Elezioni del Presidente della Repubblica specchio della politica dei partiti

«Ma davvero noi libertari ci dobbiamo arrancare a discutere su chi sarà il presidente della Repubblica?». Quando sui social qualcuno mi ha scritto questo commento, ho risposto chiamando in mio soccorso Errico Malatesta: perché i libertari – penso – non sono avulsi dalla realtà; anzi, più la realtà è distante da noi più è necessario informarsi e discuterne.

Ancora, l’utente concludeva il suo commento con un secco «A prescindere, uno vale l’altro». Davvero? Possiamo liquidare così una partita in cui si gioca la nostra stessa vita?

Una premessa. Proprio su questo blog, Francesco Scatigno, si e ci ha chiesto «che fine ha fatto l’anarchia?». Lo raccolgo come un evidente invito a ragionare, più che a sentenziare. Negli ultimi anni, personalmente, sono ossessionata dal «pensare il pensabile» di bernariana memoria, perciò, quando magozine mi ha chiesto un editoriale sul capo dello Stato ho pensato di partire proprio da qui.

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Torniamo al Quirinale, quindi. Perché interessarci? Alla fine, al Colle è rimasto Sergio Mattarella, figlio emerito della politica e delle istituzioni del nostro tempo. Ed è evidente che chiunque avrebbe preso il suo posto sarebbe stato un altrettanto emerito esponente di questo nostro sistema parlamentare.

Pochezza, incompetenza e sfacciata brama di potere non sono certo una novità nel parlamentarismo italiano. «La democrazia italiana è un grand’esercito bagolone, privo di idee, pieno di vanitosi, d’imbroglioni, di massoni, di ambiziosi, ecc», scriveva Gaetano Salvemini nel 1903. Ma è pur vero che la classe dirigente di oggi ce la sta mettendo tutta a battere il record di una politica completamente scollegata dalla vita reale delle persone, che ha la pretesa di rappresentare e governare.

Una settimana di votazioni, vertici, incontri, paginate di giornali e dirette tv ci hanno regalato due perle marce: Silvio Berlusconi ed Elisabetta Belloni. Nel primo caso l’Italia avrebbe formalizzato la sua indole di paese corrotto e sfacciato, eleggendo a prima carica dello Stato il volto italiano del capitalismo criminale. Nel secondo caso, avremmo raggiunto Egitto e Russia nell’eleggere nientemeno che il capo dei servizi segreti; e questo in un paese in cui il governo è in mano alla Finanza e l’emergenza pandemica a un generale dell’esercito. Due ipotesi che non potrebbero trovare posto nemmeno in una democrazia malata, ma in una agonizzante o di sola facciata sì. E infatti l’hanno trovata.

Lo sdegno per la lentezza, la “perdita di tempo”, è stato grande. Eppure non è il numero di votazioni necessarie o la difficoltà a “mettersi d’accordo” il problema. Anzi, questo sarebbe il segno dello stato di salute di una democrazia, se il pomo della discordia fosse stato il “cosa” e non il “chi”, il “perché” e non il “chi”. Se, per esempio, lo scontro fosse avvenuto davanti all’assurdità di nomi come Berlusconi o Belloni, per i motivi di cui sopra. E invece no. L’elezione del Capo dello Stato è stata trasformata – come tutto ultimamente – nel terreno di scontro tra gruppi di interesse. Una palestra per misurare i rapporti di potere, con solo una cosa davanti agli occhi: le prossime elezioni – sia mai prima o poi arrivassero. Siamo in ostaggio di un’eterna campagna elettorale.

Odio, scontro, posizionamento. È attorno a questo che si agitano i leader di turno di partiti che ormai sono l’ombra di quel che avrebbero dovuto essere. Di questo campano i gruppi e gruppetti di potere: puntano una polemica o un nemico (possibilmente un capro espiatorio come i migranti, i poteri forti o Saviano) e via alla battaglia di posizionamento, una bella vetrina davanti alla quale milioni di italiani rimangono a guardare con la bocca aperta.

Perciò il problema non sono l’impazienza, la rapidità o la capacità di andare d’accordo. La calata da Francoforte a Roma di Mario Draghi ci ha insegnato che il rapido e (quasi) totale accordo non è sempre la scelta più opportuna in democrazia.

Democrazia. A questo punto l’utente citato all’inizio potrebbe chiedermi: ma davvero noi libertari ci dobbiamo arrancare a discutere di democrazia? Assolutamente sì, le risponderei. Ridurre la democrazia a elezioni e campagne elettorali sarebbe un grave sbaglio non solo in teoria, ma anche e soprattutto nella pratica, perché ci rilegherebbe dall’altra parte della stessa medaglia di un Salvini o di una Meloni, di un Conte o di un Letta.

Di questo, Francesco Merlino ed Errico Malatesta discussero per un anno intero, più di un secolo fa. Conoscere quel carteggio non basta, dovremmo far nostra quella discussione. Sporcarla, mangiarla, digerirla. Quella discussione dovremmo riaprirla oggi, nel nostro tempo con quello che la realtà ci pone innanzi. Quello che occorre è ritrovare «una consapevolezza del proprio ruolo storico e sociale».

Giornalista professionista, nasce a Reggio Calabria nel 1979. Nell’aprile 2016 pubblica "Don Quijote de la realidad. Ernesto Che Guevara e il guevarismo", nel 2017 "Mimì Capatosta" sull’esperienza di accoglienza del paese di Riace e nel 2020 "Quelli che spezzano. Gli arbëreshë fra municipalismo libertario e anarchia". Ha collaborato con Left.

1 Comment

  1. Bella riflessione sul basso livello della olitica istituzionale. Dobbiamo subire una politica che non riesce ad esprimere un Presidente adeguato e che vuole piazzare solo bandierine.

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