Moravia, l’antiumanesimo, il conformismo, la difficoltà di essere contro…

La “pazzia” degli artisti

Per avere le prove del legame stretto tra scrittori, poeti e disturbi dell’umore basta leggere il libro dello psichiatra Cassano “E liberaci dal male oscuro”. Si possono fare diverse ipotesi a riguardo:

  1. Chi scrive ha qualche disturbo psicologico; chi sta bene ha già molto dalla vita e non trova alcuna soddisfazione a scrivere. Molti artisti infatti hanno un temperamento depressivo o soffrono di disturbo bipolare o di ciclotimia.
  2. La scrittura slatentizza disturbi psicologici per un maggiore scavo interiore e perché favorisce una ricca vita interiore e una maggiore introspezione, che permettono di conoscere le proprie magagne.
  3. La scrittura slatentizza disturbi psicologici,  perché nel mondo domina la razionalità tecnica e scientifica. 
  4. È possibile un’interazione tra le prime 3 ipotesi.

Moravia e l’antiumanesimo

Curiosavo tra i miei libri in questi giorni tra una crisi emorroidaria e l’altra. Mi sono rimesso a rileggere qualcosa di Moravia. Ne “L’uomo come fine” Moravia scrive che il capitalismo e il consumismo sono “antiumanesimo”. La lotta è impari. Sempre rileggendo Moravia, si può fare la fine di Leo de “Gli indifferenti” che si adegua e soffoca il suo vuoto ribellismo oppure si può aderire, compromettendosi moralmente, ai dettami della società, come il protagonista de “Il conformista”. Oppure forse una via d’uscita c’è,  ma la strada è molto impervia. Da un lato c’è la voglia di aggregarsi, di integrarsi socialmente, di fare, pensare, dire, essere come gli altri, ricevendo gratificazioni, ricompense, approvazione. Dall’altro c’è il bisogno di non snaturarsi, di essere veramente noi stessi, di pensare con la nostra testa, di seguire le nostre inclinazioni e passioni, di non tradire i nostri ideali, di ricercare noi stessi, di essere liberi, di ricercare la felicità, di cercare la nostra strada.  A volte cerchiamo un giusto mezzo tra queste due esigenze, entrambe insopprimibili.  Da una parte il gregario, dall’altra il solitario. Questi sono i due estremi del continuum sociale, dettato in parte dal  tipo di personalità (introversione versus estroversione) e in parte dalla scelta di vita e dai valori di un individuo.

L’influsso degli altri

L’influsso degli altri è determinante nella nostra vita. Asch ha dimostrato scientificamente quanto la maggioranza eserciti la sua pressione e quanto i singoli individui si adeguino al suo parere, anche quando essa è palesemente in errore. Milgram con il suo celebre esperimento ha provato l’obbedienza acritica dei soggetti all’autorità. Maggioranza e autorità! Si finisce per voler essere uguali agli altri e  obbedire a chi ha più potere. D’altronde talvolta è difficile fare altrimenti. Bertrand Russell, la cui filosofia apparteneva in buona parte allo scetticismo, riteneva che quando non sappiamo una cosa o ne sappiamo ben poco a riguardo l’unico modo   è quello di rivolgersi alle persone competenti in materia, a cui da allora attribuiamo giocoforza e anche nostro malgrado autorità. In fondo con la nostra democrazia rappresentativa noi scegliamo i parlamentari come nostri delegati. Tutto si basa sul principio della delega. E ci aspetteremmo persone capaci, competenti, oneste, che hanno a cuore i problemi dei cittadini. Ci aspetteremmo coscienziosità e responsabilità da parte loro. Invece ciò avviene molto di rado. E riguardo alla maggioranza noi siamo animali sociali e anche Maslow metteva tra i bisogni umani quelli sociali. Dagli esperimenti di psicologia sappiamo che una minoranza per avere ragione deve essere coerente, coesa, ostinata, combattiva. E spesso non basta. Inoltre gli esperimenti psicologici di Asch e Milgram furono realizzati su poche persone. Rendiamoci conto invece dei potentissimi condizionamenti dei mass media, del potere, del capitalismo su noi poveri, spauriti, indifesi cittadini. Qualcuno obietterà che abbiamo sempre il libero arbitrio e siamo liberi di scegliere. In realtà la società occidentale riduce e limita in gran parte il nostro margine di libertà e di scelta. Siamo influenzati, condizionati, orientati fin dalla tenera età. Come si fa a essere contro la famiglia del mulino bianco, se fin da piccoli ce l’hanno inculcata ad esempio? È come rinnegare sé stessi e i familiari.  Chi lo trova il coraggio di vivere contro, di pensare contro, di essere contro e allo stesso tempo di essere d’esempio, non contraddicendosi? È difficile “smarcarsi”. Cosa si fa per piacere agli altri!?! Per molti è più importante piacere agli altri che a sé stessi!  Alcuni studiosi parlano tanto di individualismo nella società occidentale, ma sarebbe più opportuno parlare di parvenza di individualismo e di concreta omologazione in sostanza.

La via spirituale e quella sociale/politica

C’è la via spirituale, prendendo come spunto i mistici, gli anacoreti, gli eremiti, i Padri del deserto, Isacco di Ninive. Ma oggi è molto difficile, quasi impossibile fare l’eremita o fare vita monastica. Significherebbe disprezzare il mondo, raccogliersi nella preghiera, fare vita contemplativa/religiosa. Abbiamo quasi tutti bisogno di comprensione e solidarietà altrui, di costruire qualcosa con gli altri e molto spesso non possiamo fare a meno degli altri. C’è la vita attiva: l’impegno sociale e/o politico. Ma si finisce per accettare dei compromessi oppure se si rimane onesti, si finisce per accettare il “meglio pochi ma buoni”. Adorno e Horkheimer in “Dialettica dell’illuminismo”, semplificando un poco e saltando alcuni passaggi, esponevano la tesi (discutibile) che la civiltà occidentale e la cultura occidentale avevano prodotto i lager, più che la follia di Hitler e l’obnubilamento del popolo tedesco in quegli anni. Bettelheim vedeva invece nei lager un modello in scala ridotta della società di massa. E come controargomentare, visto che lo studioso era sopravvissuto al lager ed era morto suicida? Ma cosa sarebbe stato Hitler senza il conformismo e l’istinto gregario dei tedeschi? Nessuno. Eppure anche le società democratiche si basano esclusivamente sul conformismo dei cittadini.

Essere contro

Essere contro la maggioranza,  il sistema, il potere è difficilissimo. Bettelheim scrisse che nei lager alcuni assecondavano qualsiasi desiderio e rinunciavano alla loro dignità per ingraziarsi i nazisti. Ma per provare quanto sia determinante l’influsso del sistema dominante basta ricordarsi quanto fossero diffuse fino a poco tempo fa le creme sbiancanti per la pelle tra le donne africane. Essere contro significa talvolta diventare capro espiatorio, vittima e finire in un circolo vizioso di autocolpevolizzazione, vittimizzazione secondaria, identificazione con l’oppressore (ci si ricordi ad esempio dell’atteggiamento di alcuni kapò nei campi di concentramento, ma anche quell’identificazione era un meccanismo di difesa psicologico). È impegnativo trovare l’autenticità e salvaguardare la nostra unicità,  la nostra irripetibilità. Chi è contro i dettami imposti dal mercato, dai mass media e dalla società ha vita molto difficile. Si ritrova ostracizzato, emarginato, incompreso o solo. Gli mettono i bastoni tra le ruote. Sono sempre pronti a colpire il suo punto debole e ognuno ha il suo tallone d’Achille. Quindi ho iniziato con l’esempio dei poeti, degli scrittori “impazziti” per far capire quanto il pensiero dominante incida nella psiche delle minoranze. Aggiungo che gli stessi artisti, gli stessi umanisti sono una minoranza e per giunta innocua militarmente ed economicamente, ma che con le sue opere e il suo pensiero contraddice il potere. Ed è per questo che è così contrastata in tutti i modi, sia con argomentazioni intellettuali che con umorismo grossolano, spesso non dandogli voce nella società dello spettacolo. In fondo non è proprio la pazzia degli umanisti, il loro credere e proporre un altro mondo possibile, un mondo altro, che mina alle radici il potere attuale? 

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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