Perché nella nostra società è così difficile dire sì alla vita e pensare?

“Ha gli occhi nella notte

che non guardano niente:

può sembrare a tutti

un deficiente;

ma io che lo conosco

e che so leggergli dentro…

oh, se sapeste come sta soffrendo!

il tempo gli rimbalza addosso

come una palla,

per gli amori persi lui ci sballa!

E piange mentre scrive

e scrive che sta piangendo:

mio dio, ma che mestiere tremendo!

Genio al lavoro, genio al lavoro,

il mio piccolo genio al lavoro…

Genio al lavoro, genio al lavoro,

il mio piccolo genio al lavoro…”

(Roberto Vecchioni)

Nel nostro Occidente, apparentemente più industrializzato, emancipato, democratico,  libero, evoluto pochissimi riescono a pensare e godersi la vita, riescono a essere mistici, spirituali e carnali. L’uomo occidentale non è mai interamente compiuto, quasi mai riesce a risolvere e integrare le proprie energie materiali e interiori. La stessa felicità che per Epicuro poteva durare una vita, se essa veniva vissuta in modo saggio, oggi nel nostro Occidente, come scrive Ilaria Gaspari, viene considerata “un momento puntuale”, uno stato d’animo casuale e passeggero. Molti di noi contano sulle dita di una mano gli istanti in cui sono stati veramente felici. Per dire sì alla vita, come voleva Nietzsche, si diventa immorali, si deve vivere nel senso di colpa, nel rimorso, nella vergogna, nella disapprovazione sociale, se non addirittura nell’incomprensione del prossimo e nell’ostracismo. Nessuno poi nella nostra società è amorale, dato che qualche residuo etico fa parte delle tracce mnestiche anche dei più sprovveduti. Il divertissement è concepito solo come distrazione dal pensiero della morte, come in Pascal. Godersi la vita è considerato un peccato, un’incoscienza, perché tutto è vanità di vanità come scritto nell’Ecclesiaste. Chi si gode veramente la vita, chi si diverte, chi ama ed è amato spesso non edifica sistemi di pensiero, non scrive romanzi e saggi, non ha grande intellettualità o almeno così sembra. È già così soddisfatto della sua vita che non ha bisogno di creare artisticamente e intellettualmente niente. Oppure è proprio la cultura che avvelena, intossica la vita e le persone di cultura non sanno godersi la vita. Può anche darsi che sia tutta una posa, che gli intellettuali tramandino solo le loro sofferenze e poco o niente delle loro gioie. Tra i grandi poeti solo Whitman dice sì alla vita, tra i grandi scrittori solo Montaigne dice sì alla vita e tutto questo non si può spiegare solo, semplicemente con il temperamento saturnino, depressivo degli artisti: è il segno inequivocabile di molto di più, di un modo di vivere e di pensare collettivo, presente da millenni. In fondo c’è un quid inossidabile della nostra cultura che premia il dolore: Aristotele nel decimo libro dell’Etica Nicomachea scriveva che il piacere non va identificato col bene, Platone, prima ancora dell’avvento del cristianesimo,  disprezzava il mondo fisico per l’Iperuranio, senza scordarsi dei tragici greci, secondo cui solo il dolore incrementava il sapere. Io mi sono sempre chiesto se nella nostra civiltà l’impasto di Eros e Thanatos sia di gran lunga maggiore che in altre e non ho trovato nessuno che mi abbia dato una risposta soddisfacente.  Eppure ce l’abbiamo tutti davanti agli occhi la nostra società, il cui capitalismo inneggia ogni attimo al divertimento o alla produttività, e al tempo stesso solo qualche decennio fa ha prodotto l’Olocausto e i Gulag (anche la Russia è Occidente. Basta leggere Dostoevskij). Qui tutti noi, volenti o nolenti, siamo intrisi dalla testa ai piedi di principi cristiani e di archetipi dell’antica Grecia. Tutta la cultura occidentale è basata su due storie: un eroe, Ulisse,  che ritorna a casa dopo mille peripezie e un Dio, fattosi uomo,  che viene condannato a morte dagli uomini e, nonostante questo, resuscita e riscatta il genere umano.  Da questi elementi culturali si può capire che nella nostra società pochissimi riescono a essere fisici e metafisici, gaudenti e spirituali come Zorba il greco. Qui da noi non ci sono mezze misure, chi cerca di opporsi alla morale comune dominante finisce nel nichilismo autodistruttivo,  nella sregolatezza dei sensi, come i poeti maledetti e più tardi come i rocker dannati, che morivano tutti giovani. Il sano e sobrio divertimento sembra non esistere oppure non viene tramandato ai posteri. Chi si gode la vita spesso viene considerato leggero nel senso più deteriore del termine, ovvero uno superficiale e frivolo. Chi si gode la vita non si salva l’anima ti fanno capire tutti, dato che la vita è dolore in un continuo memento mori. Oppure forse i vecchi saggi che riescono a godersi la vita, a pensare, scrivere ci sono ma non diventano mai popolari, dato che la nostra civiltà non apprezza chi riesce a spezzare questa dicotomia tra corpo e anima, tra pensiero e azione. Forse più semplicemente da noi fa più notizia e raggiunge la gloria postuma solo chi si suicida, chi muore prematuramente, in modo violento. I nostri miti sono tutti morti giovani e sono emblematici perché qui da noi i limiti devono essere costantemente superati, il senso del limite non deve esistere. Ben pochi riescono a godersi la vita, imparando a volersi bene e di costoro non resta traccia. Questa nostra civiltà è dominata dal nichilismo, da Thanatos e allora i nostri miti ed eroi devono essere nichilisti, tragici, sconfitti. Ma allo stesso tempo James Dean si consegna immortale ai posteri: forever young. Tutto da noi deve essere cupio dissolvi, perché ognuno vive quello che Freud chiamava il disagio della civiltà e quello che Spengler definiva il tramonto d’Occidente,  dovuto secondo lui al dominio della civilizzazione sulla cultura autentica. In Occidente è avvenuta una scissione tra corpo e anima. È stato disprezzato il corpo dalla religione e dalla cultura. Ho 50 anni e personalmente penso che restaurare i vecchi valori sia impossibile, perché ritornare indietro è impossibile, ma che non sia neanche praticabile la trasvalutazione dei valori e la comparsa dell’oltreuomo, come sosteneva Nietzsche. E allora come fare? Ci vorrebbe un’altra vita, un altro modo di vivere o un altro modo di pensare? Dovremmo andare a vivere nei boschi, come voleva Thoreau? Negli ultimi decenni inoltre ci sono state forze contrastanti, perché i mass media, la moda, l’industria hanno mercificato,  strumentalizzato il corpo, fino a raggiungere un edonismo di massa in altre epoche inosabile e improponibile. La risultante di queste forze e di questi contrasti insanabili tra ciò che viene inculcato al catechismo e ciò che ci propina tutti i giorni la società laica, tra ciò che dice o ci diceva il prete durante la messa e ciò che viviamo per il resto del tempo tutti i giorni ha prodotto nella coscienza dell’uomo occidentale come minimo una lacerazione, se non addirittura in alcuni una schizofrenia tra vecchi valori e comportamento quotidiano. Viviamo per trasgredire e pentirci, per desiderare ciò che non si può, per rimpiangere di non aver compiuto peccati, perché la moglie e il marito per essere rispettati e non essere considerati dei falliti devono tradire, perché gli imprenditori per essere considerati furbi e capaci devono imparare anche a mettere di mezzo il prossimo, perché al mondo d’oggi si dice una cosa, se ne fa un’altra, se ne fa credere un’altra ancora, perché tra mille vizi e passioni l’importante è non avere tempo per restare soli a pensare e per non sentirsi alla fine troppo soli, nonostante mille apparenze che sembrano voler dire l’esatto contrario.  

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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