Per una critica anarchica dell’anarchismo

L’anarchismo non fondazionale qui delineato non intende affatto proporre un nuovo modello di società, bensì spingere singoli e collettivi a costituirsi come «ingovernabili» e a mantenere accesa la resistenza, qui e ora, all’interno di qualsiasi modello di società autoritaria. Un nuovo paradigma che rimanda a un’etica della rivolta piuttosto che a un’epica della rivoluzione (dal sito)

Tomás Ibáñez

Ibàñez è uno psicologo e attivista cresciuto in una cultura libertaria antifranchista. Ma questa espressione, cultura libertaria, non è una semplice nota curriculare. Nella sua attività, e questo libro lo conferma, ha sviluppato quella necessità di approccio iconoclasta che permette all’anarchia di rimanere ancorata all’unica certezza che la mantiene sempre attuale e sempre orizzontale; il dubbio.

La casa editrice

Elèuthera continua ad essere quell’isola culturale – nel pur difficile e reazionario panorama editoriale italiano – dove chiunque abbia una esagerata idea di libertà può trovare ristoro, comunità e soprattutto materiale per nuove domande e spunti. Questo libro, caldamente consigliato, ve ne offrirà di molteplici. Sfogliando il blog puoi leggere diverse recensioni dalla stessa casa editrice. Io stesso ho già avuto il piacere di leggere Latour e Graeber.

Anarchismo non fondazionale

Nel rifiutare le etichette fisse e confinanti ho spesso usato l’espressione “ricercatore di anarchia” per descrivere il mio pensiero. Nel tentativo di far comprendere che ricercare l’anarchia significa seguire un flusso che si nutre del percorso stesso e che pretende la libertà di cercare nuove strade, di imboccare vicoli ciechi che magari sono tali solo perchè non si è guardato bene. Per questo mi sento molto vicino all’approccio non fondazionale inteso da Ibàñez. Un pensiero illuminante che allo stesso tempo rifugge e risolve le questioni poste dai non anarchici nel tentativo di spiegare l’anarchia con uno schema di pensiero non anarchico. L’anarchia non è un pensiero granitico e impeccabile. Non è un qualcosa “da uomini che non devono chiedere mai“. L’anarchia trae le sue spinte dalle imperfezioni e il suo dinamismo dalla libertà di non doversi nascondere.

Il libro

Muovendo da queste premesse il libro si snoda attraverso questioni affascinanti e tutte meritevoli di approfondimento. L’autore riprende Foucault e supera il concetto di potere espresso da Bookchin ribadendo come l’anarchismo non fondazionale sia più in grado di rispondere alle esigenze di questi tempi. Ibàñez riflette anche sulla deriva di onnipotenza della tecnica ed esprime preoccupazioni e analisi sulla cultura della “prevenzione” e su come il potere la utilizzi per ridurre gli spazi di libertà e i diritti delle persone.

Conclusioni

Quello che Ibàñez introduce è quasi una termodinamica, di Lavoiseriana memoria, ma incentrata sulla rivolta. La rivolta non costruisce qualcosa di statico ma si mantiene ingovernabile e quindi progredisce superando se stessa anzichè preferire la comoda autocelebrazione.

Un nuovo paradigma che rimanda a un’etica della rivolta piuttosto che a un’epica della rivoluzione.

dalla quarta di copertina

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