Internazionalismo: significato, storia e pensiero anarchico

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L’internazionalismo nasce da un’idea semplice e allo stesso tempo radicale: gli interessi, i diritti e la libertà degli esseri umani non finiscono dove comincia un confine nazionale.

Nel corso della storia questa idea ha assunto forme differenti. È stata internazionalista una parte importante del movimento operaio, che cercava di unire lavoratori appartenenti a paesi diversi; lo sono state le organizzazioni socialiste, comuniste e anarchiche che hanno costruito reti oltre i confini degli Stati. Ma l’internazionalismo può assumere anche un significato più ampio: la costruzione di relazioni dirette tra popoli, comunità e movimenti che condividono problemi e obiettivi senza necessariamente passare attraverso governi e istituzioni sovranazionali.

Nel XXI secolo la questione torna ad essere centrale. L’economia è ormai profondamente globalizzata, le multinazionali operano contemporaneamente in decine di paesi, le crisi ambientali superano qualsiasi frontiera e le guerre producono conseguenze economiche, sociali e migratorie molto lontano dai territori nei quali vengono combattute. Eppure la risposta politica continua spesso a essere organizzata attraverso Stati, nazionalismi e contrapposizioni tra blocchi geopolitici.

Ripensare l’internazionalismo significa allora porsi una domanda: se capitale, produzione, informazione e problemi ambientali hanno assunto una dimensione globale, perché la solidarietà tra le persone dovrebbe fermarsi ai confini degli Stati?

Che cos’è l’internazionalismo?

Significato di internazionalismo

In senso generale, l’internazionalismo sostiene la necessità della cooperazione tra persone e popoli appartenenti a nazioni differenti.

All’interno del movimento socialista e operaio il concetto assume però un significato più preciso. Un lavoratore italiano, francese, tedesco o cinese può trovarsi in una condizione economica e sociale più simile a quella di un lavoratore di un altro paese che a quella di un imprenditore, proprietario o governante della propria nazione.

La divisione fondamentale non sarebbe quindi necessariamente quella tra italiani e francesi, europei e africani, occidentali e orientali, ma quella prodotta dai rapporti economici e di potere.

Da qui nasce l’idea della solidarietà internazionale tra lavoratori e, più in generale, tra coloro che subiscono sfruttamento, autoritarismo, discriminazione o privazione dei diritti.

Internazionalismo e nazionalismo: due idee contrapposte?

Il nazionalismo considera generalmente la nazione come una comunità politica primaria alla quale appartengono gli individui.

L’internazionalismo sposta invece l’attenzione verso ciò che può unire persone appartenenti a comunità nazionali differenti.

Questo non significa necessariamente cancellare culture, lingue e identità locali. Al contrario, soprattutto nella tradizione federalista e libertaria, autonomia delle comunità e internazionalismo possono rafforzarsi reciprocamente.

Una comunità può conservare la propria cultura e amministrare direttamente una parte importante della propria vita senza per questo trasformare la propria autonomia in chiusura verso gli altri.

Popoli, Stati e confini

Occorre quindi distinguere un popolo dallo Stato che pretende di rappresentarlo.

Gli Stati possiedono governi, eserciti, apparati amministrativi e interessi geopolitici. Le persone che vivono all’interno dei loro confini possono invece avere interessi, opinioni e condizioni profondamente differenti.

Da una prospettiva internazionalista, opporsi alle politiche di uno Stato non significa necessariamente opporsi alla sua popolazione.

Questa distinzione diventa fondamentale soprattutto durante le guerre, quando la propaganda tende a identificare un intero popolo con il proprio governo e a trasformare milioni di individui in un unico soggetto nemico.

Le origini dell’internazionalismo nel movimento operaio

La nascita dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori

Una delle esperienze fondamentali dell’internazionalismo moderno fu l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, fondata a Londra nel 1864 e conosciuta successivamente come Prima Internazionale.

L’obiettivo era mettere in comunicazione organizzazioni e lavoratori di paesi differenti.

La questione era anche estremamente concreta. Se i lavoratori di un paese scioperavano per ottenere condizioni migliori, gli imprenditori potevano cercare manodopera altrove. La solidarietà internazionale diventava quindi uno strumento per impedire che lavoratori di nazioni differenti venissero messi gli uni contro gli altri.

L’internazionalismo non nasceva soltanto come ideale morale.

Era una necessità materiale della lotta sociale.

Marx, Bakunin e il conflitto nella Prima Internazionale

All’interno dell’Internazionale convivevano però concezioni differenti della trasformazione sociale.

La contrapposizione tra l’area vicina a Karl Marx e quella federalista e antiautoritaria legata a Michail Bakunin riguardò anche il modo in cui organizzare il movimento rivoluzionario.

Una parte del movimento socialista attribuiva un ruolo fondamentale alla conquista del potere politico e all’organizzazione dei lavoratori anche sul terreno politico-elettorale. La componente antiautoritaria insisteva invece sull’autonomia delle organizzazioni operaie, sul federalismo e sulla necessità di evitare che l’emancipazione producesse un nuovo potere centralizzato.

Da quella frattura si svilupparono percorsi differenti del socialismo rivoluzionario e dell’anarchismo.

L’internazionalismo anarchico

Per l’anarchismo l’internazionalismo deriva direttamente dal rifiuto dello Stato e del nazionalismo.

Se l’obiettivo è costruire una società composta da individui, associazioni e comunità libere capaci di federarsi, non esiste una ragione per cui questa federazione debba arrestarsi davanti a una frontiera nazionale.

L’organizzazione può procedere dal basso, partendo dagli individui e dalle associazioni, sviluppandosi nelle comunità e nei territori e collegando infine queste esperienze attraverso federazioni e reti internazionali.

Non la sostituzione degli Stati nazionali con uno Stato ancora più grande, ma la costruzione di relazioni orizzontali tra comunità autonome.

L’internazionalismo anarchico: oltre Stato e nazione

La solidarietà tra lavoratori oltre i confini

La globalizzazione economica rende questa intuizione ancora più significativa.

Un’impresa può spostare produzione e capitali da un paese all’altro cercando salari inferiori, legislazioni ambientali più permissive o minori tutele del lavoro. Mettere in competizione i lavoratori di territori differenti permette di ridurne il potere contrattuale.

Una risposta internazionalista dovrebbe fare esattamente il contrario: mettere in relazione quei lavoratori, condividere informazioni e rivendicazioni, costruire solidarietà attraverso i confini.

Ciò che il capitale riesce a fare globalmente dovrebbe poter essere fatto anche dal mutualismo, dalla cooperazione e dalle lotte sociali.

Federalismo e libera associazione dei popoli

Qui internazionalismo e federalismo possono incontrarsi.

Una società decentralizzata non deve necessariamente essere una società frammentata.

Comuni, territori, cooperative, associazioni e comunità possono mantenere un’ampia autonomia e contemporaneamente federarsi per affrontare problemi che superano la dimensione locale.

La questione ambientale ne costituisce un esempio evidente. Un fiume può attraversare più regioni e Stati; l’inquinamento atmosferico non conosce frontiere; il cambiamento climatico non può essere affrontato da un singolo comune.

Autogestione locale e cooperazione globale non sono opposti: hanno bisogno l’una dell’altra.

L’internazionalismo di Carlo Cafiero

Un esempio particolarmente efficace dell’internazionalismo anarchico italiano si trova nel pensiero di Carlo Cafiero.

Nel suo Anarchia e Comunismo, Cafiero porta alle estreme conseguenze l’idea dell’uguaglianza nell’accesso alla ricchezza. La disponibilità dei beni non dovrebbe dipendere dalla nazionalità della persona che ne ha bisogno.

Nell’esempio più suggestivo immagina persino una persona proveniente da Pechino che arriva in un altro paese e gode degli stessi diritti degli abitanti del luogo. È una concezione nella quale la ricchezza della Terra appartiene all’umanità e la provenienza geografica non può stabilire una gerarchia dei diritti.

Questa concezione permette di leggere sotto una luce differente anche questioni contemporanee come migrazioni, cittadinanza e accesso ai beni comuni.

Internazionalismo, antimilitarismo e opposizione alla guerra

Perché l’anarchismo rifiuta la guerra tra Stati

L’internazionalismo ha storicamente un legame molto forte con l’antimilitarismo.

La guerra chiede alle persone di identificare i propri interessi con quelli dello Stato di appartenenza. Il lavoratore viene chiamato a combattere contro un altro lavoratore che potrebbe trovarsi, dall’altra parte del confine, in condizioni molto simili alle sue.

L’internazionalismo cerca di spezzare questa identificazione.

Non significa negare l’esistenza di aggressioni, oppressioni o la necessità di difendere le popolazioni minacciate. Significa rifiutare l’idea che gli interessi geopolitici dei governi coincidano automaticamente con quelli delle popolazioni.

La guerra divide chi avrebbe interessi comuni

Ogni guerra produce una potente semplificazione.

Da una parte ci sarebbero “noi”, dall’altra “loro”.

Ma all’interno di entrambi gli schieramenti esistono lavoratori, dissidenti, oppositori politici, minoranze, persone contrarie alla guerra e individui che non hanno alcun potere sulle decisioni dei propri governi.

L’internazionalismo prova quindi a mantenere aperte relazioni orizzontali proprio quando gli Stati cercano di interromperle.

Dall’antimilitarismo alla solidarietà internazionale

L’alternativa alla guerra non può tuttavia limitarsi a dichiarare la propria contrarietà.

Servono reti capaci di sostenere chi diserta, chi fugge dalle guerre, chi difende i diritti umani, chi pratica resistenza civile, chi continua a mantenere relazioni con persone collocate dall’altra parte di un confine.

L’internazionalismo diventa così una pratica.

Internazionalismo e migrazioni

Lo straniero nella prospettiva anarchica

Se gli esseri umani possiedono uguale dignità, la nascita all’interno di un determinato territorio non può diventare un merito individuale.

Nessuno sceglie dove nascere.

Eppure la cittadinanza determina ancora possibilità enormemente differenti di muoversi, lavorare, studiare e vivere.

La riflessione internazionalista mette quindi in discussione la trasformazione della cittadinanza in un privilegio ereditario.

Libertà di movimento e uguaglianza dei diritti

La questione migratoria mostra una delle principali contraddizioni della globalizzazione contemporanea.

Capitali e merci possono attraversare il pianeta con una libertà enorme, mentre la possibilità delle persone di attraversare gli stessi confini è fortemente determinata dal passaporto che possiedono.

È difficile immaginare un internazionalismo coerente che non affronti questa contraddizione.

Qui trova una collocazione naturale anche la Lettera a Carlo Cafiero nel giorno del suo 171° compleanno, nella quale il pensiero internazionalista di Cafiero veniva utilizzato per riflettere sulle migrazioni e sul razzismo contemporaneo.

Dalla solidarietà internazionalista alla lotta contro il razzismo

Anche le culture che consideriamo “nostre” sono in realtà il risultato di secoli di spostamenti, contaminazioni e scambi.

È evidente persino nell’alimentazione: ingredienti oggi percepiti come inseparabili dalle tradizioni regionali italiane sono arrivati attraverso migrazioni, commerci e incontri tra culture.

L’internazionalismo non richiede quindi l’annullamento delle differenze culturali. Può significare esattamente il contrario: riconoscere che le culture vivono perché comunicano, cambiano e si contaminano.

L’internazionalismo anarchico nella storia

Anarchici, esuli e reti internazionali

La storia dell’anarchismo è difficilmente comprensibile entro i confini di una singola nazione.

Militanti, giornali, libri e idee hanno continuamente attraversato le frontiere.

Esilio e migrazione contribuirono alla formazione di reti libertarie internazionali: anarchici italiani parteciparono ai movimenti di altri paesi e militanti stranieri contribuirono allo sviluppo dell’anarchismo in Italia.

La stessa biografia di molti protagonisti del movimento libertario è una storia di viaggi, espulsioni, fughe e relazioni internazionali.

La Rivoluzione spagnola e la solidarietà internazionale

La guerra civile e la rivoluzione spagnola rappresentarono uno dei momenti nei quali questa dimensione internazionale divenne più evidente.

Militanti provenienti da paesi differenti raggiunsero la Spagna mentre organizzazioni di tutto il mondo seguirono, sostennero e discussero l’esperienza rivoluzionaria.

La rivoluzione non veniva percepita semplicemente come una questione spagnola, ma come parte di un conflitto internazionale tra differenti modelli di società.

L’anarchismo a Cuba e le reti libertarie internazionali

Anche la storia dell’anarchismo cubano mostra quanto sia difficile separare rigidamente le vicende libertarie nazionali.

Il movimento cubano ebbe relazioni con anarchici spagnoli e internazionali, attraversò l’indipendenza dalla Spagna, l’influenza statunitense, le dittature e infine la Rivoluzione cubana.

La sua storia consente inoltre di osservare una caratteristica fondamentale dell’internazionalismo anarchico: il rifiuto di giudicare un potere esclusivamente sulla base del blocco geopolitico al quale appartiene.

Un governo che si dichiara rivoluzionario non diventa automaticamente libertario.

Che cosa significa essere internazionalisti oggi?

Il mondo nel quale nacque la Prima Internazionale non esiste più.

Ma alcune delle ragioni che portarono alla sua nascita sembrano essersi rafforzate.

Produzione, finanza, comunicazione, catene di approvvigionamento e grandi imprese operano su scala planetaria. Un’azienda può produrre componenti in diversi continenti, avere la sede fiscale in un altro paese e vendere contemporaneamente in tutto il mondo.

Le organizzazioni popolari continuano invece molto spesso a muoversi prevalentemente su scala nazionale o locale.

Esiste quindi un evidente squilibrio di scala.

Il potere economico si organizza globalmente mentre chi prova a contrastarne gli effetti continua troppo spesso a farlo separatamente.

Un mondo globale governato da Stati e multinazionali

Il problema non consiste nella dimensione globale in sé.

La possibilità di comunicare rapidamente tra persone lontanissime, condividere conoscenze, coordinare progetti e conoscere esperienze nate dall’altra parte del mondo offre possibilità che gli internazionalisti dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

La questione è chi controlla queste reti e per quali finalità.

Una globalizzazione costruita principalmente intorno alla circolazione del capitale è profondamente differente da una rete globale costruita intorno alla circolazione delle conoscenze, alla cooperazione e al mutuo appoggio.

I limiti dell’internazionalismo degli Stati

Esistono naturalmente istituzioni internazionali e organizzazioni sovranazionali.

Ma l’internazionalismo dei governi non coincide necessariamente con quello dei popoli.

Gli Stati possono cooperare per ragioni economiche, commerciali o militari continuando contemporaneamente a difendere i propri interessi geopolitici.

Da una prospettiva libertaria, il problema diventa allora immaginare un’integrazione internazionale che non avvenga soltanto dall’alto.

L’internazionalismo dal basso

Sindacati, cooperative, movimenti ecologisti, associazioni, collettivi, comunità locali e reti mutualistiche possono costruire rapporti diretti con esperienze analoghe presenti in altri territori.

Non è necessario attendere la nascita di una nuova istituzione internazionale.

L’internazionalismo può cominciare dalla relazione.

Una cooperativa può collaborare con altre cooperative. Una comunità impegnata nella difesa del territorio può condividere strumenti con comunità che affrontano problemi simili altrove. Un sindacato può sostenere lavoratori dello stesso settore in un altro paese.

La rete nasce dal basso verso l’alto.

Oltre NATO e BRICS: il problema dei blocchi geopolitici

Uno dei problemi dell’attuale dibattito politico è la tendenza a interpretare ogni conflitto internazionale attraverso la scelta di uno schieramento.

Se si critica la politica degli Stati Uniti si viene automaticamente collocati dalla parte dei loro avversari. Se si critica Russia o Cina si viene considerati sostenitori del blocco occidentale.

Questa logica produce una continua rinuncia al pensiero critico.

Essere internazionalisti non significa scegliere un blocco

Da una prospettiva libertaria non esiste alcuna ragione per cui l’opposizione a una potenza debba comportare il sostegno a un’altra.

La NATO è un’alleanza politico-militare tra Stati. I BRICS costituiscono un raggruppamento intergovernativo che riunisce potenze con sistemi politici e interessi geopolitici anche profondamente differenti.

Nessuno dei due rappresenta di per sé un’internazionale dei popoli.

Il criterio dovrebbe essere differente: libertà, diritti, autodeterminazione, giustizia sociale, pace e possibilità delle popolazioni di decidere direttamente del proprio futuro.

Questa critica alla logica dei blocchi è già stata sviluppata su Magozine riflettendo sulla crisi della sinistra e sulla necessità di un non-allineamento libertario.

Dalla contrapposizione tra potenze alla cooperazione tra popoli

Il problema è allora provare a capovolgere la prospettiva.

Invece di chiedersi:

con quale potenza dobbiamo schierarci?

possiamo domandarci:

con quali persone, movimenti e comunità possiamo cooperare?

È un cambiamento apparentemente piccolo, ma modifica completamente il soggetto della politica internazionale.

Non più soltanto Stati che parlano con altri Stati.

Popoli che costruiscono relazioni con altri popoli.

Verso una nuova Internazionale dei popoli

La Prima Internazionale appartiene alla storia, ma la necessità che l’aveva generata non è scomparsa.

Potrebbe essere necessario immaginare una nuova forma di internazionalismo adeguata al nostro secolo.

Non la ricostruzione nostalgica delle Internazionali del movimento operaio e neppure una nuova organizzazione mondiale rigidamente strutturata.

Piuttosto una Internazionale dei popoli.

Non un’Internazionale di Stati

Gli Stati possiedono inevitabilmente interessi strategici.

Stringono alleanze, competono per risorse, controllano territori e costruiscono apparati militari.

Una Internazionale dei popoli dovrebbe partire da una logica differente: mettere in comunicazione direttamente le società.

Non sarebbe quindi un nuovo organismo sovranazionale dotato di un’autorità superiore agli Stati.

Sarebbe una rete.

Non un’Internazionale di partiti

Neppure le tradizionali internazionali di partito sono sufficienti.

Riunire organizzazioni politiche appartenenti alla stessa famiglia ideologica significa mantenere una struttura nella quale la rappresentanza passa ancora prevalentemente attraverso partiti nazionali.

Una nuova internazionale potrebbe essere molto più plurale.

Una nuova Internazionale non dovrebbe fondarsi innanzitutto sull’appartenenza a un determinato partito, ma sulle esperienze concrete che movimenti, comunità e organizzazioni stanno costruendo nei propri territori.

Movimenti, comunità, sindacati e organizzazioni dal basso

Una rete internazionale potrebbe mettere in comunicazione esperienze differenti: sindacati indipendenti, cooperative di lavoratori, comunità autogestite, movimenti ecologisti, reti contadine, associazioni per i diritti, esperienze femministe, organizzazioni libertarie, progetti mutualistici e comunità che sperimentano nuove forme di democrazia.

Non sarebbe necessario che tutti condividessero la stessa ideologia.

Servirebbero alcuni principi comuni: rifiuto dell’autoritarismo, autonomia, solidarietà, uguaglianza, difesa dei beni comuni, opposizione allo sfruttamento e rispetto delle libertà fondamentali.

L’obiettivo non sarebbe creare un nuovo centro politico mondiale.

Sarebbe permettere alle periferie di parlarsi direttamente.

Autonomia locale e cooperazione internazionale

Ed è proprio qui che l’internazionalismo può incontrare l’autogestione.

Quanto più una comunità acquisisce capacità di organizzare direttamente parti della propria vita economica e sociale, tanto più può entrare in relazione con altre comunità senza dover necessariamente passare attraverso un centro.

L’alternativa alla centralizzazione non è quindi l’isolamento.

È la federazione.

Un territorio può essere autonomo senza essere autarchico.

L’internazionalismo rischia però di diventare una dichiarazione astratta se non modifica le pratiche quotidiane.

La stessa questione riguarda l’anarchismo più in generale.

Non basta dichiararsi contrari ai confini, al capitalismo o alle gerarchie. Occorre sperimentare relazioni che vadano nella direzione opposta.

Reti economiche e mutualistiche

Un primo terreno è quello economico.

Reti di produttori, cooperative e sistemi mutualistici possono costruire circuiti nei quali una parte della ricchezza rimane nelle comunità invece di essere continuamente concentrata nelle grandi strutture economiche.

Il mutualismo libertario offre strumenti teorici interessanti proprio perché immagina produttori e associazioni capaci di entrare in relazione attraverso reciprocità e libera associazione.

Ma queste reti non devono necessariamente fermarsi alla dimensione locale.

Possono federarsi.

Solidarietà tra lavoratori

La stessa logica riguarda il lavoro.

Se un’azienda sposta la produzione da un paese all’altro per abbassare il costo del lavoro, la risposta più efficace non consiste nel considerare nemici i lavoratori del paese nel quale la produzione viene trasferita.

Consiste nel costruire rivendicazioni comuni.

La competizione tra lavoratori è una delle condizioni che rendono possibile la delocalizzazione. L’internazionalismo prova a trasformare quella competizione in cooperazione.

Condividere conoscenze, risorse ed esperienze

Esiste infine una risorsa che può essere condivisa con una facilità senza precedenti: la conoscenza.

Tecniche agricole, software liberi, sistemi di produzione, modelli cooperativi, pratiche di autogestione e soluzioni sviluppate localmente possono essere diffuse globalmente.

Un’esperienza nata in un piccolo territorio può diventare patrimonio di comunità lontanissime.

Persino progetti molto piccoli possono contenere questa logica. Cucina Sovversiva, per esempio, nasceva anche dall’idea di condividere conoscenze sull’autoproduzione invece di trasformarle semplicemente in proprietà commerciale.

La conoscenza condivisa può diventare essa stessa uno strumento di internazionalismo.

Internazionalismo e anarchia: pensare globalmente, organizzarsi dal basso

L’internazionalismo del XXI secolo non deve necessariamente riprodurre le organizzazioni del XIX e del XX secolo.

Può conservarne l’intuizione fondamentale e modificarne profondamente gli strumenti.

La Prima Internazionale provò a mettere in comunicazione lavoratori separati dai confini nazionali. Oggi possiamo immaginare una rete molto più ampia capace di mettere in relazione lavoratori, comunità, cooperative, movimenti e territori.

Il percorso potrebbe svilupparsi contemporaneamente in due direzioni apparentemente opposte.

Verso il basso, riportando potere alle comunità, ai lavoratori e ai territori attraverso autogestione, mutualismo e democrazia diretta.

Verso l’esterno, collegando quelle comunità attraverso reti federali sempre più ampie.

Locale e globale cessano così di essere contrari.

L’alternativa alla globalizzazione capitalistica non deve essere necessariamente il ritorno al nazionalismo, alla chiusura delle frontiere e alla competizione tra popoli. Può essere una diversa forma di globalizzazione: una globalizzazione dal basso, nella quale a circolare liberamente non siano soltanto capitali e merci, ma conoscenze, solidarietà, esperienze e possibilità di emancipazione.

È qui che potrebbe nascere una nuova Internazionale dei popoli.

Non avrebbe bisogno di una capitale, di un governo centrale o di un esercito. Non dovrebbe chiedere ai movimenti di tutto il mondo di obbedire alla stessa linea politica.

Dovrebbe fare qualcosa di molto più semplice e, forse, molto più difficile: permettere alle esperienze di emancipazione di riconoscersi, comunicare, sostenersi e imparare reciprocamente.

Dalla comunità alla federazione, dalla federazione alla rete internazionale.

Non una nuova piramide.

Una rete senza vertice.

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