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“La valigia” di Sergej Dovlatov: l’umorismo nella letteratura russa

La valigia di Sergej Dovlatov è la seconda tappa, dopo la recensione di Noi di Evgenij Zamjátin, del nostro viaggio nella letteratura sovietica. Di nuovo, la nostra guida in questo percorso è l’esperta di letteratura e cultura russe Sissi Del Seppia (vi invito ad andare a dare un’occhiata al suo profilo Instagram a questi link: https://www.instagram.com/i_drugie_prikljuchenija_luny/). Lettura scanzonata e umoristica stavolta, in un certo senso adatta al periodo vacanziero attuale, ma che al contempo ci invita a riflessioni e a considerazioni per niente scontate. Grazie al prezioso contributo di Del Seppia, saremo in grado di cogliere anche le più piccole sfumature del testo.

Sergej Dovlatov – l’autore

Sergej Dovlatov, classe 1941, nasce in una famiglia di teatranti. In seguito al divorzio dei suoi, cresce a Leningrado con sua madre dove avrà modo di conoscere fin da subito la povertà.

Nel ’59 entra alla facoltà di lettere dell’Università di Leningrado, dalla quale fu presto espulso per insuccesso accademico. Questa esperienza ad ogni modo sarà molto importante per lui. Qui ha modo di conoscere Josif Brodskij ed altri scrittori e poeti ai quali resterà sempre legato. Sarà proprio il famigerato Brodskij uno dei primi suoi sostenitori  nonchè uno dei primi a leggere le storie del giovane Sergej.

Dopo un periodo di 3 anni trascorso a svolgere il servizio militare presso le colonie correttive nella Repubblica del Komi, continua i suoi studi presso la facoltà di giornalismo ed inizia a lavorare come tale. Tra il ’72 e il ’75 vive e lavora a Tallin come corrispondente del giornale “Estonia Sovietica”, nella quale si era trasferito con la vana speranza di poter pubblicare la raccolta di racconti “Compromesso”, approfittando di un più liberale regime vigente.

Pubblicò veramente poco di suo sulla stampa ufficiale, ma allo stesso tempo i suoi testi erano apparsi sia all’estero che in samizdat. Proprio per questo motivo iniziò la persecuzione delle autorità ai danni del nostro autore, che portò alla sua inevitabile espulsione dall’Unione dei giornalisti e alla conseguente emigrazione negli Stati Uniti. Dopo essersi stabilito a New York, inizia a lavorare come giornalista per poi diventare direttore del “New American”, testata assai popolare nella comunità dei migranti. Ebbe moltissima fortuna con la pubblicazione in America dei suoi libri. Le sue storie sono apparse su importantissime testate giornalistiche americane. Dovlatov fu il secondo scrittore russo, dopo Vladimir Nabokov, a comparire sul New Yorker.


Morì precocemente di insufficienza cardiaca nel 1990, all’età di 48 anni.

La valigia – il testo

La raccolta di racconti di Sergej Dovlatov intitolata La valigia è stata scritta e pubblicata negli Stati Uniti nel 1986. L’autore era da tempo emigrato a New York dall’Unione Sovietica ed era diventato redattore del giornale “New American”. Tutti i racconti del ciclo sono legati al vissuto dell’autore.

La trama: emigrando dall’Unione Sovietica, il protagonista, lo stesso Dovlatov, porta con sé una valigia, nella quale ripone alcuni oggetti. Arrivata col suo proprietario in America, la valigia resterà sigillata e riposta in un armadio per alcuni anni. Una volta aperta, ogni oggetto in essa riposto farà affiorare un ricordo. L’autore scrive secondo il principio un oggetto/un episodio, dando vita così ad 8 capitoli intitolati rispettivamente: I calzini finlandesi, Le scarpe del sindaco, Un bel vestito a doppio petto, La cintura da ufficiale, Il giaccone di Fernand Léger, La camicia di popeline, Il colbacco, I guanti da automobilista. Tutti gli oggetti citati, così come tutti gli annessi episodi raccontati riguardano la vita dell’autore in Unione Sovietica. Quel sentimento di nostalgia che permea l’intero corpus del testo viene perfettamente anticipato nell’epigrafe tratta dai versi di Aleksandr Blok: “Anche così, Russia mia, sei la terra a me più cara…”. E’ importante evidenziare come l’autore non usi mai la parola “NOSTALGIA” e come allo stesso tempo si riesca a percepire in ogni periodo l’amore verso la sua terra.

Ogni episodio è paradossale, divertente ed insolito. Il narratore è un protagonista tipo: migrante, intelligente, il tipico uomo sovietico della sua epoca, una vita come tante altre (“Osservai la valigia vuota. Sul Fondo Marx. In cima Brodskij. E tra loro la mia unica, inestimabile, irripetibile esistenza.”) Il tempo veloce della narrazione è dovuto all’utilizzo di proposizioni semplici e brevi. Inoltre si può riscontrare un alto livello di utilizzo di “sovietismi” e lessico substandard. Dovlatov scrive letteralmente in una lingua “parlata”. Questo libro, come molti altri capolavori dell’epoca, non fu mai pubblicato in Unione Sovietica, ma riscosse un enorme successo in Russia negli anni 90′, in una neonata (o risorta!) Russia post-Perestrojka.

La lingua dell’autore

Il linguaggio usato da Dovlatov, e la sua particolarità, merita indubbiamente la nostra attenzione. Nato e cresciuto in Urss, Sergej Dovlatov è quello che possiamo definire un “nativo sovietico”. Pertanto, la sua lingua madre non è il russo, bensì quella che viene ormai comunemente definita “Novojaz” (Lingua nuova).

La lingua russa subisce moltissimi cambiamenti in seguito alla rivoluzione bolscevica. Si evolve, per così dire. Cambiamenti che in seguito alla Perestrojka sono ufficiosamente radicati nell’uso. La lingua in uso negli anni ’70 in Unione Sovietica, come sarà facilmente intuibile, è molto diversa da quella usata da Puškin nel secolo precedente, e cambia ulteriolmente a causa delle diverse ondate migratorie.

Dovlatov prese parte alla terza grande ondata migratoria (anni ’70) spostandosi a New York, dove si è sviluppata un’altra variante linguistica contaminata dalla vicinanza della lingua inglese. I personaggi di Dovlatov “parlano come mangiano” , utilizzano un lessico substandard (turpiloquio, volgarità, gergo criminale etc…).

Lo stile del romanzo

Concisione elevata alla massima potenza. Così Sergej Dovlatov supera il minimalismo cechoviano e dei suoi amati Hemingway e Faulkner facendo dell’aneddoto assurdo e divertente il suo marchio di fabbrica. Dovlatov, al contrario di altri, non fa semplicemente uso della battuta umoristica nei suoi lavori: è l’unico che costruisce intorno alla “barzelletta” la propria poetica.

L’umorismo non è certo il suo scopo, ma un mezzo. Uno strumento del quale si serve il nostro autore per conoscere la realtà come se trovare in essa il ridicolo fosse la chiave per svelarne la verità, e la verità è che, in fin dei conti, la realtà è tutt’altro che allegra. Quelle messe in scena in quest’opera, come in molte altre di Dovlatov, sono avventure tragicomiche. Una perpetua e sapiente oscillazione tra senso dell’umorismo e senso del dramma.

Lo stratagemma del personaggio/narratore è costante nella sua produzione, così come la sua visione generale del mondo secondo la quale bene e male non sono 2 concetti così nettamente distinti (Si prenda ad esempio il rapporto tra guardie e detenuti della colonia penale descritto nel capitolo “La cintura da ufficiale”).

Ciò detto, Dovlatov è ancora lontano dalla vanificazione delle categorie etiche tipica del postmodernismo. Anzi, l’autore ci propone situazioni e contesti atti a dimostrarci che la diffusione del caos e della barbarie non necessariamente significano la distruzione di ogni valore.

Le tematiche della raccolta

I racconti di questa raccolta, pur restando tra loro legati ad episodi diversi della vita dell’autore, hanno in comune alcune tematiche, che ritornano spesso come un filo rosso tra le pagine. Non si tratta tanto di argomenti particolarmente cari a Dovlatov, quanto piuttosto di elementi molto comuni della vita russa.

innanzitutto, quasi scontato, troviamo l’alcol. Vodka, birra, quello che è e che si trova. L’autore e i vari personaggi che con lui animano le vicende raccontate ricorrono all’alcol spesso e volentieri, senza porsi limiti di orario o senza chiedersi se in effetti sia il caso. Si beve sul posto di lavoro, si beve a metà mattina, si beve dopo aver bevuto da un’altra parte… Quasi luogo comune della Russia, ci si accorge come in effetti l’alcol sia una presenza fissa e sicura nelle vite di tutti.

Altro elemento spesso nominato è la prigione. Lo stesso Dovlatov afferma che se non ti sei fatto almeno un annetto di galera non sei nessuno. Nella Russia di quegli anni bastava poco per finire dall’altra parte della barricata: con la censura onnipresente e feroce e lo Stato che controlla tutto e tutti è facile.

La questione dell’ebraismo è anch’essa una costante. Non tanto religiosa quanto politica, la si sente affiorare in più punti dell’opera. È un argomento delicato, il rischio di cadere nel già detto e nel banale è dietro l’angolo, ma due parole si devono dire. A questo tema inoltre si lega strettamente quello dell’esodo, dell’emigrazione. Della partenza senza ritorno.

Perché leggere questo libro?

Come già si era anticipato all’inizio, ci sono più livelli di lettura di questo libro.

Un primo livello, subito accessibile e godibilissimo, è quello più immediato dell’umorismo. L’autore ci descrive personaggi e situazioni paradossali, ai limiti del comico, è difficile non strappare un sorriso al lettore.

Un secondo livello invece, che è quello che abbiamo cercato di spiegare con questo articolo, è quello del ritratto nudo, vero, impietoso ma affettuoso dell Russia. L’autore non usa mai parole come “nostalgia” o “malinconia”, né dichiara di voler denunciare le condizioni di vita assurde del suo paese. Eppure l’amore per la propria patria e la consapevolezza che sia tutt’altro che perfetta emergono con chiarezza da ogni parola, da ogni riga.

Una lettura quindi leggera o impegnata a seconda di come la si voglia intraprendere, in ogni caso magnifica. Davvero magnifica. Uno sguardo ravvicinato in quella che doveva essere la vita tipo dello scrittore squattrinato nella Russia sovietica. Ve lo consiglio caldamente come lettura da viaggio, dato che di valigia si parla.

Ancora una volta, grazie alla nostra esperta Sissi Del Seppia, che ci ha fatto scoprire un altro capolavoro.

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