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Quanto delle nostre scelte dipende veramente da noi e quanto invece dalle persone che ci circondano?
Cambiamo opinione quando ci troviamo in minoranza? Obbediamo più facilmente quando un ordine proviene da una persona che consideriamo autorevole? Ci comportiamo diversamente quando siamo soli o quando facciamo parte di un gruppo?
La psicologia sociale studia il rapporto tra individuo e società, osservando come pensieri, emozioni e comportamenti possano essere influenzati dalla presenza reale, immaginata o implicita degli altri.
È un campo nel quale psicologia, sociologia e filosofia si incontrano continuamente.
Famiglia, scuola, lavoro, amicizie, gruppi politici, comunità online, istituzioni e mezzi di comunicazione costituiscono ambienti sociali nei quali impariamo regole, costruiamo identità, assumiamo ruoli e sviluppiamo idee su ciò che è accettabile o desiderabile.
Studiare la psicologia sociale significa quindi cercare di comprendere non soltanto come si comportano le persone, ma anche come le situazioni sociali contribuiscono a produrre determinati comportamenti.
Che cos’è la psicologia sociale
La psicologia sociale analizza il modo in cui la presenza degli altri influenza la persona.
Questa influenza non deve necessariamente essere esplicita.
Non occorre che qualcuno ci ordini direttamente di fare qualcosa.
Possiamo modificare il nostro comportamento perché desideriamo essere accettati, perché consideriamo una determinata condotta normale, perché attribuiamo maggiore competenza agli altri oppure semplicemente perché siamo abituati a rispettare le aspettative del gruppo al quale apparteniamo.
Da qui nascono alcuni dei temi classici della psicologia sociale: influenza sociale, conformismo, obbedienza, dinamiche di gruppo, autorità, ruoli sociali, pregiudizi, cooperazione e conflitto.
Sono questioni che riguardano gli esperimenti di laboratorio, ma anche la vita quotidiana.
Kurt Lewin e il rapporto tra persona e ambiente
Una figura centrale nello sviluppo della psicologia sociale è Kurt Lewin.
Uno dei principi associati alla sua teoria del campo può essere sintetizzato nell’idea che il comportamento non possa essere spiegato osservando esclusivamente la persona.
Occorre considerare anche l’ambiente nel quale quella persona si trova.
Le nostre azioni derivano dall’interazione tra caratteristiche individuali e situazione.
Questo spostamento è importante.
Un comportamento che attribuiamo immediatamente al carattere di qualcuno può dipendere anche dal gruppo, dalle regole presenti, dalle aspettative, dagli incentivi o dalle pressioni che quella persona sta sperimentando.
Lewin dedicò particolare attenzione anche alle dinamiche dei gruppi, mostrando quanto il gruppo non possa essere considerato semplicemente come la somma degli individui che lo compongono.
Relazioni, ruoli e interdipendenze generano una struttura capace di modificare il comportamento dei singoli membri.
Su Magozine abbiamo utilizzato questa prospettiva anche per interpretare la letteratura. Nell’articolo Il meraviglioso Mago di Oz, la psicologia sociale di Kurt Lewin e la politica, Cristina Desideri mette in relazione il viaggio di Dorothy e dei suoi compagni con il gruppo, il campo psicologico e l’interazione tra persona e ambiente.
Individuo, gruppo e comunità
Appartenere a un gruppo risponde a bisogni profondi.
I gruppi possono offrire protezione, riconoscimento, collaborazione, amicizia e identità.
Attraverso gli altri impariamo linguaggi, comportamenti, norme e valori. La stessa capacità di cooperare con persone diverse è una delle basi della vita sociale.
Ma una comunità non è soltanto un insieme di individui che occupano lo stesso spazio.
Implica appartenenza, reciprocità, riconoscimento e costruzione di legami.
Cristina Desideri affronta direttamente questa dimensione in Il senso di “comunità”, interrogandosi sul rapporto tra familiarità, relazione con l’altro e appartenenza.
Il gruppo può quindi rappresentare contemporaneamente uno spazio di sostegno e una fonte di pressione.
Abbiamo bisogno degli altri, ma proprio questa necessità può renderci sensibili alla loro influenza.
Che cos’è il conformismo
Il conformismo consiste nell’adeguamento del comportamento, del giudizio o dell’atteggiamento di una persona alle norme o alle aspettative di un gruppo.
Non è necessariamente qualcosa di negativo.
Una società non potrebbe funzionare se ogni individuo rifiutasse qualsiasi convenzione.
Guidare rispettando determinate regole, attendere il proprio turno o utilizzare codici condivisi permette alle persone di coordinarsi.
Il problema emerge quando l’adeguamento al gruppo sostituisce completamente la valutazione personale.
In alcune situazioni possiamo sapere o sospettare che qualcosa sia sbagliato e scegliere comunque di adeguarci perché tutti gli altri sembrano comportarsi nello stesso modo.
Gli studi sull’influenza sociale hanno cercato di comprendere proprio quanto possa essere difficile mantenere un giudizio indipendente quando la maggioranza sostiene una posizione differente.
Il tema viene sviluppato in Il tempo del coraggio di comunicare: no al conformismo, dove conformismo, coscienza e obbedienza all’autorità vengono messi direttamente in relazione.
Conformarsi significa sempre obbedire?
Conformismo e obbedienza sono fenomeni collegati ma non identici.
Nel conformismo la pressione proviene spesso dal gruppo.
Nell’obbedienza, invece, una persona modifica il proprio comportamento in risposta alla richiesta o all’ordine di un’autorità.
Questa distinzione conduce a una delle domande più inquietanti della psicologia sociale:
fino a che punto siamo disposti a compiere un’azione che consideriamo sbagliata quando la responsabilità sembra appartenere a qualcun altro?
Gli esperimenti di Stanley Milgram sull’obbedienza sono diventati celebri proprio perché cercavano di studiare il conflitto tra indicazioni dell’autorità e responsabilità individuale.
Al di là delle discussioni metodologiche ed etiche sollevate da quegli esperimenti, la domanda resta fondamentale.
Obbedire non significa necessariamente condividere ciò che viene ordinato.
Una persona può agire contro le proprie convinzioni perché attribuisce all’autorità il diritto di decidere oppure perché percepisce la propria responsabilità come ridotta.
Autorità, potere sociale e responsabilità
La capacità di influenzare gli altri non dipende soltanto dalla forza.
Esistono molte forme di potere sociale.
Possiamo seguire una persona perché possiede un ruolo istituzionale, perché la consideriamo competente, perché controlla risorse delle quali abbiamo bisogno oppure perché desideriamo la sua approvazione.
Il potere può quindi essere formale o informale.
Un dirigente possiede un’autorità riconosciuta dall’organizzazione.
Una persona particolarmente rispettata all’interno di un gruppo può esercitare un’influenza altrettanto forte senza possedere alcun incarico ufficiale.
Studiare questi meccanismi aiuta anche a comprendere perché alcune gerarchie si mantengano senza bisogno di ricorrere continuamente alla coercizione.
Molte regole vengono infatti interiorizzate.
Dopo un certo tempo non è più necessario che qualcuno ci dica esplicitamente come comportarci: sappiamo già che cosa ci si aspetta da noi.
Il rapporto tra potere sociale, responsabilità personale e capacità di opporsi alla pressione collettiva è al centro di Coraggio e coscienza: affrontare il potere e il conformismo.
Coraggio e autonomia di giudizio
Comprendere l’influenza della situazione non significa eliminare la responsabilità individuale.
È possibile riconoscere contemporaneamente due aspetti:
le situazioni sociali influenzano profondamente il comportamento;
le persone continuano ad avere una responsabilità per le proprie scelte.
Il coraggio, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con un gesto eroico.
Può essere anche la capacità di mantenere un giudizio autonomo, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e dire no quando seguire gli altri sarebbe più semplice.
La psicologia sociale diventa così anche uno strumento per interrogarsi sulla libertà individuale.
Sapere che siamo influenzabili non significa considerarci completamente determinati.
Significa riconoscere le pressioni che agiscono su di noi per poterle valutare con maggiore consapevolezza.
Ma persino l’anticonformismo può trasformarsi in una nuova forma di conformismo. Essere contro tra condizionamenti e conformismo si interroga proprio sulla difficoltà di costruire un dissenso realmente autonomo dalle pressioni culturali e sociali.
Deindividuazione: cosa cambia quando siamo nella folla?
Un’altra questione studiata dalla psicologia sociale riguarda ciò che può accadere quando l’identità individuale sembra attenuarsi all’interno di un gruppo.
Con il termine deindividuazione vengono descritte situazioni nelle quali anonimato, appartenenza collettiva e diminuzione della percezione della responsabilità personale possono modificare il comportamento.
Non significa che entrare in un gruppo trasformi automaticamente una persona.
Significa piuttosto interrogarsi sulle condizioni nelle quali la percezione di essere soltanto uno fra molti può ridurre l’autocontrollo o modificare il modo in cui valutiamo le nostre azioni.
Cristina Desideri approfondisce direttamente questo fenomeno in Una dinamica sociale sotto i riflettori: la Deindividuazione.
Il tema assume una particolare rilevanza anche negli ambienti digitali, dove anonimato e percezione della distanza possono modificare le modalità dell’interazione.
Influenza sociale, violenza e dittatura
Gli stessi meccanismi diventano ancora più problematici quando vengono osservati in società caratterizzate da autoritarismo, discriminazione e violenza politica.
Il comportamento collettivo non può essere spiegato attraverso un unico fattore.
Crisi economiche e sociali, propaganda, autorità, norme del gruppo, paura, opportunismo e progressiva normalizzazione della violenza possono interagire tra loro.
Questo rende particolarmente importante studiare non soltanto gli individui che esercitano direttamente la violenza, ma anche le condizioni sociali nelle quali determinate condotte diventano progressivamente accettabili.
In Dittatura, influenza sociale e il “Continuum Genocida”, Cristina Desideri affronta proprio l’incontro tra potere politico, influenza sociale e progressiva trasformazione delle norme collettive.
La psicologia sociale non sostituisce la storia o la politica.
Può però contribuire a comprendere alcuni dei meccanismi attraverso i quali persone e gruppi si adattano a contesti autoritari o partecipano alla loro riproduzione.
Gruppi e identità
Un gruppo non influenza soltanto ciò che facciamo.
Può contribuire anche a definire chi pensiamo di essere.
Famiglia, professione, territorio, cultura, religione, associazioni e comunità possono diventare parti importanti della nostra identità.
Dire “noi” significa contemporaneamente costruire un confine.
La letteratura permette di osservare questi meccanismi quasi come in un esperimento narrativo. In Il signore delle mosche: tra psicologia e letteratura, il romanzo di William Golding viene letto attraverso identità sociale, dinamiche di gruppo, contagio emotivo, deresponsabilizzazione e altri concetti della psicologia.
Esiste qualcuno che appartiene al gruppo e qualcuno che ne rimane fuori.
Questa distinzione può produrre solidarietà e cooperazione all’interno del gruppo, ma può anche favorire stereotipi o conflitti verso chi viene percepito come esterno.
L’identità individuale e quella sociale non devono quindi essere considerate mondi separati.
La persona costruisce parte della propria rappresentazione di sé attraverso le relazioni e le appartenenze.
Per questo la psicologia sociale comunica direttamente con gli approfondimenti dedicati a Identità e Sé.
Pregiudizi e stereotipi
Uno stereotipo è una rappresentazione semplificata attribuita a un gruppo.
Può contenere caratteristiche considerate positive o negative, ma in entrambi i casi tende a trasformare individui differenti in membri apparentemente omogenei di una categoria.
Il pregiudizio aggiunge a questa rappresentazione una valutazione.
Quando stereotipi e pregiudizi influenzano concretamente il modo in cui una persona viene trattata, possono contribuire alla discriminazione.
Questi meccanismi non riguardano soltanto idee esplicitamente dichiarate.
Categorie e associazioni apprese culturalmente possono influenzare anche percezioni e giudizi che consideriamo spontanei.
Comprendere gli stereotipi significa quindi interrogarsi anche sul modo in cui una società produce rappresentazioni condivise degli altri.
Il modo in cui una società costruisce categorie e differenze può avere conseguenze molto più ampie. In Discorsi antropologici su razza, cultura, guerra e violenza, Cristina Desideri ripercorre la costruzione storica del concetto di razza e il suo rapporto con razzismo, cultura, colonialismo e violenza.
Ruoli sociali
Nella vita occupiamo contemporaneamente molti ruoli.
Possiamo essere genitori, figli, lavoratori, amici, studenti, insegnanti, responsabili oppure membri di una comunità.
Ogni ruolo porta con sé aspettative.
Sappiamo più o meno come dovrebbe comportarsi un insegnante, un medico, un dipendente o un genitore perché la società ha costruito immagini di questi ruoli.
Questo permette di rendere le interazioni più prevedibili.
Ma può anche diventare una forma di pressione.
Quando una persona viene identificata completamente con il ruolo che ricopre, può diventare più difficile distinguere tra ciò che sta scegliendo personalmente e ciò che considera semplicemente richiesto dalla propria posizione.
La domanda diventa quindi:
quanto interpretiamo un ruolo e quanto quel ruolo finisce per interpretare noi?
Psicologia sociale e mondo digitale
Le piattaforme digitali hanno creato nuovi ambienti nei quali molti fenomeni classici della psicologia sociale possono manifestarsi con caratteristiche differenti.
Appartenenza, reputazione, approvazione, esclusione, polarizzazione e anonimato assumono nuove forme quando gran parte delle interazioni avviene attraverso uno schermo.
Sul rapporto tra tecnologie digitali, relazioni e comportamento sociale si concentra anche Lo tsunami virtuale e il cervello: quali effetti?, dove Cristina Desideri riflette sul passaggio dall’analogico al virtuale e sulla contraddizione di una società sempre più connessa ma non necessariamente più capace di relazione.
Il numero di reazioni a un contenuto rende immediatamente visibile il consenso sociale.
Le comunità possono mettere in contatto individui lontanissimi, ma possono anche costruire confini molto forti tra “noi” e “loro”.
Le tecnologie cambiano.
Il bisogno umano di appartenenza e riconoscimento continua invece a rappresentare una delle forze fondamentali della vita sociale.
Normalità e pressione sociale
La psicologia sociale incontra anche il tema della normalità.
Molti comportamenti vengono percepiti come normali non perché esista necessariamente una ragione biologica o morale per considerarli tali, ma semplicemente perché sono maggioritari o culturalmente attesi.
Questo diventa particolarmente evidente nel rapporto tra società e differenze individuali.
Nel percorso dedicato alla neurodivergenza e neurodiversità, per esempio, emerge quanto ambienti costruiti intorno a un funzionamento considerato standard possano produrre difficoltà aggiuntive per chi se ne discosta.
La stessa domanda può essere estesa a molti altri ambiti:
quanto delle nostre aspettative deriva da necessità reali e quanto da convenzioni che abbiamo imparato a considerare naturali?
Psicologia sociale e potere
Studiare i gruppi porta inevitabilmente a studiare il potere.
Chi stabilisce le regole?
Chi può modificarle?
Perché alcune persone vengono ascoltate più di altre?
Che cosa rende legittima un’autorità?
E in quali condizioni un gruppo riesce a contestarla?
Sono domande psicologiche, sociali e politiche nello stesso tempo.
Per questo alcuni articoli di Magozine possono essere raggiunti da percorsi differenti.
Un approfondimento sul conformismo appartiene alla psicologia sociale, ma può dialogare anche con le pagine dedicate al potere, alla controinformazione o al pensiero anarchico.
Non perché queste discipline coincidano, ma perché osservano da prospettive differenti uno stesso problema: il rapporto tra individuo, gruppo e autorità.
Essere individui insieme agli altri
La psicologia sociale rende difficile sostenere due immagini estreme dell’essere umano.
Da una parte, quella dell’individuo completamente autonomo, le cui scelte nascerebbero indipendentemente dall’ambiente.
Dall’altra, quella della persona completamente determinata dalla società e quindi priva di qualsiasi possibilità di scelta.
Viviamo invece in una tensione continua.
Abbiamo bisogno degli altri per costruire linguaggio, identità e relazioni, ma possiamo anche mettere in discussione ciò che il gruppo considera normale.
Subiamo influenze, ma possiamo riconoscerle.
Apparteniamo a comunità, ma possiamo modificarle.
Comprendere conformismo, gruppi, autorità e influenza sociale serve proprio a rendere più visibili le forze che agiscono nelle nostre relazioni quotidiane.
È una delle prospettive attraverso cui il percorso più ampio di Psicologia e filosofia prova a comprendere il rapporto tra individuo, pensiero e società.