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Massimiliano vive con i suoi nonni in un piccolo paese di montagna della Calabria, dopo aver perso i genitori in un incidente stradale. Ma quella che condivide con loro non è una famiglia come le altre: il nonno spaccia marijuana, la fuma insieme alla nonna e manda il nipote a consegnarla in giro per il paese. In questo microcosmo sospeso tra incoscienza e marginalità, Massimiliano cresce in solitudine, circondato da adulti sempre sballati. Dopo anni di immobilità e apatia decide di partire. Prima il sud dell’Inghilterra, poi Liverpool, dove sceglie di restare e ricominciare. Qui stringe per la prima volta legami autentici, costruendo amicizie che gli erano sempre mancate e ampliando il suo microcosmo in un modo che, da adolescente, non avrebbe mai immaginato. (Sinossi dal sito della casa editrice)
Catartica Edizioni
Fondata dall’attivista sardo Giovanni Fara, la casa editrice ha un progetto molto interessante e un manifesto editoriale da leggere e condividere. Si presenta come una realtà indipendente che pubblica prevalentemente narrativa e saggistica a sfondo sociale, con particolare attenzione alle storie di marginalità, ai racconti urbani e ai percorsi di emancipazione.
L’autore
Alessandro Raschellà , come altri autori che ho recensito su questo blog, arriva da Reggio Calabria, precisamente da Mammola.
È un professore associato alla Liverpool John Moores University con un percorso accademico che lo ha portato tra Italia, Spagna, Irlanda e Regno Unito.
Ma accanto alla carriera accademica coltiva da sempre la scrittura, con una particolare predilezione per romanzi di formazione, realismo sporco e narrativa pulp. Mio nonno spaccia è il suo quarto romanzo e inaugura quella che lo stesso autore ha definito la “trilogia di Liverpool”.
Mio nonno spaccia
Il titolo potrebbe sembrare una sorta di riuscito tentativo di catturare l’attenzione. Quasi una mossa di marketing ma è molto più di questo. È una tesi, antitesi e sintesi sulla normalità delle famiglie. Soprattutto su quelle considerate anormali, dai canoni interiorizzati.
Il nonno di questo romanzo di formazione, riveste il ruolo principale di attore non protagonista ed è uno spacciatore che fuma con la moglie e coinvolge il nipote nella propria attività.
La famiglia normale non esiste
Massimiliano cresce con i nonni in un piccolo paese di montagna della Calabria. La sua famiglia non è quella del “Mulino Bianco” e la sua attività, di corriere della droga per il prete del paese e gli altri abitanti, non è propriamente montessoriana. Tuttavia c’è amore, cura e affetto. Cos’è una famiglia se non questo?
Come ripete spesso il nonno, tra una canna e un succo di pomodoro, la strada per la libertà inizia quando i pregiudizi finiscono di assumere rilevanza.
Una storia che non procede sempre in linea retta
Un elemento interessante è la struttura di Mio nonno spaccia. Raschellà, probabilmente influenzato dalle colonne sonore del libro si lascia andare a passaggi sincopati, cambi di ritmo e forse qualche deviazione pulp che spesso pare un assolo fuori posto o tirato per le lunghe.
Ma è negli epiloghi che si comprende quanto questo sia proprio un pregio del libro. Esaltando ancora una volta la normalità “anormale” della vita vera.
Dalla Calabria a Liverpool
La storia di Massimiliano è un romanzo di formazione che parte dalla Calabria e arriva a Liverpool. I viaggi del protagonista arricchiscono il puzzle e l’itinerario identitario del protagonista. Gli altri personaggi e le loro contraddizioni contribuiscono a rendere completo il quadro.
In conclusione
Mio nonno spaccia è un romanzo che utilizza una premessa apparentemente assurda per parlare di cose molto meno assurde: la famiglia, la crescita, il bisogno di appartenere a qualcosa e, contemporaneamente, quello di liberarsi dalle definizioni che gli altri hanno costruito per noi.
L’artificio letterario di una famiglia fuori dagli schemi permette all’autore di ricordarci che gli schemi, spesso, servono più a tranquillizzare chi li osserva che a descrivere davvero le persone.
E se per capire una storia dobbiamo aspettare gli epiloghi, forse è perché anche noi, come Massimiliano, dobbiamo prima attraversare qualche deviazione.
Poi, finalmente, i conti tornano.
