“Isole dell’abbandono – Vita nel paesaggio post-umano” di Cal Flyn

isole dell'abbandono

Devo essere sincera: prima di questa lettura non conoscevo l’autrice né il suo lavoro. Su un inserzione di Instagram, semplicemente e banalmente, mi sono imbattuta in una bella foto di Isole dell’abbandono – Vita nel paesaggio post-umano, e ho deciso di comprarlo più colpita dall’estetica che da altro. È stato amore, vero amore.

Cal Flyn – l’autrice

Isole dell’abbandono – Vita nel paesaggio post-umano è il secondo libro di Cal Flyn, scrittrice e giornalista scozzese. La sua prima opera, Thicker than water, è del 2016 ma non è stato tradotto in Italia. Non ancora, almeno: chissà che il successo del suo secondo saggio non apra le porte anche a lui. Anche in Thicker than water il tema è impegnato. Si parla, infatti, della violenza e dei soprusi nell’Australia coloniale; non per niente, è stato uno dei libri dell’anno per il Times.

L’autrice può annoverare numerose collaborazioni con prestigiose riviste nel suo curriculum, riviste quali Granta, Sunday Times Magazine, The Economist e Telegraph Magazine, ma non solo. È vincitrice di numerosi premi letterari: il Sunday Times l’ha dichiarata “giovane scrittrice dell’anno” per il 2022 e nel 2019 le è stata assegnata una borsa di studio MacDowell, che ha utilizzato proprio per lavorare a questo libro.

Non è molto interessante leggere (e scrivere) la lista della lavandaia di premi e riconoscimenti vari di un qualsivoglia autore, perciò non la farò tanto lunga. Vi basti sapere che in poco tempo è salita all’attenzione mondiale come una delle maggiori penne di saggistica contemporanea, e a giusta ragione.

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Isole dell’abbandono – Vita nel paesaggio post-umano

Il libro riporta, con tanto di documentazione fotografica, dodici reportage di luoghi sfruttati e devastati dall’uomo che poi li ha lasciati a se stessi. In questi dodici luoghi, però, una volta che la nostra mano avida si è ritirata, ha fatto la sua ricomparsa la natura, anche e soprattutto in modi inaspettati.

Quando l’interesse per un’area va scemando, quando non ci sono più risorse da prosciugare per arricchirsi, quando una zona non è più utile gli uomini se la lasciano alle spalle senza troppe cerimonie e senza troppi rimpianti. Ma ciò che per noi è solo uno scarto, per altre forme di vita può essere preziosa risorsa, se non addirittura salvezza.

Nonostante ci si possa aspettare toni cupi e apocalittici, in realtà il libro è pervaso da un sorprendente ottimismo. Sia chiaro, non ci meritiamo l’assoluzione, neanche lontanamente, eppure la natura sembra comunque volercela concedere insieme alla prova che la speranza, e non solo quella, è davvero l’ultima a morire.

I luoghi del libro

L’autrice esplora il globo in lungo e in largo, saltando da un continente all’altro e riportandoci le testimonianze di posti lontanissimi tra loro ma accomunati dalla tenacia della Terra e delle sue creature.

Si va dalla Scozia all’Africa continentale, dall’isola di Cipro agli Stati Uniti, da Chernobyl a Verdun… Sono cave in disuso, isole adibite all’allevamento di bestiame, vecchi laboratori scientifici, terreni di guerra: come dicevamo prima, sono posti che un tempo servivano e che poi non sono serviti più per un motivo o per l’altro.

L’uomo si ritira, la natura avanza. Questi luoghi hanno già vissuto la tanto paventata Apocalisse, hanno già visto la scomparsa dell’umanità, seppure in piccola scala. È proprio per questo che il loro è un messaggio positivo. Verrà la fine, ma non sarà la vera fine, perché qualcos’altro vi troverà il proprio inizio.

Il messaggio del libro

Non è un perdono globale per i nostri peccati, le nostre colpe sono troppe e troppo grandi per essere lavate così. Non ce lo meritiamo questo perdono. O meglio, non ce lo meriteremmo.

La speranza che queste pagine accendono ci mostra però che non tutto è perduto, non tutto è distrutto. Ci abbiamo provato, ma ci sono forse a noi superiori che (per fortuna) sono capaci di far germogliare anche laddove noi abbiamo bruciato.

Ed ecco che nuove specie o specie che si credevano andate da tempo perdute di piante o di animali fanno la loro comparsa in posti impensabili, al limite dell’incredibile. È tutto così incredibile da sembrare un romanzo, ma no non lo è, è tutto vero. È tutto qui.

Conclusioni

Non credo esista un momento storico migliore (o peggiore) di questo per affrontare una lettura di questo tipo. Sia che l’Apocalisse la temiate sia che la aspettiate con gioia questo è il libro che fa per voi. Anche gli appassionati di urbex e di archeologia industriale troveranno le loro grosse soddisfazioni. Per non parlare dei biologi più o meno del mestiere, degli ecologisti, dei curiosi… Insomma, è un libro per tutti e tutti lo dovrebbero leggere.

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