Due parole sugli insegnanti e sui presidi picchiati

Assurgono alla cronaca nazionale casi di insegnanti e presidi maltrattati dagli studenti e dai loro genitori. Se decenni fa tutto era messo a tacere nel buon nome della scuola, oggi tutto viene a galla: oggi si sa tutto di tutti. Molti dicono che non c’è più autorità. Altri aggiungono che dovrebbero insegnare educazione civica nelle scuole, A mio avviso il passo dall’autorità all’autoritarismo è davvero breve. Ma ve li ricordate gli insegnanti che picchiavano gli alunni discoli o che pretendevano che tutta la classe si alzasse in piedi quando entrava un altro insegnante? Inoltre altri dicono che ormai a scuola regna l’anarchia, dando a questo termine un significato dispregiativo (quando illustri pensatori erano anarchici). Il fatto è che nel giro di pochi decenni siamo passati in alcune realtà dall’autoritarismo al permissivismo totale. Capisco ogni tipo di pedagogia della creatività, però gli insegnanti non dovrebbero essere autoritari, né permissivi ma democratici e aperti al dialogo. Il rischio di sopraffare gli studenti o di farsi sopraffare dagli studenti è sempre elevato. Ci vuole un giusto mezzo, In alcuni casi la colpa è degli stessi insegnanti che forse presi da troppa modernità e da troppo giovanilismo vogliono fare gli amici degli studenti. Il problema non è a ogni modo la perdita di autorità. È da ritenere invece che non siano più riconosciuti il ruolo e la funzione sociale degli insegnanti. Manca la legittimazione sociale e culturale del ruolo dell’insegnante. È vero che ci sono insegnanti che ottengono la cattedra senza vincere il concorso e a forza di supplenze, ma è altrettanto vero che i concorsi per insegnanti colmi di quiz e test non sempre sono predittivi se i candidati saranno buoni insegnanti o meno. È vero che ci sono insegnanti frustrati, non sempre preparatissimi, che talvolta regrediscono adolescenzialmente e si mettono allo stesso livello degli alunni. Ma non è neanche colpa degli insegnanti se non viene fatta una selezione accurata e valida da parte dello Stato o se quantomeno la scrematura che viene fatta è discutibile. E non è neanche colpa degli insegnanti se le famiglie non educano più i figli e non danno più il buon esempio ai figli. Il problema è più generale. Ben pochi credono alla scuola come istituzione. Non ci credono le famiglie: basti pensare all’alto tasso di dispersione scolastica e alla quota di laureati molto inferiore rispetto alla media europea. Non ci credono neanche i governanti che investono una percentuale inferiore del prodotto interno lordo rispetto alla media europea per l’istruzione. Abbiamo così strutture fatiscenti dove mancano i computer e persino la carta igienica. Abbiamo studenti demotivati che non vogliono imparare e abbiamo talvolta anche insegnanti che non amano trasmettere cultura. Gli insegnanti a ogni modo si rispettano perché sono esseri umani e quindi soggetti a sbagliare, come tutti noi del resto. Gli insegnanti comunque si rispettano perché ce ne sono alcuni validi, in generale il livello medio è buono e non spetta agli studenti o ai loro genitori (che si basano esclusivamente sul racconto dei figli) valutare la loro preparazione, la loro sensibilità, la loro empatia, la loro disponibilità nei confronti degli alunni. Gli insegnanti si rispettano sempre perché si danno per scontate la loro buona fede e il loro impegno. Gli insegnanti si rispettano perché si rispetta la dignità di qualsiasi lavoratore e gli insegnanti sono lavoratori di concetto, che svolgono una professione intellettuale e che sono soggetti a certe malattie professionali (si pensi a quanti si operano alle corde vocali o ai problemi alla colonna vertebrale per la postura). Gli insegnanti si rispettano perché si rispetta la dignità di qualsiasi persona, indipendentemente dalla rabbia per una bocciatura ingiusta o per un’ingiustizia subita, vera o presunta.

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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