Pavese, il popolo, gli intellettuali e la partita persa…

Ritornare all’uomo

Negli scritti di Pavese si trova il seguente appunto: “Non si va verso il popolo, – dicevo allora – si è popolo. Verso il popolo vanno i signori e i reazionari”. Ed ancora quel sant’uomo di Pavese in un editoriale sull'”Unità”, intitolato proprio “Ritorno all’uomo”, scriveva: “Una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo”.

Il disprezzo degli intellettuali

Quello che ha fregato il comunismo e poi il progressismo è stato il disprezzo degli intellettuali, dei dirigenti dei partiti, dei rivoluzionari nei confronti del popolo. È sintomatica una vignetta del geniale Quino, in cui un intellettuale con i volumi di Marx in mano diceva a un compagno: “Non dobbiamo farci dividere dai settarismi”; e quando l’altro gli rispondeva affermativamente allora il primo precisava con piglio autoritario:  “Sì, dottore” (con piglio autoritario perché questa precisazione nel fumetto era tutta in maiuscolo). Questa vignetta era emblematica dell’atteggiamento psicologico/culturale di tanti intellettuali, chiamiamoli di sinistra, che si prodigavano in concetti a loro tanto cari, come l’egemonia gramsciana, il ruolo guida degli intellettuali, l’intellettuale organico, etc, etc. Era un atteggiamento, che rimaneva perlopiù implicito, sottotraccia, ma che spuntava fuori quando meno te lo aspettavi, anche in intellettuali che provenivano dal popolo, ma che intimamente lo disprezzavano e non vi si riconoscevano. Quanto odio, anche se fatto passare per ideologico, per i piccoli borghesi da parte di intellettuali di estrazione piccolo borghese! Che poi tanti si atteggiavano a intellettuali senza esserlo, ma questo è un altro discorso (quindi quando scrivo “intellettuali” intendete veri o presunti). Il disprezzo o nel migliore dei casi un comportamento paternalistico o un senso di superiorità si manifestavano privatamente oppure talvolta anche negli scritti. Nel migliore dei casi avevamo un malcelato snobismo, un elitarismo. Certo un tempo c’erano notevoli differenze di cultura, di censo, di mentalità, di sensibilità,  di comprensione del mondo, che oggi si sono ridotte! A volte tra militanti di partito quasi non parlavano la stessa lingua!

La classe dirigente di questo Paese

Non parliamo poi dei dirigenti e degli intellettuali di destra, che col loro populismo hanno aizzato le masse, le hanno istigate contro le minoranze,  hanno fornito loro facili capri espiatori,  le hanno usate a loro piacimento e per i loro tornaconti elettorali.  Loro hanno fatto peggio, perché non si sono comportati in modo umano, né hanno trattato il popolo come insieme di esseri umani. Gli intellettuali di sinistra sono andati verso il popolo senza mai essere stati veramente popolo. Dirigenti e intellettuali di destra sono andati verso il popolo, spesso considerandolo “popolino” (espressione brutta ma indicativa del loro retropensiero). In ogni caso la classe dirigente di questo Paese non è mai stata veramente popolo, né ha servito il popolo. Un tempo si usava dire in modo dispregiativo che certi politici erano servi dello Stato. Ma quanti veramente servivano davvero lo Stato, cioè il Paese, cioè noi semplici cittadini? Quanti avevano davvero a cuore la cosa pubblica, ovvero il bene comune?

Amare il prossimo con limiti e riserve

A ogni modo bisogna essere umani, riconoscere l’umano in noi e negli altri, indistintamente, anche se è molto impegnativo. Questo non significa credere nell’amore universale. Cristo diceva di amare il prossimo come sé stessi, ma questo non significa amare tutti gli altri in egual modo, perché  non amiamo noi stessi in egual modo, dato che ci sono st(r)ati del nostro essere che noi amiamo di più e altri di meno, come scriveva Simone Weil. A un certo punto ognuno ha dei limiti: è del tutto legittimo evitare persone negative, dannose, antipatiche, ma nessuno deve pensare che quelle siano rappresentative di tutta l’umanità.  Si deve cercare di essere inclusivi, socievoli, ma nei limiti del possibile,  perché c’è anche il rischio di sprecare tempo ed energie, talvolta anche il pericolo di mettere a rischio la propria incolumità. Inoltre in ogni persona, anche nella più semplice e ignorante, c’è l’impulso umano di distinguersi dagli altri. Basti pensare a quanti dicono che la gente è stupida oppure si pensi al solo fatto di considerare in modo dispregiativo gli altri, definendoli “gente” (che poi nessuno vuole essere considerato facente parte della gente). Insomma ce lo ricorda la psicologia che è una costante antropologica quella di favorire il proprio gruppo e di svantaggiare gli altri. Ogni essere umano, anche il più civile, il più colto, il più aperto mentalmente distingue tra noi e loro. Il problema non è se noi disprezziamo, abbiamo delle idiosincrasie, addirittura odiamo delle persone del popolo, ma se disprezziamo e odiamo totalmente il popolo. Il problema di alcuni/molti intellettuali è il disprezzo totale nei confronti di chi sa di meno e ha meno potere, dovuto a una generalizzazione del “natio borgo selvaggio”, che diventa il mondo intero.  Ritornare all’uomo significa avere fiducia nel prossimo e al contempo avere comprensione, umana sopportazione,  anche quando talvolta il rispetto non esiste da nessuna parte. 

Mettere in circolo il nostro amore

La questione è per alcuni: gli intellettuali dovrebbero abbassarsi verso il popolo o ci vorrebbe una maggiore istruzione/educazione che innalza il popolo? Scusate la citazione canzonettistica, ma bisognerebbe che tutti mettessero in circolo il loro amore, come cantava Ligabue, cercando di sopportare limiti, pecche, difetti propri e altrui. Non si può sempre dare la colpa agli altri, né aspettare che il primo passo lo facciano sempre gli altri. La strada è impervia. Il fardello del vivere è pesante. Cerchiamo di fare un poco di strada insieme.  Certo il compito è difficile. Occorre fare uno sforzo.  Ma io non sono un intellettuale (non vi venga minimamente in mente) e probabilmente il popolo, per com’è fatto il mondo e per come sta andando, non esiste neanche più, in quanto non esistono più una cultura dal basso, dei valori dal basso, una lingua dal basso, così come non esistono più luoghi di vera aggregazione (la discoteca, lo stadio, il concerto, il pub sono disgreganti a livello psicologico), né vere forme di aggregazione. Gli stessi sociologi ci dicono che esiste ancora la comunicazione,  ma la conversazione tra le persone, quella faccia a faccia, si è ridotta notevolmente, drasticamente. Ai tempi di Pavese la rivoluzione era possibile, ma la partita si è persa definitivamente. Oggi ci sono scarsissime probabilità anche di un rinnovamento, di un cambiamento veramente umano. 

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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