
Marco Petruzzella filtra e rielabora la sua esperienza di vita, il campionario vasto di umanità in cui si è imbattuto, le sue impressioni, i suoi pensieri, il suo amore per il figlio nella sua poesia genuina e autentica. Allo stesso tempo tratta dei nodi irrisolti della società contemporanea e li scioglie in buona parte con l’ironia, che per larghi tratti si tramuta in autoironia. I suoi versi sono caratterizzati dall’angoscia, dallo smarrimento esistenziale, dalla solitudine metropolitana, ma, come ho già scritto, il poeta riesce a controbilanciare tutto con un sano e originale divertissement, che non è solo distrazione pascaliana dalla morte ma un ponderato prendere con leggerezza d’animo (una leggerezza che non è mai superficialità) la pesantezza e l’opacità caleidoscopica del mondo. Petruzzella ci restituisce l’assurdo camusiano con i suoi versi ma in modiche dosi omeopatiche. Se Dostoevskij faceva dire a Ivan Karamazov “posso anche credere in Dio, ma non posso accettare questo mondo assurdo”, ebbene Petruzzella accetta a malincuore le brutture del mondo in modo realistico da attivista dei diritti umani, che sa benissimo che a noi occidentali è andata bene tutto sommato perché potevamo nascere a Gaza o nell’Africa subsahariana. Per l’autore la poesia non è salvezza ultraterrena né dall’oblio ma principalmente salvezza interiore per riconnettersi con sé stesso e con gli altri, per cercare che l’io diventi noi: questa è la ragione primaria che lo porta a scrivere e tutto ciò naturalmente potrebbe significare ben poco se gli esiti della sua scrittura non fossero felici e se i lettori non si riconoscessero nel suo punk rock poetico. Stilisticamente la sua poesia non è facilmente collocabile, secondo la distinzione poesia neolirica e poesia di ricerca (e questo a conti fatti può anche essere un grande pregio), ma si pone al di fuori delle categorie usuali e rappresenta un unicum, essendo una mistura sapiente di tradizione, punk, quotidianità, etc etc, riuscendo a prendere il meglio da ismi letterari e nuove tendenze culturali, senza mai seguire pedantemente mode e culturemi arcinoti. Una cosa che mi colpisce in questa poesia è l’immediatezza che si coniuga con la spontaneità, mantenendo sempre dignità letteraria, con dei picchi di intenso lirismo, e non banalizzando mai né cadendo negli intellettualismi. È una poesia dove empatia e intelligenza vengono miscelate armoniosamente e che ha come prerequisito ben comprensibile e neanche tanto implicito, anche se non sbandierato ai quattro venti, l’apertura all’altro perché nell’umanità Petruzzella cerca il deus absconditus alla fin fine, e questo lo si intende bene tra le righe, anche se non lo dichiara espressamente a chiare lettere, vuoi per pudore, vuoi per stile, vuoi per rifuggire dall’esibizionismo sentimentale tanto in voga e da un modo di fare poesia troppo retorico e al contempo pseudocivile. La poesia di Petruzzella è quindi la realizzazione della poesia onesta di Saba dei giorni nostri, senza infingimenti, vanità e false pose, in cui l’autore è il più possibile sé stesso e in cui vengono rappresentate Milano e la vita in Italia in modo pregnante e al contempo veritiero.