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Dopo 102 colloqui falliti, la paranoia può sembrare quasi ragionevole. Nero di Luca Giommoni trasforma complottismo, precarietà e retorica del merito in una satira feroce dell’alienazione moderna.
Ci vogliono 102 colloqui di lavoro falliti prima di cominciare a sospettare che ci sia qualcosa che non va nel mondo?
Per Nero, forse sì.
Il protagonista del romanzo di Luca Giommoni ha ormai smesso di osservare la realtà come facciamo tutti. La viviseziona. Cerca coincidenze, numeri, collegamenti nascosti. E soprattutto cerca il 12.
Dodici come Twelve Marketing, l’azienda presso cui sostiene l’ennesimo colloquio. Dodici come il civico dell’ufficio. Dodici come numero che ritorna continuamente nella sua personale interpretazione della realtà, nutrita dalle teorie sugli antichi astronauti di Zecharia Sitchin.
Potrebbe sembrare semplicemente il ritratto di un complottista.
Ma sarebbe una lettura troppo facile.
Perché Nero non è un’apologia del complottismo. È piuttosto il racconto grottesco di un uomo talmente disintegrato dal mondo che lo circonda da aver bisogno di costruirsi un sistema alternativo per continuare a interpretarlo.
Ed è qui che la satira di Giommoni diventa interessante: se la realtà è assurda, quanto deve essere assurda la follia per riuscire a superarla?
Quando la paranoia diventa una difesa dalla realtà
Nero cerca pattern ovunque. Collega eventi apparentemente insignificanti, numeri, nomi e coincidenze nel tentativo di trovare un ordine nascosto.
Ma alle sue spalle ci sono 102 colloqui falliti.
Ci sono lavori invisibili, tirocini gratuiti, umiliazioni quotidiane. C’è persino il ricordo di uno studio associato nel quale, oltre a non percepire uno stipendio e a non avere una vera postazione, doveva pagare di tasca propria cinque centesimi per le fotocopie effettuate per conto dei titolari.
A quel punto viene quasi spontaneo chiedersi chi sia davvero irrazionale.
Nero, che cerca una spiegazione cosmica al proprio fallimento?
Oppure un sistema economico capace di considerare normale lavorare gratuitamente e pagare persino gli strumenti necessari per farlo?
Giommoni gioca continuamente su questo confine.
La paranoia diventa così una specie di risposta immunitaria all’alienazione. Nero costruisce un ordine immaginario perché quello reale ha smesso di avere senso.
Il complotto è falso.
L’alienazione che lo genera, invece, è terribilmente reale.
Il “Busenga” e la grande menzogna del merito
Ma la trovata probabilmente più riuscita del romanzo è un’altra.
Il Busenga.
È il termine coniato dai protagonisti per identificare una figura che conosciamo molto bene anche senza aver mai sentito questa parola: chi ostenta il proprio successo dimenticando accuratamente privilegi, eredità, conoscenze e raccomandazioni che hanno contribuito a costruirlo.
Il Busenga non è semplicemente il ricco o il privilegiato.
È colui che trasforma il proprio privilegio in una teoria morale.
Se lui ce l’ha fatta è perché se lo meritava. Se tu non ce l’hai fatta è perché non ti sei impegnato abbastanza.
È questo il bersaglio politico più interessante di Nero: la trasformazione del successo economico in virtù individuale e del fallimento in colpa personale.
Il Busenga può ostentare benefici provenienti da un’eredità e contemporaneamente raccontarti quanto sia importante farsi da soli. Può aver ottenuto un posto grazie a una raccomandazione e spiegarti l’importanza della meritocrazia. Può proporre condizioni di lavoro che, per usare l’immagine del romanzo, infastidirebbero persino un minatore dell’Ottocento e accusare chi le rifiuta di essere un “rinunciatario”.
La satira di Giommoni qui smette quasi di essere surreale.
Perché basta aprire un qualsiasi social professionale per avere la sensazione che il Busenga esista davvero.
Il lavoro come macchina dell’alienazione
La Twelve Marketing rappresenta probabilmente l’esempio più evidente.
Nero entra in un universo fatto di marketing face to face, gerarchie, retorica motivazionale e precarietà mascherata da opportunità.
Da una parte ci sono i manager, con i loro simboli materiali del successo.
Dall’altra chi dovrebbe accettare qualsiasi condizione pur di poter dire di avere finalmente un lavoro.
E se rifiuti?
Sei un “rinunciatario”.
È un meccanismo linguistico tutt’altro che innocente: la responsabilità dello sfruttamento viene trasferita sullo sfruttato.
Non esistono condizioni indecenti. Esistono persone che non hanno abbastanza voglia di lavorare.
Non esiste precarietà. Esiste chi non sa cogliere le opportunità.
Non esiste privilegio. Esiste soltanto il merito.
È precisamente il mondo dei Busenga.
Una burocrazia che sembra Kafka, ma purtroppo non lo è
Al lavoro si aggiunge la burocrazia.
Gli uffici pubblici attraversati da Nero sembrano luoghi costruiti appositamente per impedire alle persone di ottenere ciò di cui hanno bisogno.
Sportelli che diventano fortezze, funzionari trasformati in automi, procedure incomprensibili. Basta un errore di punteggiatura o un formato sbagliato perché l’esistenza venga momentaneamente sospesa.
Un uomo può trascorrere un mese tentando semplicemente di consegnare un modulo.
Ed è ancora una volta qui che Nero trova il proprio territorio migliore: il punto esatto in cui il grottesco smette di sembrarci grottesco perché assomiglia troppo alla nostra esperienza quotidiana.
Non servono rettiliani.
A volte basta uno sportello.
Dal complottismo alla controinformazione
Con il procedere della storia, però, qualcosa cambia.
Nero non rimane soltanto una vittima passiva delle proprie ossessioni. La narrazione comincia a cercare una possibilità di rottura.
Entrano in scena personaggi che utilizzano persino le frequenze radiofoniche come forma di “hacking” sociale, inserendo informazioni, dati scientifici e denunce ambientali all’interno del normale flusso mediatico.
La paranoia individuale comincia così a trasformarsi in qualcosa di diverso: ricerca di una verità che il rumore di fondo della società rende sempre più difficile distinguere.
Ed è forse questo il gioco più riuscito del romanzo.
All’inizio ci chiediamo se Nero sia diventato complottista perché non riesce più a comprendere il mondo.
Poi, lentamente, Giommoni rovescia la domanda:
e se fosse il mondo a essere diventato incomprensibile?
Il vero complotto di Nero
Naturalmente la risposta non sono gli alieni di Sitchin.
Il vero “complotto dei complotti” che emerge dalle pagine del romanzo è molto più ordinario.
È un sistema nel quale precarietà, burocrazia, retorica meritocratica e disuguaglianza finiscono per essere percepite come fenomeni naturali.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più politico di Nero.
Non c’è bisogno di immaginare una stanza segreta nella quale dodici uomini decidono il destino dell’umanità.
È sufficiente che milioni di persone accettino come inevitabile ciò che inevitabile non è.
La satira di Giommoni funziona proprio perché esaspera la realtà fino a renderla assurda e, una volta arrivata all’assurdo, ci costringe a riconoscere qualcosa di familiare.
Perché leggere Nero di Luca Giommoni
Nero è un romanzo strano, irriverente e volutamente scomodo.
Non cerca di rendere simpatico il proprio protagonista e non tratta il complottismo con indulgenza. Lo utilizza piuttosto come lente deformante attraverso cui osservare precarietà, alienazione, burocrazia e culto contemporaneo del successo.
La trovata del Busenga vale da sola buona parte della forza satirica del libro, perché riesce a dare un nome a una figura sociale immediatamente riconoscibile.
Ma la domanda che rimane dopo la lettura è ancora più interessante.
Quanto può essere considerato folle un individuo che cerca disperatamente un ordine nascosto, quando la società che dovrebbe rappresentare la normalità gli propone 102 colloqui falliti, lavoro gratuito, umiliazione burocratica e precarietà come condizioni perfettamente razionali?
Forse è proprio questo il paradosso intorno al quale ruota Nero:
la realtà contemporanea è diventata talmente assurda che, qualche volta, è la follia a sembrare la risposta più coerente.
