, perché lo desideriamo e attraverso quali strumenti possiamo ottenerlo.

Il credito permette di utilizzare oggi reddito che verrà prodotto domani. Può quindi aumentare immediatamente la possibilità di accedere a beni e servizi, ma può anche vincolare una parte del lavoro futuro al pagamento di consumi già effettuati.

Nell’articolo La rata infinita abbiamo utilizzato proprio il credito al consumo per riflettere sul rapporto tra debito, lavoro e tempo.

Si crea un possibile circuito: lavoriamo per consumare, anticipiamo il consumo attraverso il debito e dobbiamo continuare a lavorare per pagare ciò che abbiamo già consumato.

La questione introduce un problema che una teoria dell’economia libertaria non dovrebbe ignorare: chi determina i nostri bisogni?

Non basta chiedersi come distribuire più equamente la capacità di acquistare. Bisogna interrogarsi anche sul rapporto tra pubblicità, status sociale, produzione, desiderio, consumo e qualità della vita.

Anche le scelte di consumo possono diventare terreno di conflitto economico e morale. In Su multinazionali, grandi uomini e disuguaglianze, Davide Morelli riflette su responsabilità delle imprese, boicottaggio, finanza etica e concentrazione della ricchezza.

Il capitalismo non organizza soltanto produzione e lavoro, ma interviene anche sulla costruzione dei bisogni. È il tema di Su desiderio e capitalismo, ovvero come smettere di desiderare sia l’unico vero atto rivoluzionario, dedicato al rapporto tra desiderio, consumismo, omologazione e consumo critico.

Economia anarchica ed ecologia

Anche un’economia perfettamente egualitaria potrebbe risultare insostenibile se utilizzasse risorse e producesse rifiuti senza considerare i limiti ecologici.

La domanda “chi controlla la produzione?” deve quindi essere accompagnata da altre due domande: cosa produciamo e quanto produciamo?

Nel 2015 avevamo provato a collegare questi problemi attraverso una concezione di sostenibilità economica fondata su reciprocità, solidarietà e rapporti di lavoro orizzontali. Il lavoro veniva considerato sostenibile soltanto quando non danneggiava l’ambiente, non sfruttava altre persone e non produceva nuove forme di dipendenza.

Oggi il problema può essere sviluppato ulteriormente.

Se le persone che abitano un territorio partecipano direttamente alle decisioni economiche, possono teoricamente mettere in relazione produzione, condizioni di lavoro, salute e conseguenze ambientali. Questo non garantisce automaticamente decisioni ecologicamente sostenibili, ma riduce la separazione tra chi prende una decisione economica e chi ne subisce gli effetti.

Anche Luigi Veronelli offre un punto di osservazione interessante. In Vivere l’anarchia con Luigi Veronelli abbiamo incontrato una concezione della libertà legata alla terra, ai piccoli produttori, alle differenze territoriali e alla riduzione della distanza tra chi produce e chi consuma.

Economia libertaria ed ecologia possono incontrarsi proprio qui: nella possibilità delle comunità di discutere non soltanto la distribuzione della ricchezza, ma anche l’uso delle risorse dalle quali dipende la loro esistenza.

Esistono esempi di economia anarchica oggi?

Quando si cercano esempi contemporanei è necessaria molta cautela.

Non qualsiasi cooperativa è anarchica. Non qualsiasi impresa posseduta dai lavoratori è libertaria. Non qualsiasi esperienza di mutualismo o autogestione nasce all’interno del movimento anarchico.

Conviene quindi distinguere le esperienze che si riconoscono esplicitamente in una cultura libertaria da quelle che presentano soltanto alcuni elementi compatibili con essa.

La Libertaria appartiene alla prima categoria.

Altre esperienze possono invece essere interessanti perché sperimentano proprietà dei lavoratori, assemblee, mutualismo, reti territoriali o forme di controllo collettivo senza definirsi anarchiche.

Il caso GKN rientra in questa seconda prospettiva. Il suo interesse per questo discorso deriva dall’organizzazione dei lavoratori e dalla ricerca di strumenti collettivi per intervenire sul futuro dell’attività produttiva, non dalla necessità di attribuirgli un’etichetta anarchica.

Lo stesso criterio dovrebbe essere applicato a cooperative, fabbriche recuperate, gruppi d’acquisto, reti mutualistiche e progetti agroecologici.

La domanda più interessante non è se un’esperienza possa essere classificata come anarchica, ma quali rapporti di proprietà, decisione e cooperazione stia sperimentando.

Come costruire un’economia dal basso?

Rimane il problema più difficile: come passare dalla critica alla trasformazione?

Anche in questo caso non esiste una strategia anarchica unica.

Il mutualismo punta sulla costruzione di istituzioni economiche alternative. L’anarcosindacalismo attribuisce un ruolo centrale all’organizzazione autonoma dei lavoratori. Altre tradizioni hanno attribuito maggiore importanza alla rottura rivoluzionaria o alla costruzione di comuni e strutture autogestite.

Queste strategie possono anche intrecciarsi.

Cooperative e reti mutualistiche possono permettere di sperimentare nuove forme economiche nel presente. L’organizzazione sindacale può modificare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro. L’autogestione può trasferire capacità decisionale a chi partecipa direttamente alla produzione. Le federazioni possono coordinare esperienze locali senza necessariamente costruire un nuovo centro politico ed economico.

Su Magozine abbiamo elaborato una nostra proposta di trasformazione economica graduale all’interno del progetto della Rivoluzione Integrale. Il modello immaginava la progressiva costruzione di attività a proprietà collettiva, capaci di reinvestire parte delle risorse nella creazione di altre attività autogestite e, in prospettiva, nella gestione collettiva di servizi di interesse comune.

È importante distinguere i piani: quella della Rivoluzione Integrale è una specifica elaborazione teorica sviluppata su queste pagine, non una soluzione condivisa dall’intero pensiero anarchico.

Economia anarchica: un modello o un processo?

La storia dell’anarchismo non ci consegna un unico progetto economico.

Proudhon insiste sulla reciprocità e sull’associazione. Bakunin lega l’uguaglianza economica alla proprietà collettiva organizzata dal basso. Cafiero e Kropotkin sviluppano la critica comunista della remunerazione individuale e propongono di orientare la distribuzione verso i bisogni. Le diverse concezioni economiche cercano, attraverso strade differenti, di conciliare libertà e solidarietà.

Non sono differenze marginali e non avrebbe senso cancellarle per costruire artificialmente una dottrina economica uniforme.

Esiste però una domanda che attraversa queste esperienze: come impedire che il controllo delle risorse necessarie alla vita diventi il potere di alcuni sugli altri?

Da questa domanda derivano la critica della proprietà capitalistica, il mutualismo, l’autogestione, la cooperazione, la proprietà collettiva e la ricerca di differenti criteri di distribuzione.

Oggi possiamo aggiungere altre questioni che rendono il problema ancora più complesso: il tempo sottratto dal lavoro, la distribuzione delle attività di cura, l’indebitamento, la costruzione dei bisogni attraverso il consumo e i limiti ecologici della produzione.

Per questo l’economia anarchica può essere considerata non soltanto come un insieme di modelli elaborati nel passato, ma come un campo aperto di sperimentazione.

La domanda non è semplicemente chi debba diventare proprietario di ciò che oggi appartiene al capitale o allo Stato. È capire come organizzare produzione, distribuzione e accesso alle risorse senza trasformare la necessità di coordinarsi in una nuova struttura di dominio.

In fondo è lo stesso problema che attraversa l’intero pensiero anarchico: non eliminare l’organizzazione della società, ma impedire che l’organizzazione diventi dominio dell’uomo sull’uomo.

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