INSORGIAMO
Per te sono solo dettagli, ma son nostre le vite che inguagli.
Vite sbattute con armi e bagaglimentre tu vendi armie io spingo bagagli.
Non abbiamo ormai più sbadiglida contrapporre ai tuoi buoni consigli.
Hai seminato egoismo a-sociale, per la lotta di classe una pietra tombale.
L’insurrezione quindi è rabbia vitale, scintilla d’amore intersezionale.
Insorgiamo come antifascisti resistiamo.Insorgiamo piazze, scuole, fabbriche occupiamo.
Insorgiamo equità sociale pretendiamo.
Insorgiamo il potere per il potere rifiutiamo.
Insorgiamo perché senza il Potere noi possiamo.
Tu crei il caos per abusar del governo, disgregazione per aumentare il controllo.
Io mi riorganizzo con l’autogoverno, mi riprendo la delega.
Basta fiato sul collo. (Poesia tratta dal libro Fondamenti di Utopia di Daniele Fiorenza)
Perché gli Stati, i governi hanno paura della parola LIBERTÀ e che si attui?
Prosfygika è un complesso di edilizia popolare costruito nel 1933 per ospitare i profughi dell’Asia Minore. Negli ultimi quindici anni, dopo decenni di abbandono da parte dello Stato greco, è diventato una delle più importanti esperienze di autogestione e mutualismo del Mediterraneo.
Questa realtà rappresenta una proposta pratica contro il dominio, fondata sull’ autonomia, sull’ auto-organizzazione e sull’ internazionalismo. È un luogo in cui si formano relazioni di solidarietà e dove persone oppresse e in lotta si incontrano, determinate a combattere e resistere per le proprie case, costruendo un contrattacco che mira a riportare al centro le lotte di classe, sociali e internazionaliste. Tra la sede della polizia e la Corte Suprema, circa 400 abitanti hanno costruito una risposta concreta alla domanda su come vivere insieme e su come auto-organizzarsi dal basso per soddisfare i propri bisogni: rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie croniche, donne e più di cinquanta bambini.
La comunità ha costruito ventidue strutture sociali autorganizzate, vi sono una farmacia sociale, spazi educativi, cucine solidali, una biblioteca e persino alloggi per pazienti oncologici e i loro familiari. Il quartiere rappresenta una spina nel fianco dello Stato, sia perché occupa un territorio che il capitale vuole sfruttare, sia perché sta costruendo un nuovo immaginario sociale, un nuovo mondo, nel cuore della metropoli ateniese.
Tutto questo rischia di essere cancellato.Da mesi lo Stato stava preparando una grande offensiva contro la comunità, la più imponente che abbia mai affrontato. Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica ha approvato un accordo per la “ristrutturazione” di quattro blocchi abitativi di Prosfygika, inizialmente finanziato con fondi europei e successivamente sostenuto da risorse regionali. Il progetto prevede, però, lo sgombero dell’intera comunità. I residenti denunciano che il piano descrive gli edifici come “vuoti”, cancellando deliberatamente l’esistenza delle centinaia di persone che vi abitano.
Nessuna garanzia concreta di rialloggio è stata presentata. Secondo gli abitanti e i giuristi che li sostengono, il progetto viola il diritto all’abitazione, il principio di non discriminazione, il diritto alla dignità e alla tutela della casa. Vengono inoltre contestate numerose irregolarità: dubbi sulla proprietà degli edifici, modifiche al piano originario, problemi nelle procedure di finanziamento e incompatibilità con i vincoli storici e architettonici del complesso, riconosciuto come monumento protetto per il suo valore storico e per l’architettura Bauhaus.
La lotta del compagno Aristotelis Chantzis
In risposta, il 5 febbraio Aristotelis Chantzis, residente della Comunità Occupata di Prosfygika, aveva iniziato uno sciopero della fame di 140 giorni, interrotto il 24 giugno 2026, perchè il comune di Atene riconosce, anche se non direttamente, le tre principali richieste di Aristotelis e della comunità: Riconosce la comunità di Prosfygika, il restauro graduale e autogestito degli edifici, chiama il governo regionale dell’Attica e il governo nazionale a fermare i piani dello sgombero.
Le condizioni di Aristotelis sono molto gravi, pesa appena 35 chili, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare, è gravemente debilitato, con edema a entrambi gli arti inferiori e incapacità di stare in piedi, il che limita significativamente la sua mobilità. Il 22 giugno era stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Georgios Gennimatas dopo aver manifestato gravi sintomi neurologici. Gli esami del sangue avevano rivelato bassi livelli di urea sierica, iperuricemia, ipoglicemia sintomatica e transaminasemia di nuova insorgenza con rabdomiolisi.
L’esame neurologico aveva evidenziato assenza di riflessi tendinei agli arti inferiori, compatibile con malnutrizione, e intorpidimento quotidiano degli arti inferiori con conseguenti disturbi della deambulazione e difficoltà di movimento. Gli episodi di ipotensione ortostatica, tachicardia in posizione eretta e forti vertigini con affaticamento si erano aggravati e compromettono significativamente la sua capacità di svolgere le normali attività , mentre sono presenti anche gravi disturbi del sonno. Allo stesso tempo, si osservavano anomalie elettrocardiografiche persistenti che predispongono ad aritmie fatali. Secondo le ultime dichiarazioni del governo di Kyriakos Mitsotakis, lo Stato greco non sembra intenzionato ad abbandonare completamente il progetto originario.
La dichiarazione di un residente di Prosfygika:
“Continuiamo a nutrire dubbi sul fatto che la promessa fatta dalle istituzioni ufficiali sia effettivamente valida e che non venga inviolata man mano che le lotte si placano. In questo senso, invitiamo tutti coloro che hanno avuto la nostra presenza a tenere occhi e orecchie aperti per qualsiasi cambiamento nella posizione delle istituzioni verso le lotte future e la sopravvivenza della nostra comunità. In questo senso, consideriamo le nostre difficoltà finora come Vittoriose. Tuttavia continuiamo a dire che le lotte continuano”.
Viene da chiedersi per quale motivo un sistema preferisca spingere un essere umano fino all’estremità della propria vita – costringendolo a usare il proprio corpo come ultima, disperata arma di protesta – piuttosto che concedere e garantire un diritto fondamentale come quello di un alloggio sicuro. Forse la verità è che queste comunità non minacciano l’ordine pubblico, ma qualcosa di molto più strutturale: minacciano il monopolio del controllo. Mostrare che si può vivere dignitosamente al di fuori delle logiche del profitto e della dipendenza statale è l’atto di ribellione più grande. Ed è proprio questo immaginario libertario che il potere, oggi ad Atene come ieri altrove, cerca disperatamente di cancellare.
La lotta di Aristotelis Chantzis e di Prosfygika parla all’intera Europa. Parla di cosa accade quando la rigenerazione urbana diventa sinonimo di espulsione sociale, quando le città vengono trasformate in spazi di rendita e chi costruisce solidarietà e mutualismo viene considerato un ostacolo da rimuovere.
Lo Stato deve prima portare allo stremo un uomo, toglierlo dalla sua abitazione, portarlo in ospedale perché gravemente malato e poi buttare giù le armi e lasciare il posto autogestito lì dov’è?? Ma perché si deve impadronire anche dell’aria che si respira?? Lasciare quelle persone a vivere come i barboni che poi lo Stato lamenta dei barboni e del degrado che comportano in quel quartiere. Lo Stato è il cancro della società.
Questo fatto, pone una domanda politica e morale che non può più essere ignorata: quanta sofferenza e quanta vita umana sono disposte a sacrificare le istituzioni europee e greche per cancellare un’esperienza di autogestione che da anni offre casa, cura e dignità a centinaia di persone? Davanti a vicende come quella di Prosfygika, sorge spontanea una domanda che tocca le corde più profonde della nostra organizzazione sociale: perché gli Stati avvertono il bisogno costante di opprimere e smantellare realtà pacifiche di autogestione? Chi ha avuto la fortuna di viaggiare e respirare l’atmosfera di luoghi come la Freetown di Christiania, in Danimarca, sa bene che questi spazi non sono “zone di degrado”, ma laboratori viventi.
Sono la dimostrazione pratica che un’alternativa basata sulla solidarietà, sul mutuo soccorso e sul rispetto comunitario e importantissimo di un’autogestione è possibile, che resiste al tempo e alle pressioni esterne.