Lettera a un aspirante, sedicente o effettivo poeta…

Si scrive per comunicare, per esprimersi, per lasciare un ricordo, per lasciare una traccia nell’animo e/o nella mente. Non è necessario pubblicare un libro (molto spesso a pagamento). Basta scrivere un post, una mail, una lettera, uno SMS. Basta inviare un allegato. Basta scrivere su un blog,  anche solo su un blog personale.  Si può entrare in contatto con amici, conoscenti, persone con cui si condivide degli interessi. Ma è davvero necessario pubblicare un libro? E ancora di più sarà incisivo nella realtà odierna? La verità è che pubblicano in troppi perché, realisticamente parlando, il tuo libro sia significativo o ancor meglio memorabile. Diciamocelo francamente: il tuo libro non avrà recensioni sui più importanti quotidiani. Ricordati: quei tuoi soldi spesi per la pubblicazione potrebbero tornarti utili domani, anzi domani potresti averne veramente bisogno e rimpiangerli. Ti diranno che solo così avrai legittimazione culturale. Ti diranno che anche Moravia ha pubblicato “Gli indifferenti” versando un contributo  e tu considererai ciò la normalità, pensando che tutti/e gli autori e le autrici fanno così. Certamente ci sono poeti famosi opinabili, criticabili e alcuni poeti sconosciuti, che meriterebbero di essere conosciuti al grande pubblico, ma non accade sempre.  Ognuno poi può coltivare le sue illusioni. Il problema è quello di non riporre ambizioni sbagliate, aspettative troppo grandi. Lo so che è facile, specie se si vive in una realtà di provincia,  sentirsi qualcuno e montarsi la testa per un premio letterario ininfluente vinto in un paesino sperduto o per la pubblicazione a pagamento presso una piccola casa editrice. Ma io non ce l’ho con te e neanche con chi ti illude perché vuole essere pagato, dato che anche i piccoli editori devono pagarsi le bollette, il dentista e devono fare la spesa. Come scriveva Patrizia Cavalli le poesie non cambiano il mondo e nella stragrande maggioranza dei casi nemmeno la vita dei poeti. Si riesce a “svoltare” come dicono a Roma a fare i poeti?  Praticamente no. È già tanto non rimetterci con la poesia. Ricordati: con la poesia non ci si arricchisce e i poeti non fanno tendenza, non vanno di moda. I poeti non hanno successo, intendendo con esso proventi e fama nazionalpopolare. Solo i poeti pop hanno un poco di successo, ma non sono poeti veri.  I poeti e le poetesse che valgono se li filano in pochi perché pochi sanno apprezzare: i più imitano e cercano di conoscere personalmente per avere dei piccoli favori. Ne vale allora la pena di fare una vita di sacrifici e caratterizzata dalla povertà o quasi? La comunità letteraria è fatta non solo di solidarietà e amicizie, ma anche di egoismi, rancori, smanie di grandezza, idiosincrasie. Caro poeta, se pubblichi qualche libro di poesia e trovi qualche aspirante poetessa, qualche poetessa o qualche amante del genere con cui fare sesso tanto di guadagnato, ma non pensare di passare alla storia in virtù di quello che ti dice il tuo editore, il tuo maestro, qualche ragazza nell’estasi dell’orgasmo o qualche tuo amico. Credimi oggi la gente ha altri problemi quotidiani e anche planetari che interessarsi al tuo libro di poesie, per cui perdona costoro, che non sanno quel che fanno, se non solidarizzano con te: il mondo è così colmo di lordume e brutture! Tieni anche presente che il tuo libro non è la cosa più importante del mondo; è solo la cosa più importante per te. A chi importa se pubblichi un libro in fin dei conti? Importa più che altro a te, ai tuoi amici, ai tuoi parenti, ai tuoi sodali. Insomma importa alla tua bolla. Ma ricordati che passare di bolla in bolla significa al massimo essere conosciuti da qualche internauta in più, da qualche appartenente alla comunità poetica. Mi fanno pena certi aspiranti o sedicenti poeti su Instagram che in piena pandemia con centinaia e centinaia di morti per Covid ogni giorno si dichiaravano felici per un piccolissimo premio letterario conseguito oppure si dichiaravano affranti per non poter presentare il loro libro, fondamentale per le sorti dell’umanità.  Non ti porre obiettivi troppo grandi. Contieni il tuo ego, moderati.  Lo so che le frustrazioni creano per meccanismo di compensazione un ego smisurato, che dietro un complesso di apparente superiorità si cela un complesso di inferiorità. Credimi: non tutti ti invidiano, anzi non ti invidia nessuno perché la tua situazione non è invidiabile. C’è anche chi scrive per diletto e/o per ammazzare il tempo. Quelli che finiscono nella storia della letteratura sono tutti/e italianisti/e, poeti/esse letterate,  che pubblicano con grandi case editrici. Per gli accademici e i veri critici letterari il tuo è solo un passatempo: è solo una passione, un hobby, qualcosa di amatoriale. Piuttosto gli sbalzi di umore, i  momenti di autoesaltazione, le depressioni, le crisi psicotiche  andrebbero curate psicologicamente: la poesia non è così terapeutica. Quando una psiche fa naufragio la poesia non salva mai, neanche se uno è Dante. Accontentati se qualcuno si riconosce o dice ipocritamente di riconoscersi come “tuo simile, tuo fratello”. E se scrivi e pubblichi circondati di altre persone che condividono con te le stesse illusioni poetiche perché passerete dei bei momenti felici insieme. Sarà già qualcosa. Ricordati che in questo momento non ce l’ho con te, non ti odio, non ti invidio, non è un fatto personale: tu sei solo un prototipo, un individuo molto più comune di quello che si pensi; il mio è un discorso più generale, non sentirti attaccato.  In realtà tu non hai un nome e un cognome, ma sei la sommatoria di tante tipologie di persone, che nutrono interesse per la poesia e vogliono essere riconosciuti come poeti. Ma ne vale veramente la pena? In definitiva con le tue illusioni fai girare l’economia perché anche le pubblicazioni a pagamento sono un business: fai lavorare qualcuno, dai lavoro a qualcuno, fai mangiare qualcuno. In fondo nella Bibbia non c’è scritto che ritenersi poeti, a torto o a ragione, sia un peccato e anche se lo fosse sarebbe molto veniale: piuttosto non abusare della credulità popolare. Però ricordati anche che all’estero la chiamano vanity press e che realisticamente è anche vanish press, ovvero stampa che si dilegua, che scompare. Ma più che altro ricordati che scrivere poesia, anche la peggiore, nelle intenzioni e anche in pratica, è sempre un atto di umanità e un atto contro la barbarie di questa società.  Infine più che altro ricordati che credere nella poesia è credere nelle anima propria e nelle anime altrui, non importa se in vita o defunte.  Soprattutto di questo ricordati perché questo è l’importante. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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