A Parigi, nella zona de La Défence, un edificio di cinque piani ospita una mostra temporanea di street art. L’esposizione di opere afferenti a una forma d’arte che, a rigore, si esprime fuori dai codici canonici, è resa possibile dalla collaborazione di oltre 360 artisti internazionali. Questi, grazie al lavoro del collettivo Zoo Art Show, hanno ‘firmato’ lo spazio loro assegnato all’interno dei 4.000 m 2 del fabbricato.




I cinque piani espositivi si articolano per tematica. Il quinto piano, dove inizia il tour, è dedicato all’espressione vandalica e ‘squat’. Qui, il fruitore viene piombato in un’atmosfera underground e piuttosto angosciosa, dove il gesto di scrittura dello spazio urbano è spontaneo, provocatorio, caotico. Si tratta soprattutto di ‘tag’, affissioni selvagge e graffiti non particolarmente elaborati. La sensazione generale, soprattutto se si è usi ai più rinomati musei parigini, è di essere oppressi da un numero infinito di voci disordinate che invocano attenzione. In mezzo alla stanza, troneggiano i simboli per eccellenza della guerriglia urbana: cassonetti, bidoni, estintori, bombolette. Questi sono trincee di difesa e armi, contrassegnati nella memoria collettiva da eventi drammatici se non tragici. L’estetica del luogo richiama il gas, nelle sue possibili varietà di ‘lacrimogeno’, ‘generato da fiamme’, ‘nebbia urbana’ o anche semplicemente ‘smog’. Al quinto piano, la street art è un’operazione politica militante di contestazione, rivendicazione e appropriazione di spazi marginali.
Al quarto piano, c’è lo ‘Street art Maze’, un labirinto visivo che ripercorre la scena street art degli anni ’90/2000. È in questo periodo che l’espressione dei graffittari si fa conoscere al grande pubblico e produce lavori sempre più organizzati e visivamente identificabili per autore, genere e messaggio politico. Si assiste a una grande varietà di stili e proposte: dall’estetica del murales ‘classico’, a tratti romantici e quasi pittorici, passando per le forme più virtuose di ‘lettering’ – la composizione di parole tramite il disegno di lettere stilizzate e artisticamente efficaci. Pure, non mancano i riferimenti al mondo manga e fumetti.
Qui, si notano due grandi riferimenti di fondo: il paesaggio urbano (naturalmente) e un universo di personaggi mainstream, sia storici che di finzione. In linea di continuità con quanto esposto al quinto piano, la città è dipinta nei suoi tratti più ombrosi, periferici e contraddittori. Ricorrono le auto della polizia, gli estintori, la metropolitana, in paesaggi notturni e caricaturali. Il contesto urbano è reso mitologico da rappresentazioni fantastiche: King Kong sradica la Torre Eiffel, i treni percorrono itinerari impossibili, strani personaggi, ora truci ora sardonici, si affacciano dalle crepe dei muri e dai tombini; ovunque, creature stravaganti imbrattano i muri con le loro bombolette. L’incursione di strane presenze consegna al luogo un timbro onirico, di surrealtà o di incubo.
Il rinvio a personaggi noti, sia di fiction che storici, dona altresì un’allure ulteriore all’esperienza del fruitore. Da un lato, il ricalco estetico, seppur grottesco, dei personaggi Disney, Marvel, o pubblicitari, riporta l’attenzione del visitatore nel registro (anti-)eroico. I simboli gratificanti del marketing o i super eroi sono ora delle macchiette tristi, comiche o sbandate. L’immaginario rassicurante degli idoli della pubblicità e della cultura di massa si disfa e deforma tramite i tratti spray delle bombolette, a suggerirne la fondamentale precarietà di contenuti. Ugualmente, il riferimento a personaggi storici contemporanei, tipicamente i grandi capi di Stato, si inscrive pienamente nei timbri della satira e della vignetta. In conclusione, al quarto piano la street art compie il gioco di dissacrare i simulacri dell’ordine costituito, sia quello formale delle istituzioni che quello culturale di massa.
Al terzo piano il fruitore accede all’ ‘Urban Playground’ ed entra in una dimensione ove gli stili sono maggiormente ricercati, visionari e volti alla sperimentazione. Qui si trovano i lavori più sofisticati ed esteticamente stupefacenti: oltre al graffito classico e di contestazione, sono presenti firme originali che si rifanno all’iperrealismo o al surrealismo, alla composizione tramite le tecniche miste e all’installazione. Sono lavori, questi, che spesso richiedono strutture operative complicate: gru, carrelli, corde. Ancora, troviamo i temi cari alla street art ‘old style’, ma l’incontro con l’arte contemporanea e 3D si fa più evidente. L’elemento eminentemente guerriero e ribelle del graffito è sublimato all’interno di un quadro di protesta più prettamente artistico.
Emerge pure chiaramente la maturità della riflessione della street art su sé stessa: da mezzo di protesta caotico e spontaneo, a forma di arte riconosciuta, rivendicazione non violenta e strumento di abbellimento degli spazi urbani, ove determinato. Temi ricorrenti sono la guerra, l’ingiustizia sociale, la questione ambientale e indigena, il consumismo, la prepotenza del mercato e l’iniquità del potere costituito. Non troppo lontani dalla protesta delle origini, ma inquadrati in un dispositivo estetico molto più evoluto, organizzato e variegato.
Al secondo e ultimo piano si trova l’ ‘Art Show’: una galleria underground che espone opere originali di artisti che hanno portato l’arte urbana nelle istituzioni culturali più prestigiose. Qui la liaison con l’arte moderna e contemporanea, con la pittura, la fotografia e le arti grafiche in generale, è palese. Non si accede più, infatti, a una serie di stanze che, sfruttando pareti, pavimenti e soffitti, esprimono le firme della street art, bensì si entra in uno spazio espositivo vero e proprio, ove le opere dei graffittari sono poster, serigrafie, quadri, opere a tecnica mista o ricolorazione di segnaletica stradale. Siamo nel dominio delle opere d’arte quotate, ben lontani dagli ‘squat’ del quinto piano, eppure in completa continuità con questi. Ed è qui che, naturalmente, troviamo Banksy.
In tutto questo, i graffittari non abbandonano l’anonimato, vero o fittizio che sia. Normalmente si avvalgono di nickname, mostrano foto di sé con il volto coperto (per proteggersi dal gas delle bombolette, certamente, ma anche come rivendicazione dello statuto non allineato, liminale o illegale delle loro pratiche). L’ausilio di mezzi di mascheramento non solo conferisce garanzia di anonimato anagrafico agli artisti, ma contribuisce a immaginarli come un movimento unico, una voce sotterranea e incognita, un magma che trova le vie per esprimersi là dove il territorio mostra il fianco: le periferie, gli edifici abbandonati, le aree non presidiate.
Durante la visita, sono presenti dei video schermi in cui un uomo con una maschera da panda illustra le opere presenti al piano. Certamente, la scelta di un animale in via di estinzione non è casuale: la street art chiede di essere protetta, e lo Zoo Street Art, insieme ad altre realtà della capitale francese, sembra rispondere positivamente a questa richiesta.
Uscendo dall’edificio che ospita l’esposizione, il fruitore ha l’impressione di avere compiuto un viaggio attraverso un inconscio urbano collettivo: dalle manifestazioni più oscure di (in)sofferenza a seguito di grandi traumi comuni, di paure e incertezze sociali, ad una auto-riflessione compiuta circa una forma d’arte che chiede (e ottiene, almeno qui) riconoscimento.
Tra i tanti, segnalo le opere degli artisti Pro176, Songe, Noé Two, Koga One, 13 Bis, Darko, Jo Di
Bona, JR, Katre, Soda.