L’Olocausto ed una pagina di Storia mai conclusa

Ho un pensiero molto critico riguardo le commemorazioni solo perché lo dicono i social e tutti a ricordarne con foto anche poco rispettose (ricordate la “ragazza” con la maglietta Aushwitzland? Oppure ragazzi in gita scolastica che fanno foto in un luogo di morte e di grida disperate?) ecco, io quelle grida le ho sentite nel silenzio più profondo di un campo di concentramento, ho sentito il peso dei corpi buttati come fossero merda nelle fosse comuni. Tutti nessuno escluso.

Mauthausen 2015 – Osservare le camere a gas, lo scricchiolio del pavimento in legno, i memoriali, quel forno rosso con quell’apertura piccola terribile con dentro la barella, immaginare l’odore acre. Le fosse comuni. Gli affetti personali delle vittime dell’Olocausto. Le unghie strappate. Le teste rasate. I corpi maciati. Le divise a righe. Le foto. Il Silenzio. L’afa che ti attanaglia il respiro. 75120.

Le camere a gas con installate sopra le finestre, quei tubi coi buchi, gli stessi che usiamo oggi per irrigare. Alzavo la testa ed avevo paura che uscisse nuovamente. I vetri delle finestre bucate. Quel forno, maledetto forno in terracotta rosso, uguale a quello che usiamo noi nelle campagne per scaldare il pane. Invece a Mathausen non si scaldava il pane bensì si bruciavano anime.

Ho una testimonzianza tangibile vissuta nel mio comune ed è quella dell’Avvocato Salvatore Lucchesi. Ne ho un ricordo lebile, eravamo vicini di casa, ma purtroppo non ho avuto modo di ascoltarlo, forse per timidezza, forse semplicemente per rispetto della Sua memoria, non ho mai voluto chiedere perché so che i ricordi fanno male.

Però un conoscente ha voluto scavare nella sua memoria in un giorno qualunque. Erano in piazza e l’Avvocato ricorda i suoi anni a Dachau. Ecco la testimonianza di quell’intervista.

“Incontriamo l’avvocato Salvatore Lucchesi in Piazza del Popolo in una mattinata di febbraio resa tiepida da un pallido sole e da un caldo vento di scirocco che ci accompagnerà per tutta la conversazione. L’approccio è reso possibile dal rapporto di amicizia tra l’avvocato ed il mio amico Piero, che dello stesso è legato per via del papà, il compianto  dottor Salvatore La Terra, stimato e apprezzato medico vittoriese. 

Alla nostra richiesta di un’intervista, l’avvocato Lucchesi manifesta, seppur con un certo riguardo  nei confronti del suo amico, una certa ritrosia nel voler parlare dei suoi ricordi che di certo, anche se sono trascorsi molti anni evidentemente non lo lasciano affatto indifferente.

Tuttavia, così come conosce una strada impervia ed alla fine inizia a percorrerla, così inizia il suo racconto. Il campo di Dachau, ricorda, fu aperto agli inizi del 1933 ed era stato concepito per la prigionia e la rieducazione di prigionieri politici, successivamente nel giugno dello stesso anno fu “riconvertito” a campo di sterminio per gli ebrei.

Dietro gli occhiali scuri, l’avvocato sembra rivedere i fotogrammi di una vecchia pellicola che, per sua stessa ammissione, egli avrebbe voluto rimuovere. Ognuno di quei fotogrammi però è rimasto impresso nella sua lucida memoria nonostante i suoi 93 anni splendidamente portati, lui infatti li ricorda e li descrive.

Non segue una traccia e neanche un percorso cronologico, i suoi ricordi spaziano dai visi dei suoi compagni di sventura (francesi, russi, italiani), alla puzza pregnante di quei luoghi infernali, al cui pensiero egli non può fare a meno di mostrare inevitabilmente la sua ripugnanza, il suo sgomento, il suo dolore. Cerco quindi di porgli qualche domanda, alla quale sembra non voler rispondere mentre fila diritto con i suoi ricordi.

Scoprirò man mano, durante la conversazione, che le mie domande sono state ascoltate e che presto avranno una risposta, pertanto decido di tacere e mi limito soltanto ad ascoltare senza mai interromperlo tutto ciò che Egli mi vorrà raccontareCi descrive il lager di Dachau come una fortezza dalla quale era praticamente impossibile solo poter pensare ad un tentativo di fuga, era infatti cinto da alte mura con l’alta tensione; circondato da un fossato con l’acqua lungo il perimetro esterno; le sentinelle armate di mitra sempre lì a vigilare e loro, i deportati, semi nudi. Era impossibile anche solo poter pensare di fuggire da quel posto! Ricorda i morti, tantissimi. Ricorda l’intreccio di quei corpi inermi ammassati in uno spazio all’aperto. Quando ecco si ferma, si guarda intorno, e con il suo sguardo attira la nostra attenzione, ci guardiamo intorno pure noi, mentre lui ci prende le mani e ci sussurra: ecco! Immaginate questa piazza con 4 mila o forse 5 mila corpi senza vita, senza vestiti. Scuotendo la testa ci racconta delle braccia e delle gambe, e delle teste di queste persone che si intersecavano in modo scomposto tra di loro… Lì ad un tratto un singhiozzo interrompe l’atrocità di questi ricordi, ed io inevitabilmente mentre lo sto ascoltando senza perdermi neanche un suo sospiro, finisco per commuovermi. Quand’ecco che lui, quasi a volermi confortare, mi prende la mano, aspetta che io mi riprenda  un po’ dalla mia emozione e mi indica le unghie   e mi fa toccare le articolazioni delle sue dita già un tempo fracassate dai colpi dei suoi aguzzini e le unghie strappate a carne viva.  Capisco di essere decisamente inadeguato nel poter proseguire. Sento quindi  che il mio corpo è decisamente scosso, provato, da queste affermazioni, ma egli riprende rispondendo ad una domanda che gli avevo rivolto in precedenza ed alla quale sembrava non mi avesse dato ascolto. “Ricordo” dice, “dopo l’arrivo degli americani dentro il lager continuammo a morire, questa volta però per eccesso di cibo. Si, perchè furono in tanti dopo mesi di inedia, a mangiare fino a scoppiare, alcuni morirono tra i propri escrementi senza neanche riuscire a raggiungere la ritirata, ovvero come li chiameremmo oggi, la toilette”. E ancora quella puzza insistente, inequivocabile, persistente, di morte e di mancanza di rispetto della dignità umana. Mentre lo ascolto mi stupisce il ricordo che ha dei compagni, mai dei suoi aguzzini. Mi dice, e ancora si commuove, che il ricordo dell’avvenuta liberazione era accompagnato da un grande senso di colpa. Colpa? e di cosa? – Chiedo.  E lui: “ per essere riuscito a sopravvivere, quando migliaia di altri compagni invece non ce l’avevano fatta”.     

 E mi racconta ancora di episodi di compagni francesi che pur di sopravvivere violando ogni legge della natura si erano “cibati” di altri compagni. Gli chiedo ancora cosa ha portato con sé una volta ritornato alla normalità, alla vita di tutti i giorni insomma. Ed egli, senza scomporsi mi dice: “Il senso di colpa per essere riuscito a sopravvivere ad oltre un anno di prigionia, quando la sopravvivenza media in quell’inferno non superava i tre mesi”, e aggiunge “ il mio sogno ricorrente per circa venti anni fu quello di trovarmi in uno di quei ristoranti che ci sono in autostrada, come si chiamano?” – autogrill, gli rispondo, e riprende. “ sognavo di trovarmi in uno di questi enormi autogrill e di essere sbranato dai miei compagni di allora”.  

Capisco a quel punto che non occorre aggiungere altro e mentre cerco di sincerarmi sulle sue condizioni di salute visto che ha ripercorso quei lunghi mesi infernali, mi dice ancora: “Qualcuno ha detto che la civiltà di un popolo si capisce dal modo che gli uomini hanno di trattare gli animali”. Lo prendo come l’unico accenno ai suoi aguzzini, nel frattempo si rovista la tasca interna del giaccone e tira fuori il suo telefono, si toglie gli occhiali ed inizia a scorrere con le sue lunghe dita affusolate lo schermo, io invece nonostante i miei appena 48 anni inforco i miei occhiali da presbite ed insieme iniziamo a scorrere vecchie immagini del campo di Dachau, dei prigionieri, dei morti… 

Ma non ha ancora finito la sua lezione di vita, ormai sa che la nostra chiacchierata è giunta al termine e forse, vedendomi un po’ scosso, vuole lasciarmi con il sorriso quindi aggiunge:

“Durante la prigionia ho avuto modo di imparare un po’ di francese e un po’ di russo, lei sa cosa vuol dire in russo l’unità?”- no, rispondo io. E mentre mi regala un sorriso mi dice ancora: “l’unità in russo vuol dire gabinetto. Per cui deve saper che io ogni volta che mi sono trovato in mano il quotidiano L’Unità, inevitabilmente non ho potuto fare a meno di pensare che stessi aprendo un water”.    

Forse avrebbe avuto ancora voglia di continuare a parlare, ma il rintocco delle campane ci segnala l’arrivo dell’ora di pranzo, chiedo se posso abbracciarlo e lui mi lascia fare, ci salutiamo e mi rendo conto di aver abbracciato un pezzo di Storia. (Articolo di P. G.)

Riprendo le parole del professore: “Qualcuno ha detto che la civiltà di un popolo si capisce dal modo che gli uomini hanno di trattare gli animali”. A Gaza, di animali ne sono morti 11 e sono neonati. Ipotermia. L’ultimo si chiama Haitham Abu Quass. Aveva 12 giorni. È morto in una tenda/campo concentramento. Nel Mediterraneo d’altro canto 11.000 morti per l’uragano Harry. La storia non ha scolari. E non fa differenza di morti.

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Mi chiamo Chiara e sono figlia dell"isola del Sud est Sicilia. Iscritta all''associazione più anziana d'Italia, l'ANPI per una questione di famiglia e di attivismo dal 2018 dove inizia anche la mia passione per la scrittura. Mi diletto in un coro di canti del Sud Italia e del Mondo. Mi definisco "ricercatrice di anarchia" per descrivere il mio pensiero. Scrivo cose su Magozine.

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