Sento che non c’è tempo E allora un po’ più in fretta farò Cercando di non lasciarmi prendere Dalla solita ansia, bloccarsi non si può Cerco un nuovo contatto
Non so dire quando ascoltai per la prima volta questa canzone. Era sicuramente la fine del millennio quando molti di noi non erano nati e alcuni di noi iniziavano a sentire bruciare nel petto quell’odio mosso d’amore. Sensazioni che non mi avrebbero mai abbandonato; come quelle canzoni.
Oggi “Non c’è tempo” non è soltanto un titolo. È la percezione quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo.
Non c’è tempo per riposare, per crescere i figli, per la cura. Non c’è più tempo per creare relazioni profonde. Non c’è più tempo per la politica, per il quartiere, per immaginare un’alternativa.
Viviamo in una società che ci vuole permanentemente occupati: produttivi, performanti, aggiornati, reperibili.
E mentre ci viene chiesto di correre sempre di più, il pianeta collassa insieme alla nostra salute mentale.
L’individualismo come modello economico
Ci hanno insegnato che ogni problema deve avere una soluzione individuale.
Sei stanco? Organizzati meglio.
Sei povero? Impegnati di più.
Sei in burnout? Fai meditazione
Sei precario? Diventa imprenditore di te stesso.
Ma i problemi della società sono strutturali e collettivi. La distruzione del concetto di cooperazione a vantaggio dell’individualista e disgregante volere è potere – citato da Zulù nella stessa canzone – è stato un progetto sistemico che si è radicato nella cultura.
La patinata infrastruttura sociale che ci è stata costruita addosso è falsa come la libertà di scelta ai tempi dell’algoritmo. Questo contrasto porta a maggiore solitudine, persone più indebitate, più fragili e contemporaneamente costrette a mostrarsi vincenti.
Come ha raccontato Byung-Chul Han, filosofo della società della prestazione, il potere contemporaneo non ci opprime soltanto dall’esterno. Ci trasforma in sorveglianti di noi stessi.
Ci sfruttiamo da soli.
Fare presto e bene perché si muore
Uno storico anarchico reggino mi ha fatto conoscere, già da qualche anno, il lavoro di Danilo Dolci sociologo e attivista italiano. Nel suo Fare presto e bene perché si muore denunciava l’urgenza di agire – nello specifico relativamente alla sua esperienza a Trappeto – contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza sociale.
70 anni dopo l’idea è validissima e va estesa in chiave internazionalista. Bisogna fare presto e bene perchè si muore continuamente. Si muore di lavoro, cambiamento climatico e le sue conseguenze (virus compresi), armi “intelligenti”, colonialismo, confini e brutalità varie. Ogni secondo in cui la specie umana si dedica al gioco autodistruttivo del sistema è un secondo di tempo che non c’è più.
Danilo Dolci praticava trasformazione attraverso la partecipazione collettiva.
La sua pratica della maieutica reciproca metteva al centro ascolto, coperazione, educazione popolare, autonomia territoriale e costruzione comunitaria.
Solo la liberazione dell’intelligenza collettiva orizzontale, “dal basso”, può realizzare un cambiamento o meglio un recupero della dimensione naturale in una necessaria e urgente, mi permetto di aggiungere, ottica intersezionale.
Prima che l’esaurimento umano e ambientale diventi irreversibile.
La sostenibilità senza trasformazione sociale è marketing
La piovra capitalista tende ad assorbire e svuotare il significato delle parole. La sostenibilità viene proposta come consumo etico, lifestyle e altre etichette utili al mercato. Ma se è vero che l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio bisogna mettere in discussione l’iperproduzione e l’estrattivismo. Liberare il lavoro dalla sua etimologia e svincolarlo dalla necessità. Ricostruire relazioni e smetterla di partecipare a una competizione in cui si corre sempre più forte per non arrivare da nessuna parte. E mentre corriamo brandelli di noi si staccano senza neanche lasciare semi.
La cooperazione come infrastruttura di sopravvivenza
Tutti noi esseri viventi siamo una parte del tutto, un unico corpo. La competizione ci ha insegnato ad agire contro l’altro, ad andare più veloce dell’altro. Ma se in un corpo una gamba corre più veloce dell’altra tutto il corpo cade. E se siamo in un deserto gli unici a beneficiarne sono gli avvoltoi.
Ci sono realtà che praticano quotidianamente e concretamente forme di resistenza e costruzione. Sono le cooperative, i gruppi di acquisto, le reti mutualistiche, i laboratori culturali indipendenti, le cucine collettive, le scuole libertarie, i coworking cooperativi, le esperienze agroecologiche e le economie territoriali.
La cura come pratica politica
Uno dei grandi inganni del sistema contemporaneo è aver separato la produzione dalla cura.
Pensatrici come Silvia Federici e Bell Hooks hanno mostrato come il lavoro invisibile della cura sia stato storicamente svalutato pur essendo la base stessa della società.
Ed è qui che alcune riflessioni legate alla gineologia possono diventare preziose.
Il legame della gineologia con l’ecologia sociale, come organizzazione delle relazioni, non è una retorica sublimazione del “femminile sacro”, ma un recupero di saperi relazionali cancellati dalla cultura produttivista e ancora prima dal colonialismo.
Fermarsi e rispettare i tempi del tempo è forse l’unica possibilità per avere ancora tempo.
Molto interessante. Mi spiace vedere come spesso le cooperative e parlo di realtà a me vicine nel nordest siano invece luoghi dove una finta partecipazione fa di te semplicemente un lavoratore a bassissimo costo.
Solo uscendo dalla logica della competizione ad ogni costo si può liberare il lavoro, o ciò riesce a sporcare anche una delle più belle idee.
Sono assolutamente d’accordo. È triste vestire con abiti alternativi un corpo che non si è liberato. È quello che succede quando continuiamo a replicare le tare del sistema…come la performance.
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Molto interessante. Mi spiace vedere come spesso le cooperative e parlo di realtà a me vicine nel nordest siano invece luoghi dove una finta partecipazione fa di te semplicemente un lavoratore a bassissimo costo.
Solo uscendo dalla logica della competizione ad ogni costo si può liberare il lavoro, o ciò riesce a sporcare anche una delle più belle idee.
Sono assolutamente d’accordo. È triste vestire con abiti alternativi un corpo che non si è liberato. È quello che succede quando continuiamo a replicare le tare del sistema…come la performance.