“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un talento che non ho”. (Antonio De Curtis in arte Totò)
Voglio iniziare così questa lettera. Sai compagno libertario Francesco, l’idea mi è venuta dopo la tua morte, purtroppo. Ho passato la mia adolescenza ascoltando le tue canzoni senza capirne il significato, senza che nessuno me le spiegasse. Le ho finalmente capite adesso. Da donna, individua e libertaria. Sai anche questa parola la sto capendo adesso. Libertà. Non scontata. Per molti anche ambigua e bistrattata.
Son venuta a trovarti nei due concerti che hai tenuto sull’isola: uno a Modica e l’altro a Taormina dove ho ben lucida e chiara la tua immagine goffa seduta sulla sedia vicino la tua immancabile bottiglia piena, che fa la differenza e il tuo bicchiere mezzo pieno perché dovevi essere ben vigile al tuo concerto e seguire i tuoi musicisti che ti accompagnavano. Sullo sfondo ‘A Muntagna che eruttava e in lontananza i fuochi d’artificio. L’isola era contenta di averti..
Ma tu sei un uomo da osteria come canti nella tua “Canzone delle osterie fuori porta“
“Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per età, qualcuno perchè già dottore e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore…
Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto, delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto, non so se scusano il passato per giovinezza o per errore, non so se ancora desto in loro, se m’ incontrano per forza, la curiosità o il timore…
Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino, le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino, ma non ho scuse da portare, non dico più d’esser poeta, non ho utopie da realizzare: stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta…”
Ma sei riuscito a fare concerti e farti conoscere anche se la tua indole di scrittura e cantautorale era fortemente libertaria. Anche se credo fortemente che anche tu la tenessi per te e la facevi uscire a tempo debito. Come cerco di fare io. Difatti.
“Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me cos’è la libertà” così invocavi la tua rabbia da anarchico in “Quattro stracci”. Non me ne vogliano gli amici comunisti che tutt’ora ti lodano e ti bramano come se fossi uno di loro.
Ma quando mai. E finalmente nel 2020 hai messo i puntini sulle I. “Da libertario non potevo essere stalinista. Non potevo stare con Togliatti. Quando discutevo con gli amici comunisti citavo sempre Barcellona, gli anarchici uccisi dagli stalinisti” (Tratto dall’intervista del settimanale l’Espresso del 18 ottobre 2020)
Nel corso della tua meravigliosa storia fatta d’attivismo libertario, ti sei rifugiato a Pàvana sull’Appenino Tosco Emiliano, tra i funghi, le poche anime, qualche visita. Il gigante buono. Questo trasferimento è stata la goccia che ha decorato il vaso col tuo essere libertario.
Nel mezzo del cammin della tua vita hai conosciuto amici che in qualche modo hanno collaborato con te tra cui Franco Boncivini in arte “Bonvi” Geometro “perché maschio” diceva lui con una battuta che oggi verrebbe processata dai social – genio anarchico – inventore di Cattivik.
Nel 1972 (annus horribilis per via del massacro di Monaco di Baviera fu un evento terroristico avvenuto durante le Olimpiadi estive del 1972, a Monaco di Baviera (Germania Ovest). Un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irruppe negli alloggi destinati agli atleti israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele.
Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque terroristi e di un poliziotto tedesco. Scrivesti “La Locomotiva” anche qui menzioni l’anarchia come se nulla fosse con tanta mia felicità da adulta.
“Non si può essere anarchici nel 2020, però c’è questa simpatia romantica, letteraria per l’anarchia di fine Ottocento inizio Novecento..” (Tratto dall’intervista fatta dal settimanale l’Espresso del 18 ottobre 2020)
E purtroppo neanche nel 2026 visto che non hai avuto nessuna risonanza mediatica forte. Quasi i media “erano costretti” nel ricordare le tue gesta. Non ti chiamavi Berlusconi e neanche Valentino. Eri simpatizzante anarchico. Probabilmente se fossi stato comunista avresti avuto più clamore mediatico. Patetici. Perché dare la giusta importanza ad un anarchico pare brutto. Purtroppo ti hanno etichettato piddino, forte del fatto che loro hanno visto le interviste fatte a Propaganda Live, senza verosimilmente “capèsen un cazz”. Sia mai parlare di anarchia in TV. Lo so le tue ceneri (ti hanno cremato) si stanno ribellando. Non ascoltarli. Corri insieme al vento proletario con la tua fiaccola.
“Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali
Parole che dicevano: “Gli uomini son tutti uguali”.
E contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via.
La bomba proletaria e illuminava l’aria la fiaccola dell’anarchia
La fiaccola dell’anarchia
La fiaccola dell’anarchia”.
Mi riaffiorano ricordi del concerto di Taormina quando dal pubblico è uscita una bandiera del “Che” e forse anche del partito comunista, ma è un ricordo offuscato, perché anche quando le vedevo all’ora che ero una giovane pischella, mi venivano i brividi lungo le vertebre della schiena e tutti col pugno alzato senza capirne probabilmente, come amavi concludere tu le discussioni, “In capèsen un cazz” quella tua capacità tutta appenninica di ridurre qualsiasi teoria ad una sola frase. Adoro profondamente.
E poi l’immancabile “L’avvelenata” uscita nel 1976 storica e famosissima canzone tua dopo Auschwitz e “La locomotiva”.
“Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare
Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare
Se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie
Di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo
Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista
Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista
Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino.
Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare”
Anche qui il semino anarchico è spuntato. Insomma in men di cinque anni hai scritto e cantato la parola “anarchia” negli anni non proprio bellissimi, dove pisciavi e ti censuravano. Mi confermi?? Oggi, da Genova 2001 in poi vanno di moda le manganellate, dovresti ricordare quei giorni bui. Credimi era meglio una fottuta censura. Da morto, le pagine social pro Pal ti hanno messo alla gogna perché non ti sei mai espresso sulla situazione in Medio Oriente e riguardo la guerra in Palestina. Ma secondo loro, di grazia “Dio è morto” che molto probabilmente non hanno capito il significato, cosa gli sembra che fosse?? Una canzoncina di Sanremo?? Quando cito Sanremo, cito il trash della canzonetta italiana.
“Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perchè è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perchè noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto”
Stavo scordando di menzionare Auschwitz, forse una dimenticanza alquanto dolorosa ma doverosa al fin del ricordo. Ho visitato il Campo di Concentramento di Mathausen in Austria. Quelle grida le ho sentite nel silenzio più profondo di un campo di concentramento, ho sentito il peso dei corpi buttati come fossero merda nelle fosse comuni. Tutti nessuno escluso. Mauthausen 2015 – Il caldo afoso di quell’anno. Osservare le camere a gas, lo scricchiolio del pavimento in legno, i memoriali, quel forno rosso con quell’apertura piccola terribile con dentro la barella, immaginare l’odore acre. Le fosse comuni. Gli affetti personali delle vittime dell’Olocausto. Le unghie strappate. Le teste rasate. I corpi maciati. Le divise a righe. Le foto. Il Silenzio. L’afa che ti attanaglia il respiro. 75120. Le camere a gas con installate sopra le finestre, quei tubi coi buchi, gli stessi che usiamo oggi per irrigare. Alzavo la testa ed avevo paura che uscisse nuovamente. I vetri delle finestre bucate. Quel forno, maledetto forno in terracotta rosso, uguale a quello che usiamo noi nelle campagne per scaldare il pane. Invece a Mathausen non si scaldava il pane bensì si bruciavano anime.
“Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento
(E adesso sono nel vento)
Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento
(E adesso sono nel vento)
Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano: non riesco ancora
A sorridere qui nel vento
(A sorridere qui nel vento)
Io chiedo come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento
(In polvere qui nel vento)
E ancora tuona il cannone
E ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento
(E ancora ci porta il vento)
Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
(E il vento si poserà)
Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
(E il vento si poserà)
E il vento si poserà”
Ho pianto. In silenzio. Nel mio turbolento vento interiore.
Vedi Caro Francesco, (giusto per citare una tua canzone) sei nato nello stesso anno dell’ultima nonna che questa terra mi ha lasciato, con la stessa identica malattia agli occhi (la maculopatia degenerativa) dove la cecità vi ha mangiato l’esistenza a lei e a te la tua creatività. Però avevate una cosa in comune: avete mandato a quel paese politici di ogni genere di ogni forma e di ogni orientamento. 86 anni e morire così lasciando un vuoto incolmabile per le generazioni passate e quelle future. Sempre se capiranno qualcosa delle tue canzoni. O forse sicuramente “In capèsen un cazz”. Governanti di turno compresi.
“Venite pure avanti, voi con il naso corto Signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio”. (Cirano)
Ciao Francè Amico inseparabile di penna e di libertà. Continua a cantare “La bomba proletaria e illumina a l’aria la fiaccola dell’anarchia!” Insieme ai tanti dii morti “Son morto con altri cento son morto ch’ero bambino passato per il camino e adesso sono nel vento”. Per tutti i bambini Palestinesi, per tutti i bambini vittime delle schifose e inquinanti guerre occidentali.